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Italia

Salvini: “Basta sanzioni, non fermano la guerra”. E svela il conto pagato dalle imprese italiane

Bruno Bindel

Il vicepresidente del Consiglio interviene all'assemblea degli imprenditori italiani in Russia: «Non mi sembra che le sanzioni abbiano portato alla fine del conflitto». Intanto Parigi e Madrid continuano a comprare il gas di Mosca.

Riassunto dell'articolo

Matteo Salvini, intervenendo all'assemblea di Gim Unimpresa a Mosca il 16 luglio 2026, ha quantificato in 40 miliardi di euro il danno delle sanzioni per le imprese italiane, ha definito irrilevante la rinuncia al gas russo mentre Francia e Spagna continuano ad acquistarlo, ha criticato le sanzioni proposte contro il patriarca Kirill e ha indicato nel negoziato l'unica via per chiudere il conflitto. Sulla stessa linea anche Roberto Vannacci, fondatore di Futuro Nazionale, favorevole al ritorno agli acquisti di gas dalla Russia per abbassare i prezzi dell'energia.

Quaranta miliardi di euro. È questo, secondo Matteo Salvini, il conto che le sanzioni alla Russia hanno presentato alle imprese italiane costrette a interrompere le proprie attività oltre confine. Il vicepresidente del Consiglio lo ha detto in faccia a chi quel conto lo paga ogni giorno: gli imprenditori italiani ancora presenti in Russia, riuniti a Mosca per l’assemblea della loro associazione, Gim Unimpresa, alla quale il segretario della Lega è intervenuto in videoconferenza.

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Quaranta miliardi: il conto delle sanzioni per le imprese italiane

Il dato è di quelli che pesano: 40 miliardi di euro di danno diretto e indiretto per le aziende della Nazione che hanno smesso di operare sul mercato russo. Un prezzo pagato da chi produce, esporta e dà lavoro, mentre a Bruxelles si continua a discutere di nuove strette.
«Non mi sembra che le sanzioni abbiano portato alla fine del conflitto», ha osservato Salvini, aggiungendo l’auspicio che non arrivino «altri 20 pacchetti» prima della fine della guerra. Diciannove pacchetti in quattro anni non hanno fermato Mosca: hanno però colpito chi le sanzioni le ha adottate. Salvini ha ricordato di avere una lista di aziende italiane pronte a tornare a operare in Russia non appena il conflitto sarà chiuso.

Francia e Spagna comprano ancora il gas russo

Ed è qui che il discorso tocca il nervo scoperto. Rinunciare al gas russo, per Salvini, è una scelta «irrilevante in termini di fine del conflitto e condizionante per le nostre imprese e la nostra economia». Tanto più che diversi partner europei non vi hanno rinunciato affatto: Francia e Spagna continuano ad acquistare gas da Mosca, senza che da Bruxelles si levino obiezioni.
Il risultato è un mercato in cui le imprese italiane pagano l’energia più dei concorrenti, in una crisi di approvvigionamento che questa testata ha documentato analizzando la dipendenza dal gas del Qatar dopo il caso Ras Laffan. Il rigore sanzionatorio vale per Roma, la flessibilità per Parigi e Madrid.
E non è una battaglia di partito. Anche Roberto Vannacci, dall’opposizione, dice da mesi le stesse cose: «Dobbiamo tornare a comprare da Mosca perché maggiore sarà l’offerta e più bassi saranno i prezzi», ha dichiarato il fondatore di Futuro Nazionale, ricordando che Francia, Spagna, Portogallo, Belgio e Olanda hanno aumentato le importazioni di energia russa. Quando maggioranza e opposizione, su fronti diversi, arrivano alla stessa conclusione, il tema smette di essere ideologico e diventa una questione di interesse nazionale.

Il furore dei baltici arriva a colpire il patriarca Kirill

Nel suo intervento il vicepresidente del Consiglio ha indicato anche il punto in cui l’oltranzismo diventa fanatismo: una parte dell’Unione, in particolare i Paesi baltici, mostra verso Mosca un «furore» tale da proporre sanzioni contro il patriarca Kirill, capo della Chiesa ortodossa russa. Sanzionare una guida religiosa: a questo è arrivata la spirale punitiva di chi confonde la pressione diplomatica con la crociata ideologica.
E quando l’Alto rappresentante Kaja Kallas sostiene che l’Europa non dovrà avere rapporti con la Russia nemmeno a guerra finita, la replica di Salvini fotografa la distanza tra due visioni: «Non fa un buon servizio alla pace chi vuole portare la guerra a oltranza».

Il negoziato come unica via

Salvini ha ribadito la posizione che il governo ha sempre tenuto, distinguendo tra chi ha aggredito e chi è stato aggredito. Ma la distinzione morale non cancella la realtà strategica: questo conflitto, ha detto, «non si concluderà con un vincitore evidente», e potrà chiudersi solo al tavolo negoziale.
È la linea del realismo e dell’interesse nazionale, quella che questa testata ha delineato ragionando sulla via italiana ai rapporti con la Russia nel solco di Orbán. Le sanzioni alla Russia hanno impoverito le imprese italiane senza avvicinare la pace di un solo giorno: prenderne atto non è cedimento, è buon senso. Il tempo del furore ideologico è finito; quello del negoziato deve ancora cominciare.

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Bruno Bindel
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