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Europa

Gli USA sospendono le sanzioni sul petrolio russo. L’Europa resta a guardare mentre la sua economia brucia

Bruno Bindel

Washington sceglie il pragmatismo e sblocca il greggio russo per contenere lo shock energetico. Bruxelles si aggrappa all'ortodossia sanzionatoria, scaricando il costo sui cittadini europei. L'Italia ha un'ultima finestra per smettere di subire e iniziare a decidere.

Riassunto dell'articolo

Gli Stati Uniti hanno sospeso per trenta giorni le proprie sanzioni sul petrolio russo per contenere lo shock energetico causato dalla guerra in Iran e dalla chiusura dello Stretto di Hormuz. La misura autorizza l'acquisto di circa 120-130 milioni di barili di greggio russo già in transito su navi. L'Unione Europea ha condannato la decisione e confermato il mantenimento delle proprie sanzioni, mentre il Brent ha chiuso sopra i 102 dollari al barile. L'articolo analizza il doppio standard americano, la rigidità autolesionistica della posizione europea e la necessità per l'Italia di adottare una linea strategica autonoma in materia energetica.

Nella notte tra il 12 e il 13 marzo 2026, il Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti ha fatto una cosa che l’Unione Europea considera impensabile: ha sospeso le proprie sanzioni sul petrolio russo. Non tutte, non per sempre — ma abbastanza da rivelare una verità che a Bruxelles nessuno vuole pronunciare. Quando l’emergenza energetica diventa una minaccia concreta all’economia nazionale, Washington sceglie l’interesse del proprio popolo. L’Europa sceglie i principi — a spese del proprio.
Il segretario al Tesoro Scott Bessent ha annunciato una licenza temporanea di trenta giorni, dal 12 marzo all’11 aprile, che autorizza qualsiasi Nazione ad acquistare petrolio russo già caricato su navi in transito. Si tratta di circa 120-130 milioni di barili di greggio, rimasti bloccati in mare dalle sanzioni e dalla crisi nel Golfo, per un valore stimato di circa undici miliardi di dollari. La misura segue una deroga analoga concessa all’India alla fine di febbraio, ora estesa a tutti. L’obiettivo dichiarato è stabilizzare i prezzi del greggio, che giovedì hanno nuovamente superato i 100 dollari al barile — con il Brent chiuso a 102,56 e il WTI a 98,95 — mentre lo Stretto di Hormuz resta chiuso e le rotte energetiche globali sono in stato di emergenza.
La reazione dell’Unione Europea è stata unanime e prevedibile: condanna, preoccupazione, richiamo ai principi. Il problema è che i principi non scaldano le case, non alimentano le fabbriche e non fermano l’inflazione che sta divorando il potere d’acquisto di centinaia di milioni di europei.

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Il pragmatismo americano contro il dogma europeo

La decisione di Washington non nasce dalla generosità né da un ripensamento strategico sul rapporto con Mosca. Nasce dalla matematica. Il petrolio sopra i 100 dollari al barile è un problema per l’economia americana, per i consumatori americani e — soprattutto — per la popolarità dell’amministrazione Trump. Con il PIL trimestrale cresciuto dello 0,7% contro l’1,5% atteso e l’inflazione salita al 3,1% su base annua, la Casa Bianca non poteva permettersi di restare ostaggio delle sue stesse sanzioni mentre la guerra che ha contribuito ad avviare nel Golfo Persico faceva impennare i costi energetici.
La logica è elementare: se il conflitto con l’Iran chiude Hormuz e toglie dal mercato 20 milioni di barili al giorno, e se il rilascio delle riserve strategiche dell’AIE — 400 milioni di barili, il più grande della storia — non è sufficiente a contenere i prezzi, allora bisogna riaprire un altro rubinetto. E il rubinetto più grande disponibile è quello russo.
La Russia, dal canto suo, non ha perso l’occasione di sottolineare l’ironia della situazione. Mosca ha fatto notare che senza il suo petrolio non è possibile garantire stabilità ai flussi e ai prezzi energetici globali. È una constatazione brutale, ma oggettivamente difficile da smentire. Il paradosso è perfetto: gli Stati Uniti sospendono le sanzioni che avevano imposto per punire la Russia, perché la guerra che hanno avviato contro l’Iran ha reso quel petrolio indispensabile. A Putin conviene che il conflitto duri il più a lungo possibile — e Washington, sbloccando il greggio russo, gli sta di fatto fornendo i fondi per finanziare le sue operazioni militari in Ucraina. Esattamente ciò che le sanzioni avrebbero dovuto impedire.

L’Europa: prigioniera volontaria di una dottrina fallimentare

Di fronte alla mossa americana, la risposta europea è stata un coro di indignazione istituzionale. Il presidente del Consiglio europeo António Costa ha definito la decisione statunitense “molto preoccupante” perché “incide sulla sicurezza europea”, aggiungendo che qualsiasi misura che consenta alla Russia di aumentare le proprie entrate petrolifere sarebbe “problematica”. La presidente della Commissione Ursula von der Leyen ha ribadito che “non è il momento di allentare le sanzioni”. Il cancelliere tedesco Friedrich Merz ha dichiarato che sei leader del G7 su sette si sono espressi contro la revoca.
L’unica voce fuori dal coro in Europa è stata, come al solito, quella dell’Ungheria. Il ministro degli Esteri Péter Szijjártó ha chiesto la revoca immediata del divieto di importazione energetica dalla Russia, sostenendo che l’attenzione dovrebbe essere rivolta alla tutela degli interessi dei cittadini europei — non all’ideologia.
E qui sta il punto. L’Unione Europea sta mantenendo intatta un’architettura sanzionatoria concepita in un contesto completamente diverso — la reazione all’invasione dell’Ucraina nel 2022 — mentre il mondo intorno è cambiato radicalmente. Hormuz è chiuso. Il GNL qatariota non arriva. Il petrolio supera i 100 dollari. Goldman Sachs prevede che possa raggiungere i 150 se lo Stretto resta bloccato. L’analista di Bloomberg Javier Blas stima un incremento di 3-6 dollari al barile per ogni giorno di conflitto, cioè 15-30 dollari a settimana — un ritmo “sopportabile per un’altra settimana”, oltre la quale “il mondo inizierà a subire gravi danni economici”. E chi subirà quei danni più di tutti? L’Europa, che si è tagliata fuori da entrambe le fonti — il Golfo per la guerra, la Russia per le sanzioni.
Bruxelles sta facendo esattamente ciò che fa un’entità priva di sovranità strategica: applica le regole anche quando le regole la stanno uccidendo. Le sanzioni avevano una logica quando l’obiettivo era indebolire la macchina bellica russa e il costo per l’Europa era gestibile. Oggi quella logica si è capovolta: le sanzioni non hanno fermato la Russia — che continua a vendere il suo greggio a India, Cina, Turchia e ora persino con il beneplacito americano — ma stanno strangolando le economie europee. L’inflazione sale, l’industria manifatturiera tedesca è in crisi strutturale, l’Italia rischia fino a 33 miliardi di euro di impatto in sei mesi secondo le stime di Conflavoro. E Bruxelles risponde con comunicati stampa.

Il doppio standard che nessuno vuole vedere

C’è un elemento che rende la posizione europea non soltanto strategicamente sbagliata, ma intellettualmente insostenibile: il doppio standard. Washington impone le sanzioni, poi le sospende quando gli conviene. Concede deroghe all’India, poi le estende al mondo intero. Il tutto mentre continua a essere il primo produttore mondiale di petrolio e a incassare profitti record dall’aumento dei prezzi. Come ha ricordato lo stesso Trump: “Quando i prezzi del petrolio salgono, guadagniamo un sacco di soldi”.
L’Europa no. L’Europa non produce petrolio in quantità significative. Non ha riserve strategiche paragonabili a quelle americane. Non ha un piano B energetico credibile. E tuttavia si comporta come se fosse nella posizione di Washington — come se potesse permettersi il lusso di rifiutare il greggio russo per ragioni morali mentre la sua economia va in sofferenza. È la stessa dinamica che abbiamo analizzato nelle settimane precedenti su Il Politico Web: un continente che reagisce agli shock come un organismo privo di sistema nervoso centrale, incapace di distinguere tra ciò che è giusto e ciò che è necessario.
Nel frattempo, la Cina continua a ricevere petrolio iraniano attraverso lo Stretto di Hormuz — come abbiamo documentato nel nostro approfondimento sulla dark fleet — grazie a un’infrastruttura parallela costruita in anni di aggiramento sistematico delle sanzioni. Washington si è adattata sbloccando il greggio russo. Pechino non ha mai avuto bisogno di adattarsi, perché non ha mai smesso di comprare. L’unica che resta ferma, rigida, dottrinaria, è l’Europa. E il conto lo pagano i suoi cittadini.

L’Italia e la finestra che si sta chiudendo

In Italia, la decisione di Trump ha immediatamente riacceso il dibattito interno. Il M5S ha chiesto di riaprire agli acquisti di energia russa. La Lega spinge nella stessa direzione da giorni. Ma il punto non è la polemica tra partiti — è la posizione del governo.
Non intendiamo attaccare l’esecutivo Meloni, che su questa crisi si trova a navigare in un equilibrio oggettivamente difficile tra lealtà atlantica, pressione europea e interesse nazionale. Ma è proprio per questo che oggi serve un atto di chiarezza strategica. Il governo italiano non può continuare a seguire per inerzia una linea sanzionatoria europea che persino gli Stati Uniti — gli stessi che l’hanno promossa — hanno deciso di sospendere quando è diventata controproducente.
L’Italia importa energia. Non la produce. Dipende dalle rotte marittime del Golfo per il GNL e dal mercato internazionale per il greggio. Non ha nucleare. Non ha riserve strategiche degne di questo nome. In questo contesto, mantenere in piedi un embargo che non indebolisce la Russia — ma indebolisce noi — non è coerenza morale: è autolesionismo economico.
Il governo ha gli strumenti per agire. Può invocare la clausola di interesse nazionale per ottenere deroghe mirate al regime sanzionatorio europeo, come l’Ungheria fa sistematicamente. Può spingere in sede di Consiglio europeo per una revisione strutturale delle sanzioni energetiche, alla luce del nuovo contesto bellico. Può fare ciò che Washington ha fatto: mettere la tutela dei propri cittadini davanti all’ortodossia geopolitica.
Non si tratta di “cedere a Putin” o di “tradire l’Ucraina”. Si tratta di riconoscere una realtà che ormai è sotto gli occhi di tutti: le sanzioni energetiche alla Russia non funzionano — non hanno mai funzionato per l’obiettivo dichiarato — e il loro costo ricade in modo sproporzionato sull’Europa e sull’Italia. Continuare ad applicarle per non sembrare deboli, mentre gli americani le sospendono per sembrare forti, non è diplomazia. È subalternità.
L’Italia ha una finestra. Si sta chiudendo. Il prezzo del petrolio sale ogni giorno. Le bollette salgono ogni giorno. L’industria manifatturiera italiana, già colpita da quattro anni di caro energia post-2022, rischia il colpo di grazia. Se il governo aspetta che sia Bruxelles a cambiare idea, aspetterà troppo. Bruxelles non cambia idea: emette comunicati.
Questo è il momento in cui una Nazione decide se vuole essere protagonista della propria storia o spettatrice delle decisioni altrui.

Fonti

Euronews – L’UE contraria alla decisione degli Stati Uniti di alleggerire le sanzioni sul petrolio russo (13 marzo 2026)
ANSA – Il petrolio continua a correre, il Brent punta i 103 dollari (13 marzo 2026)
Il Foglio – Trump scatena i trumpiani italiani: M5S e Lega per aprire al petrolio russo (13 marzo 2026)
L’Unità – Caro petrolio, il “regalo” di Trump a Putin: via le sanzioni sul greggio russo (13 marzo 2026)
Giornale Adige – Sanzioni sul petrolio russo: gli USA le tolgono, l’Europa no (13 marzo 2026)
QualEnergia – Fin dove arriveranno i prezzi del petrolio con la guerra (13 marzo 2026)
ANSA – A New York il Brent si riporta sopra quota 100 dollari (13 marzo 2026)

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