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USA

Il braccio destro di Fauci confessa: «Così facevo sparire le email sul Covid»

Chiara Morganti

David Morens ha ammesso davanti a un giudice federale di aver aggirato le leggi sulla trasparenza per proteggere i finanziamenti americani ai laboratori di Wuhan. Fauci ha risposto invocando cento volte il Quinto Emendamento. Per anni chi faceva domande veniva chiamato complottista.

Riassunto dell'articolo

l 18 agosto 2026 David Morens, per sedici anni consigliere anziano nell'ufficio del direttore del NIAID guidato da Anthony Fauci, si è dichiarato colpevole davanti a un tribunale federale del Maryland di cospirazione per frodare gli Stati Uniti: ha ammesso di aver usato un account di posta personale per aggirare il Freedom of Information Act e di aver occultato documenti relativi ai finanziamenti americani alla ricerca sui coronavirus a Wuhan. La condanna è fissata per il 12 novembre 2026. Il 29 luglio 2026 Fauci ha invocato il Quinto Emendamento oltre cento volte davanti alla commissione Sicurezza interna del Senato presieduta da Rand Paul, che il 6 agosto lo ha dichiarato in oltraggio al Congresso con voto 8-5. Fauci beneficia di una grazia preventiva concessa da Joe Biden per i reati federali eventualmente commessi tra il 2014 e il gennaio 2025. A maggio 2026 l'ufficiale CIA James Erdman III ha testimoniato che gli analisti dell'agenzia conclusero più volte tra 2021 e 2023 a favore dell'ipotesi della fuga da laboratorio, conclusioni poi modificate ai vertici. Dal 2025 CIA, FBI e Dipartimento dell'Energia considerano la fuga da laboratorio l'ipotesi più probabile. Resta non dimostrata la costruzione artificiale del virus.

Il 18 agosto 2026, in un’aula federale del Maryland, David Morens si è dichiarato colpevole. Per sedici anni è stato consigliere anziano nell’ufficio del direttore del National Institute of Allergy and Infectious Diseases, il NIAID guidato fino al 2022 da Anthony Fauci. L’accusa che ha accettato è cospirazione per commettere reati e frodare gli Stati Uniti. La giudice Paula Xinis ha fissato la condanna per il 12 novembre. Rischia fino a cinque anni.
Non è un post su un forum. Non è un video di un canale marginale. È un verbale di tribunale.
Per cinque anni, chi ha chiesto di sapere come fossero stati spesi i soldi pubblici americani nei laboratori cinesi si è sentito rispondere con una parola sola: complottismo. Quella parola oggi vale quanto la carta su cui era stampata.

CREAZIONE SITI WEB
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Cosa ha ammesso davvero David Morens

Gli atti sono precisi. Dopo che il National Institutes of Health aveva revocato il finanziamento denominato “Understanding the Risk of Bat Coronavirus Emergence” — assegnato dal NIAID a un’organizzazione americana che ne girava una parte all’Istituto di virologia di Wuhan — Morens e altri si accordarono per iscritto per sottrarre le proprie comunicazioni allo sguardo pubblico.
Il metodo era rudimentale e per questo efficace: far passare gli affari ufficiali attraverso un account Gmail personale invece che dalla posta istituzionale, nella previsione esplicita che quelle comunicazioni sarebbero state richieste in base al Freedom of Information Act. Su quel canale circolavano informazioni non pubbliche del NIH, strategie per far ripristinare il finanziamento cancellato, correzioni alle bozze delle lettere che l’organizzazione beneficiaria avrebbe inviato ai vertici del NIH.
In una email resa pubblica dalla commissione d’inchiesta della Camera, Morens scriveva di aver imparato dalla funzionaria addetta alle richieste di accesso agli atti come far sparire i messaggi prima che partisse la ricerca. In un’altra spiegava che poteva mandare i documenti a Fauci sulla posta privata, perché il capo era troppo accorto per farsi arrivare in ufficio materiale capace di creare guai.
C’è anche la parte squallida: in cambio delle sue manovre, Morens ricevette regali indebiti, bottiglie di vino, la promessa di cene.

Fauci e le cento volte in cui non ha risposto

Il 29 luglio 2026 Fauci si è presentato davanti alla commissione Sicurezza interna del Senato, presieduta da Rand Paul, dopo essere stato convocato per via di un mandato di comparizione. Ha invocato il Quinto Emendamento oltre cento volte, rifiutando di rispondere a qualsiasi domanda. Nella dichiarazione d’apertura ha accusato il presidente della commissione di ossessione personale.
Il 6 agosto la commissione ha votato 8 a 5 per dichiararlo in oltraggio al Congresso e ha rinviato la decisione al Dipartimento di Giustizia.
Qui c’è il paradosso che dice tutto sul funzionamento reale del potere americano. Fauci non rischia processi per ciò che ha fatto tra il 2014 e l’inizio del 2025: Joe Biden, poche ore prima di lasciare la Casa Bianca, gli ha concesso una grazia preventiva per qualsiasi reato federale eventualmente commesso in quell’arco di undici anni. Una grazia per fatti non contestati, non giudicati, non nominati. Una assoluzione in bianco.
Un uomo graziato in anticipo per reati mai indicati, che poi si rifiuta di dire cosa ha fatto perché teme di incriminarsi. La formula è già una risposta.

I diari e il perimetro dell’intelligence

Il 25 luglio Rand Paul ha reso pubbliche oltre millecento pagine di diari personali di Fauci, dal dicembre 2019 al dicembre 2022. Le pagine hanno colpito per la vanità — le annotazioni sulla propria fama mentre i morti si contavano a migliaia — ma il materiale politicamente pesante è un altro.
I documenti diffusi a giugno 2026 dalla stessa commissione fanno risalire al 2003 i rapporti di Fauci con l’apparato di sicurezza nazionale e con i servizi: revisione di rapporti della CIA e del National Intelligence Council sulle minacce biologiche, anni prima del Covid. Nello stesso pacchetto compare l’email in cui Fauci indirizza il virologo Kristian Andersen a segnalare all’FBI e all’MI5 le sue perplessità sul sito di taglio della furina, la peculiarità genetica che rendeva il nuovo virus sospetto agli occhi degli specialisti.
Secondo la ricostruzione della biologa molecolare Sigrid Bratlie, pubblicata sul Free Press, i diari contengono anche riflessioni su come muoversi in una zona grigia rispetto alla Convenzione sulle armi biologiche, e traccia di un viaggio programmato in Iraq con la CIA per cercare gli arsenali di Saddam Hussein mai trovati.
Ufficialmente era un funzionario della sanità pubblica. Di fatto stava a cavallo tra il settore civile e quello militare, e nessuno lo aveva mai eletto.

L’edit dell’una e cinquantatré

Il 13 maggio 2026 un ufficiale operativo anziano della CIA, James Erdman III, ha testimoniato sotto giuramento davanti alla stessa commissione del Senato. Il quadro che ha descritto è quello di un circuito chiuso.
Gli analisti scientifici della CIA, ha dichiarato, conclusero più volte tra il 2021 e il 2023 che la fuga da un laboratorio era l’origine più probabile del Covid. Quelle conclusioni non arrivarono mai al racconto ufficiale e il Congresso non ne fu informato. Nella revisione condotta tra il 2022 e il 2023, sei dei sette esperti tecnici della squadra sostenevano la fuga dal laboratorio. Poi una modifica notturna, all’una e cinquantatré, trasformò la conclusione in una formula anodina: forse non sapremo mai con precisione l’origine del virus.
Erdman ha aggiunto il particolare decisivo. In due momenti chiave — il 3 febbraio 2020 e il 4 giugno 2021, quando la comunità di intelligence avviò la revisione di novanta giorni — fu Fauci a fornire agli analisti l’elenco degli esperti da consultare. Erano, in larga parte, gli stessi che avevano firmato l’articolo destinato a liquidare l’ipotesi del laboratorio.
Chi finanziava la ricerca sceglieva chi doveva giudicarla. E il risultato veniva presentato al mondo come consenso scientifico indipendente.
Nel gennaio 2025 la CIA ha comunque cambiato posizione: fuga dal laboratorio come ipotesi più probabile. Sulla stessa linea si erano già collocati l’FBI e il Dipartimento dell’Energia. La portavoce dell’agenzia, pur bollando l’audizione come teatro politico, lo ha confermato.

Dove comincia tutto: i soldi del 2001

Per capire come si sia arrivati fin qui bisogna tornare all’autunno del 2001. Dopo l’11 settembre e le lettere all’antrace recapitate a giornalisti e politici, l’amministrazione Bush affidò a Fauci il compito di guidare la risposta nazionale alle minacce biologiche. Con il compito arrivarono i soldi.
I numeri sono pubblici e non li contesta nessuno. La spesa del NIAID per la biodifesa passò da poche decine di milioni di dollari nel 2001 a circa 1,7 miliardi nel 2005. Tra il 2002 e il 2003 il salto fu di sei volte, da 270 milioni a 1,75 miliardi. Complessivamente gli Stati Uniti hanno impegnato nella biodifesa civile qualcosa come sessanta miliardi di dollari.
Non tutti applaudirono. Nel 2005 oltre settecentocinquanta microbiologi firmarono una lettera aperta al direttore del NIH per denunciare uno spostamento di priorità che sottraeva risorse alla ricerca di base. Fauci respinse le obiezioni. Il denaro continuò a scorrere, e con esso una logica: per difendersi da un agente patogeno bisogna prima costruirlo, o almeno renderlo più aggressivo per studiarlo. È la ricerca cosiddetta a guadagno di funzione, il gain-of-function, sconsigliata da una parte consistente della comunità scientifica e finanziata lo stesso, in patria e all’estero.

DEFUSE, il progetto che il Pentagono respinse

Il documento più imbarazzante porta la data del 2018. Si chiama DEFUSE: una richiesta di finanziamento da 14,2 milioni di dollari presentata alla DARPA, l’agenzia di ricerca avanzata del Ministero della Difesa americano, dall’organizzazione EcoHealth Alliance insieme all’Istituto di virologia di Wuhan e all’Università della Carolina del Nord.
Tra le attività proposte c’era l’inserimento di siti di taglio della furina ottimizzati per l’uomo in coronavirus di pipistrello. Esattamente la caratteristica che due anni dopo avrebbe reso il SARS-CoV-2 anomalo agli occhi dei virologi.
La DARPA respinse la proposta, citando proprio i rischi della ricerca a guadagno di funzione e il pericolo per le comunità locali. Il progetto restò segreto fino al 2021, quando fu un gruppo di ricercatori indipendenti a farlo emergere. Quindici agenzie federali erano state informate nel 2018. Nessuna disse una parola quando, alla fine del 2019, un virus con quelle caratteristiche comparve a Wuhan.

La stampa che si è fatta ufficio stampa

C’è un ultimo pezzo, ed è quello che riguarda più da vicino il nostro mestiere. Terry Moran, per anni corrispondente di ABC News, ha raccontato che nel 2021 il suo servizio per Nightline sull’ipotesi del laboratorio fu riscritto poche ore prima della messa in onda. Passò dai legali, dall’ufficio standard e — così gli fu detto — da Fauci. Il risultato, dice, era incomprensibile. Ha parlato dell’unico episodio di censura vera della sua carriera. Moran non è un uomo di destra: nel 2025 ha lasciato la rete dopo un attacco frontale a Donald Trump, e ancora oggi difende Fauci come servitore dello Stato.
Proprio per questo la sua testimonianza pesa il doppio.

Il conto che tocca anche a noi

Qui la vicenda smette di essere americana. Perché le chiusure, gli obblighi, le certificazioni verdi, la sospensione dal lavoro di chi non si adeguava, l’aggressione verbale sistematica contro chi poneva domande: tutto questo, in Italia e in Europa, fu costruito su un’autorevolezza che veniva da lì. Da quell’uomo, da quel circuito di esperti, da quel consenso fabbricato.
Le nostre libertà furono sospese sulla base di un racconto che oggi un tribunale federale americano sta smontando pezzo per pezzo.
In Italia la commissione parlamentare d’inchiesta sta facendo il proprio lavoro, tra le tre ore di autodifesa di Giuseppe Conte e le testimonianze giurate sul sistema delle consulenze e delle mascherine. E il fronte giudiziario sui contratti e sulle somministrazioni attraversa ormai tribunali e parlamenti di mezzo Occidente. Il leader del Movimento Diritti Civili, Franco Corbelli, ha chiesto che vengano auditi anche Mario Draghi e Roberto Speranza, per rispondere del loro operato e delle affermazioni con cui fu giustificata la campagna di vaccinazione di massa.
È una richiesta ragionevole. Chi ha imposto scelte a una Nazione intera deve poterle spiegare a quella Nazione.

Cosa resta stabilito e cosa resta aperto

Serve precisione, perché su questa materia l’approssimazione ha già fatto abbastanza danni.
Non è dimostrato che il SARS-CoV-2 sia stato costruito in laboratorio. Non esiste, ad oggi, una prova documentale del momento e del modo in cui il virus è passato all’uomo. Chi promette certezze definitive vende fumo, esattamente come lo vendeva chi cinque anni fa garantiva l’origine naturale come fatto acquisito.
Ciò che è stabilito è altro, ed è già enorme. È stabilito che il denaro pubblico americano finanziava a Wuhan ricerche su virus simili alla Sars. È stabilito che un consigliere anziano del NIAID ha ammesso in tribunale di aver occultato e distrutto documenti su quei finanziamenti. È stabilito che analisti dei servizi che propendevano per l’ipotesi del laboratorio furono corretti dall’alto. È stabilito che l’uomo al centro di tutto, oggi, davanti al Senato, sceglie di non rispondere.
L’origine del Covid in laboratorio non è più una tesi da emarginare. È l’ipotesi che le agenzie americane considerano più probabile, mentre chi doveva vigilare confessa di aver cancellato le carte.
E se dopo tutto questo il dubbio resta, non è colpa di chi lo solleva. È il prodotto voluto di chi ha passato cinque anni a rendere impossibile accertarlo.

Fonti

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Chiara Morganti
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