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Europa

Kaja Kallas e la dittatura baltica che ha preso la politica estera europea

Antonio Antipari

Una carriera costruita sull'avversione a Mosca, gli affari russi del marito e la geografia baltica che oggi detta la linea a tutta l'Unione.

Riassunto dell'articolo

Kaja Kallas, Alto rappresentante UE per la politica estera ed ex premier estone, incarna la "baltizzazione" della diplomazia europea. Una biografia costruita sull'ostilità verso la Russia, incrinata nel 2023 dallo scandalo degli affari russi della società del marito Arvo Hallik, finanziata anche da un prestito di 350.000 euro della stessa Kallas. Con la Difesa affidata al lituano Andrius Kubilius, tre nazioni baltiche da circa sei milioni di abitanti orientano la politica estera dell'Unione verso il confronto con Mosca, mentre l'UE resta assente dal negoziato Iran-Stati Uniti mediato a Islamabad e l'Italia paga il caro-energia di Hormuz.

Mentre a Islamabad si tratta sul futuro della guerra in Iran, con la mediazione del Pakistan e delle monarchie del Golfo, la diplomazia europea guarda da fuori. A incarnare quell’assenza è Kaja Kallas, Alto rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e vicepresidente della Commissione europea: la sua unica trasferta nella capitale pakistana, all’inizio di giugno, non l’ha portata al tavolo iraniano, ma a un dialogo bilaterale conclusosi con un richiamo di Nuova Delhi. È la fotografia di una carica e di una persona insieme: molto rumore anti-russo, pochissimo peso dove le decisioni contano davvero.

CREAZIONE SITI WEB
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Chi è Kaja Kallas

Kaja Kallas, nata a Tallinn nel 1977, è stata la prima donna a guidare il governo dell’Estonia, dal 2021 al 2024, prima di assumere la guida della politica estera dell’Unione. Figlia di Siim Kallas, già primo ministro estone e commissario europeo ai Trasporti, proviene dalla famiglia liberale del Partito della riforma. Avvocato di formazione, europarlamentare dal 2014 al 2018, ha legato l’intera parabola pubblica a un’unica, ferma ostilità: quella verso Mosca, che le è valsa l’inserimento nella lista dei ricercati della Federazione Russa.

Una biografia costruita contro Mosca

L’antagonismo con la Russia non è, per Kallas, una posizione politica fra le altre: è la struttura stessa della sua identità. La famiglia materna fu deportata in Siberia nel 1949, durante le deportazioni sovietiche dal Baltico, e quella memoria è diventata il filo conduttore del suo discorso pubblico. Da premier prima e da Alto rappresentante poi, ha fatto del sostegno incondizionato all’Ucraina e dell’isolamento economico della Russia la propria cifra, arrivando a chiedere apertamente a ogni impresa europea di recidere i legami commerciali con Mosca.

Il caso del marito: gli affari russi in casa Kallas

Proprio quella richiesta rende incandescente la vicenda che nell’agosto 2023 ha investito Kaja Kallas e il marito, l’imprenditore Arvo Hallik. La televisione pubblica estone rivelò che la Stark Logistics, società di trasporti di cui Hallik era comproprietario attraverso la propria holding, aveva continuato a operare verso la Russia anche dopo l’invasione dell’Ucraina. La stessa Kallas, secondo la sua dichiarazione patrimoniale, aveva prestato 350.000 euro a quella holding. La società partner, secondo la stampa estone, aveva venduto a clienti russi merci per circa 17 milioni di euro tra l’avvio del conflitto e l’autunno seguente.
Kallas si difese sostenendo di ignorare gli affari del marito; Hallik annunciò la cessione delle quote e le dimissioni dall’azienda. Ma il danno era fatto: la paladina della linea dura contro Mosca si scopriva esposta, in casa propria, allo stesso doppio standard che imputava agli altri.

La dittatura dei baltici

La vicenda personale si salda a una questione strutturale. Nella Commissione von der Leyen i due portafogli che orientano la postura dell’Unione verso est sono finiti in mani baltiche: la politica estera a Kallas, l’estone, la Difesa al lituano Andrius Kubilius. Due nazioni che insieme contano poco più di quattro milioni di abitanti — meno della metà della sola Lombardia — orientano così la linea estera di un continente di quasi quattrocentocinquanta milioni di persone.
È la baltizzazione della politica estera europea: una visione del mondo plasmata dalla prossimità con la Russia e dalla memoria della dominazione sovietica, elevata a dottrina comune. Quella prossimità ha una sua logica difensiva — basti pensare al varco di Suwałki, l’imbuto strategico tra Kaliningrad e la Bielorussia — ma trasformarla nella bussola dell’intera Unione è un’altra cosa. È una dottrina del confronto permanente, in cui la diplomazia conta meno del riarmo. I risultati restano modesti: il piano da 40 miliardi di euro per armare l’Ucraina, promosso dalla stessa Kallas, si è arenato tra le resistenze delle capitali.

L’irrilevanza alla prova dei fatti

Il paradosso è che, fuori dal teatro russo-ucraino, questa supremazia baltica si traduce in vuoto. Sul dossier che oggi pesa di più sull’economia europea — la guerra in Iran e la chiusura dello Stretto di Hormuz — l’Unione non siede ad alcun tavolo. A trattare con Teheran sono Washington, il Pakistan e le monarchie del Golfo; gli inviati americani consultano persino i laboratori nucleari di Oak Ridge, mentre Bruxelles resta spettatrice.
La trasferta di Kallas a Islamabad, all’inizio di giugno, è l’emblema di questa marginalità: arrivata nella città che media fra Stati Uniti e Iran, l’Alto rappresentante si è seduta a un dialogo bilaterale UE-Pakistan il cui esito più tangibile è stato un richiamo dell’India, irritata da un riferimento al Kashmir contenuto nel comunicato congiunto. Lo stesso copione si era già visto sulla guerra in Iran, quando Kallas ammise che non era “la guerra dell’UE”: una resa, prima che una constatazione.

Il conto lo paga l’Italia

A pagare il prezzo di questa assenza non è chi la determina. La Nazione italiana, che dipende dalle rotte energetiche del Golfo più di quasi ogni altra, subisce il rincaro di gas e petrolio innescato dalla crisi di Hormuz senza avere voce nei luoghi in cui se ne discute il futuro. È il combinato disposto di due rinunce: quella dell’Unione, incapace di esprimere una politica estera autonoma, e quella di una linea baltica che concentra ogni energia su Mosca e trascura il fronte mediterraneo, dove si gioca la sicurezza reale dell’Europa meridionale.

L’Europa delle Nazioni contro l’Unione dei falchi

La distinzione, qui, è dirimente. L’Europa — come civiltà, come comunità di nazioni — non è affatto irrilevante: lo è diventata l’Unione che ha delegato la propria voce a tre capitali baltiche e a una classe dirigente che scambia l’intransigenza per strategia. Kaja Kallas non è la causa di questo declino, ne è il sintomo più nitido: la prova che, quando la geografia di un risentimento prende il posto dell’interesse comune, a contare non è più il merito delle posizioni, ma la postura. E la postura, a Islamabad come a Bruxelles, non riempie i tavoli che restano vuoti.

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