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Italia

Di Battista sta male a Cuba. Con Putin di mezzo si sarebbe gridato all’avvelenamento

Antonio Antipari

Un critico feroce di USA e Israele crolla all’estero e il lessico è solo “malore”. Se avesse attaccato il Cremlino, il sospetto sarebbe già in prima pagina.

Riassunto dell'articolo

Alessandro Di Battista è ricoverato in gravi condizioni a Cuba dopo un malore con forte mal di testa; non c'è diagnosi ufficiale. L'articolo non avanza ipotesi sulla causa, ma confronta la reazione dei media: quando un critico di Putin si sente male all'estero il sospetto di avvelenamento viene formulato subito, mentre per un critico sistematico di USA e Israele la parola non compare. L'asimmetria non si spiega con le capacità operative extraterritoriali, documentate per tutti gli attori, e interroga la reale libertà del dibattito occidentale.

Il caso Di Battista a Cuba merita, prima di ogni altra cosa, un augurio sincero. L’ex deputato del Movimento 5 Stelle, 48 anni compiuti il 4 agosto, è stato ricoverato nella serata di venerdì 28 agosto nell’ospedale di Santa Clara, a circa trecento chilometri dall’Avana, dopo un forte mal di testa seguito da un malore. Le condizioni sono state definite gravi. Ha ripreso conoscenza ed è in trasferimento verso la capitale. Si trovava sull’isola per una serie di reportage per il Fatto Quotidiano e TvLoft. Nessuna diagnosi ufficiale è stata comunicata. Tutto ciò che segue non riguarda la sua salute, sulla quale nessuno può dire nulla, ma il modo in cui il sistema dell’informazione ha scelto di raccontarla.

CREAZIONE SITI WEB
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Cosa sappiamo del malore di Di Battista a Cuba

I fatti sono pochi e vanno tenuti separati da ogni interpretazione. Il ricovero è avvenuto a Santa Clara, non all’Avana come indicato in un primo momento anche dal ministro degli Esteri Antonio Tajani, che ha poi corretto. L’ambasciatrice italiana Simona De Martino si è recata in ospedale. La Farnesina è in contatto con la famiglia dalla notte. La solidarietà è stata immediata e trasversale, da Fratelli d’Italia a Forza Italia, dal PD ad Azione.

L’ultimo contenuto pubblicato da Di Battista sui social prima del malore era una storia Instagram con un video da Gaza. È un dettaglio, ma è un dettaglio che qualunque redazione avrebbe messo in apertura se il protagonista fosse stato un altro.

Il copione che scatta quando di mezzo c’è Putin

Immaginiamo lo stesso comunicato con un nome diverso. Un critico sistematico del Cremlino, all’estero per un reportage, accusa un forte mal di testa e perde conoscenza. Non serve immaginare troppo, perché il copione lo conosciamo a memoria. Nel giro di poche ore la parola “avvelenamento” compare nei titoli, i talk show convocano l’esperto di tossicologia, si ricordano i precedenti e si chiede a gran voce un’indagine indipendente.

Il riflesso non dipende dal luogo. Aleksandr Litvinenko è morto a Londra nel 2006. Sergej Skripal è stato colpito a Salisbury nel 2018. Zelimkhan Khangoshvili è stato ucciso nel Tiergarten di Berlino nel 2019. In tutti questi casi il sospetto è stato formulato subito, e in tutti questi casi si è poi rivelato fondato. La lezione che l’Occidente ne ha tratto è che la Russia può arrivare ovunque. È una lezione corretta.

Il copione che non scatta mai

Di Battista non ha criticato il Cremlino. Da anni denuncia l’embargo americano contro Cuba, ed era sull’isola proprio per documentarne gli effetti. Da mesi attacca quotidianamente la condotta di Israele a Gaza e in Medio Oriente, con un’insistenza che gli è costata l’ostilità di gran parte del sistema mediatico italiano. Poi si sente male, all’estero, con sintomi improvvisi e gravi. E il lessico scelto da tutti, senza eccezione, è “malore”.

Nessuno ha scritto la parola che nell’altro caso sarebbe stata la prima. Nessuno ha convocato un tossicologo. Nessuno ha chiesto, nemmeno in forma dubitativa, che gli accertamenti clinici escludano ogni ipotesi non naturale. Con ogni probabilità la spiegazione sarà quella più semplice e più dolorosa, un evento cerebrovascolare, come accade a persone di quell’età in ogni parte del mondo. Ma il punto non è la diagnosi. Il punto è che la domanda non è stata neppure pronunciata.

Anche Israele e Stati Uniti arrivano ovunque

La differenza non si spiega con le capacità. Israele ha ucciso Mahmoud al-Mabhouh in un albergo di Dubai nel 2010, ha eliminato Mohsen Fakhrizadeh alle porte di Teheran nel 2020 e nel settembre 2024 ha fatto esplodere migliaia di cercapersone in Libano. Gli Stati Uniti hanno colpito Qassem Soleimani all’aeroporto di Baghdad nel gennaio 2020. Sono operazioni extraterritoriali documentate, rivendicate o ampiamente attribuite, contro bersagli considerati ostili.

Questo non significa in alcun modo che qualcuno abbia colpito Di Battista. Significa che il criterio con cui l’Occidente decide quando sospettare non è la capacità nota di uno Stato di agire fuori dai propri confini. Se lo fosse, il sospetto scatterebbe in entrambe le direzioni. Scatta in una sola.

Perché nessuno fa la domanda

Le risposte possibili sono tre e vanno tenute aperte. La prima è che il curriculum russo includa specificamente avvelenamenti di critici e dissidenti, mentre quello americano e israeliano riguardi nemici militari, e che quindi la diversa reazione sia razionale. La seconda è che il sistema dell’informazione italiano, dopo tre anni di guerra in Ucraina e due di Gaza, abbia interiorizzato un allineamento per cui certe ipotesi sono pronunciabili e altre no. La terza è che l’asimmetria valga anche al contrario: se a sentirsi male a Cuba fosse stato un giornalista di destra, il tema del giorno sarebbe stato la sanità cubana al collasso, con il 70% dei farmaci essenziali mancanti secondo i dati dello stesso regime.

Chi scrive non ha la risposta. Nota però che Di Battista è, per il dibattito italiano, una figura scomoda in modo simmetrico: troppo antiamericano per la destra atlantista, troppo fuori dal perimetro per il centrosinistra, in rotta con l’ex partito, come raccontato nel nostro pezzo sulla partita del simbolo del Movimento 5 Stelle. Quando una persona non ha protettori in nessun campo, le domande sul suo conto non le fa nessuno.

L’Occidente ha smesso di farsi domande

La libertà di pensiero non si misura dalla possibilità teorica di dire tutto, ma dal fatto che certe ipotesi vengano davvero formulate quando i fatti lo consentirebbero. Sul caso Di Battista a Cuba il sistema dell’informazione ha mostrato di avere un riflesso condizionato attivo in una sola direzione. Non è censura. È qualcosa di più sottile: un’abitudine a non chiedere. Auguriamo ad Alessandro Di Battista di tornare presto a farle, le domande, comprese quelle che a noi non piacciono. Nel frattempo, la domanda su chi ha smesso di farle resta aperta.

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Antonio Antipari
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