Mentre gli italiani morivano e gli ospedali rincorrevano le mascherine, dietro l’emergenza si muoveva un altro mercato. È il sospetto che la commissione Covid porta alla luce audizione dopo audizione, con le forniture di mascherine e tamponi al centro delle testimonianze: un giro di consulenze, percentuali e relazioni che ruotava attorno alle commesse pubbliche più preziose del 2020. Al centro c’è un nome, quello dell’avvocato Luca Di Donna, e un luogo, lo studio Alpa, dove prima di entrare a Palazzo Chigi aveva lavorato Giuseppe Conte.
Cosa emerge dalle audizioni sulle mascherine Covid
Il quadro ricostruito davanti alla commissione presieduta da Marco Lisei è fatto di testimonianze rese sotto giuramento e in larga parte coincidenti. Più imprenditori raccontano di essere stati avvicinati dallo stesso professionista, l’avvocato Di Donna, ex collega di studio di Conte presso lo studio del giurista Guido Alpa, mentore dell’ex premier scomparso da tempo.
Lo schema che descrivono è ricorrente. A Giovanni Buini, titolare della Ares Safety, sarebbe stata proposta una “commissione” di decine di milioni su una fornitura di dispositivi. A Dario Bianchi, della JC Electronics, una percentuale del dieci per cento su un contratto da ventidue milioni per dieci milioni di mascherine. A Francesco Alcaro, della Jarvit, il cinque per cento su un finanziamento pubblico da tre milioni.
Il caso più discusso riguarda la Adaltis. Il general manager Marco Spadaccioli ha riferito di aver versato circa 454mila euro a Di Donna e a un altro legale dello studio Alpa per un’attività di consulenza. È l’unica azienda, fra quelle ascoltate, ad aver pagato e ad aver poi ottenuto due forniture di kit molecolari.
Il sospetto del sistema: pagavi, ottenevi la commessa
È qui che la vicenda delle consulenze dello studio Alpa smette di essere un episodio e diventa una domanda politica. Il filo che unisce le deposizioni è sempre lo stesso: chi accettava di pagare la consulenza otteneva la commessa dalla struttura commissariale guidata da Domenico Arcuri; chi rifiutava restava a mani vuote e, in più di un racconto, subiva controlli, sequestri o l’annullamento degli ordini già avviati.
La struttura commissariale operava in deroga quasi totale al codice degli appalti, senza il controllo preventivo della Corte dei Conti e sotto uno scudo erariale che copriva tutto salvo il dolo. Un perimetro dentro il quale, secondo le contestazioni di Fratelli d’Italia, il nome pronunciato al momento giusto valeva più di qualsiasi requisito tecnico.
Il rapporto tra Di Donna e Conte, sostiene la maggioranza, era la credenziale. Non un legame istituzionale, ma un biglietto da visita: la vicinanza allo studio dove l’ex premier aveva esercitato bastava, nei racconti degli imprenditori, a rassicurare e a far capire che quello non era un accesso aperto a tutti.
La linea di difesa dell’ex premier
Conte respinge tutto. Dice di non sapere nulla delle attività professionali di Di Donna, di aver lasciato lo studio una volta arrivato a Palazzo Chigi e di non aver mai avuto alcun interessamento, diretto o indiretto, su imprese o consulenti in rapporti con l’amministrazione pubblica. Ricorda che l’inchiesta della magistratura è stata archiviata e annuncia querele contro chi, a suo dire, rimesta nel fango.
Sul piano giudiziario, allo stato, non risultano ipotesi di reato a suo carico. È un punto da tenere fermo: la commissione d’inchiesta non è un tribunale, e le testimonianze raccolte non equivalgono a una condanna. Lo stesso ex premier si è detto disponibile a farsi ascoltare come persona informata sui fatti.
Il Movimento che voleva moralizzare
Eppure il dato politico resta, e pesa. Perché la gestione dell’emergenza Covid che oggi finisce sotto la lente porta la firma di chi aveva fatto della moralità la propria ragione sociale. Il Movimento nato per aprire il Parlamento come una scatoletta di tonno, per cacciare la casta e restituire onestà alle istituzioni, si ritrova al centro del sospetto di una mangiatoia costruita proprio nel momento più drammatico della vita nazionale.
Non è un dettaglio. È lo scarto tra la predica e i fatti che i grillini hanno rinfacciato per anni a tutti gli altri. Mentre la Nazione contava i morti, il denaro pubblico destinato a proteggerla sarebbe passato, secondo le testimonianze, attraverso un pedaggio di relazioni. Gli imprenditori onesti che volevano davvero contribuire a fronteggiare la crisi diventano, in questo racconto, le vittime; il ceto degli intermediari, i beneficiari.
È la parabola di un movimento che prometteva di abbattere il sistema e che, nel racconto della commissione, quel sistema lo avrebbe soltanto ereditato e gestito. È la stessa deriva che abbiamo documentato quando il Movimento 5 Stelle è diventato la palude della politica italiana: la fine di una grammatica morale che si diceva di incarnare.
Conte potrà chiarire in commissione. Ma la domanda che il caso mascherine consegna alla cronaca è più grande di una parcella: chi ha guadagnato sulla pelle degli italiani, mentre gli italiani morivano?
Fonti
- il Giornale – Soldi all’ex collega e il “meccanismo” Covid
- Fanpage – Scontro in commissione Covid sul caso consulenze
- Fanpage – Lisei (FdI) sul caso consulenze
- Libero Quotidiano – Le costose parcelle degli amici di Conte
- Il Riformista – Esplode il caso Di Donna
- Secolo d’Italia – Scandalo mascherine, nuovi dettagli

