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Italia

Conte in commissione Covid: tre ore di autodifesa, nessuna risposta sulle ombre

Antonio Antipari

L’ex premier si presenta a San Macuto da vittima e sfida Meloni. Ma mentre lui si autoassolve, l’assoluzione vera è quella di Roberto Rigoli, il medico dei tamponi rapidi finito alla gogna. E la sua domanda sui molecolari da 100 euro pesa più di tre ore di relazione.

Riassunto dell'articolo

Il 6 agosto 2026 Giuseppe Conte è stato ascoltato dalla commissione parlamentare d’inchiesta sul Covid: tre ore di autodifesa in cui ha negato ogni illecito, ha definito la commissione un «plotone d’esecuzione» e ha consegnato alla procura di Roma un dossier anonimo sulle mascherine JC Electronics. Giorgia Meloni ha replicato che la verità sulla pandemia «è un diritto degli italiani». Nella stessa settimana Roberto Rigoli, coordinatore delle microbiologie venete assolto perché il fatto non sussiste nel processo sui tamponi rapidi, ha sollevato una questione economica: i tamponi molecolari refertati dai privati costavano 100-120 euro contro 10 di costo effettivo, mentre i rapidi introdotti dal Veneto scesero fino a 2,5 euro, riducendo drasticamente i margini dei laboratori privati.

L’audizione di Conte in commissione Covid, attesa per due anni e sfumata più volte, si è finalmente celebrata il 6 agosto a Palazzo San Macuto. Tre ore di relazione, un dossier anonimo sventolato in apertura e una linea difensiva chiara: nessun illecito, l’Italia come modello, la colpa sempre di qualcun altro. Ma le ombre di quella stagione non si dissolvono con un’autodifesa. E la stessa settimana, da Treviso, arriva la voce di chi quella stagione l’ha pagata sulla propria pelle: Roberto Rigoli, il medico dei tamponi rapidi, assolto dopo anni di gogna. Con una domanda che vale più di mille relazioni.

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Cosa ha detto Conte in commissione Covid

L’ex presidente del Consiglio ha aperto definendo la commissione «un plotone d’esecuzione» concepito contro di lui e «una gabbia di protezione» per gli amministratori locali dei partiti di maggioranza. Poi la rivendicazione totale: «Potete scavare quanto volete: non troverete mai qualcosa di illecito per quel che mi riguarda».
Il colpo di teatro è arrivato subito: Conte ha annunciato di aver consegnato alla procura di Roma un verbale del 2022, ricevuto per lettera anonima con i nomi oscurati, relativo alla fornitura di mascherine della JC Electronics. Un documento piovuto dal nulla, a pochi giorni dall’audizione, con una tempistica che definire curiosa è un esercizio di cortesia.
Sui DPCM, l’ex premier ha parlato di «collaudata tecnica del bilanciamento» dei diritti fondamentali. Sull’obbligo vaccinale, lo scaricabarile: «Io sono andato via dal governo a febbraio 2021», dopo c’è stato Draghi. Sulle domande più scomode — le consulenze dell’avvocato Luca Di Donna, ex collega di studio, al centro delle testimonianze giurate degli imprenditori delle mascherine di cui abbiamo ricostruito il sistema — nessuna risposta nuova.

Il duello con Meloni

Uscito da San Macuto, Conte ha alzato il tiro: Giorgia Meloni sarebbe «la regista» degli attacchi contro di lui. «Non è meglio che mi affronti politicamente?», ha aggiunto, trasformando un’audizione parlamentare in un comizio.
La risposta del presidente del Consiglio è arrivata sui social, ed è di quelle che chiudono il discorso: la commissione «non è un processo a una persona», ma «un dovere verso una nazione che ha pagato un prezzo altissimo». E ancora: «La verità sulla pandemia non è un attacco politico. È un diritto degli italiani».
La distanza tra i due formati è già un giudizio. Galeazzo Bignami, come abbiamo raccontato, si è dimesso, ha giurato e ha risposto nel merito davanti a un’aula disertata dalle opposizioni. Conte ha impiegato due anni per arrivare allo stesso tavolo, e ci si è seduto da imputato immaginario di un processo che nessuno gli ha mai intentato.

Il caso Rigoli, lo specchio di quella stagione

Mentre a Roma andava in scena l’autodifesa, da Treviso parlava un uomo che di quella stagione è stato prima eroe, poi mostro, infine assolto. Roberto Rigoli, coordinatore delle microbiologie venete durante l’emergenza e artefice della campagna dei tamponi rapidi, è stato prosciolto perché il fatto non sussiste dalle accuse di falso ideologico, turbativa d’asta e frode processuale.
Il caso Rigoli tamponi rapidi era nato da un esposto di Andrea Crisanti, il microbiologo diventato poi senatore del Partito Democratico. Ne erano seguiti pedinamenti, intercettazioni, una puntata di Report e anni di mostrificazione pubblica. Oggi la giustizia ha ristabilito i fatti: l’innocenza era così evidente che il giudice ha assolto a processo ancora in corso. E ora è Sigfrido Ranucci, con due suoi giornalisti, a trovarsi a giudizio per diffamazione aggravata.
Ecco la doppia morale di quegli anni: chi lavorava sul territorio, abbattendo i costi per la sanità pubblica, finiva imputato. Chi governava da Palazzo Chigi, tra commissari straordinari e commesse milionarie, oggi si presenta in Parlamento da vittima.

Tamponi molecolari a 100 euro: la domanda economica

Ma è un’altra la parte più pesante delle parole di Rigoli, affidate al Corriere del Veneto. Nel pieno della pandemia i laboratori pubblici non riuscivano a processare tutti i tamponi molecolari e si appoggiavano alle strutture private, che refertavano ogni test tra i 100 e i 120 euro, a fronte di un costo effettivo di circa 10 euro. Migliaia di test a settimana: un giro d’affari colossale.
I test rapidi introdotti dal Veneto costavano 12 euro, scesi a 4,5 con una gara regionale e infine a 2,5. Un abbattimento dei costi per le Usl che significava, specularmente, un crollo dei guadagni per i privati. Da qui la domanda che Rigoli lascia sul tavolo: «sarebbe sconcertante scoprire» che dietro la difesa a oltranza dei molecolari non ci fosse una ragione scientifica ma economica.
È un condizionale, non una sentenza. Ma è la domanda giusta. Perché la pandemia non è stata soltanto un’emergenza sanitaria: è stata anche un mercato. E il perimetro di quel mercato — mascherine, tamponi, consulenze — è esattamente ciò che la commissione sta ricostruendo, audizione dopo audizione, insieme ai fronti giudiziari aperti sui vaccini in mezza Europa.

Le domande che restano dopo l’audizione

L’audizione di Conte in commissione Covid lascia sul tavolo tutto ciò che c’era prima: le testimonianze giurate sul sistema delle consulenze, la commessa JC Electronics, l’incontro con Domenico Arcuri, la gestione degli acquisti nell’emergenza. Tre ore di relazione non hanno sciolto un solo nodo.
Chi disturbava il mercato, come Rigoli, ha conosciuto la gogna e ha dovuto attendere anni per un’assoluzione. Chi quel sistema lo ha governato chiede oggi di essere creduto sulla parola. La commissione non è un tribunale e non emette sentenze. Ma la verità su quegli anni, come ha ricordato Meloni, non è un attacco politico: è un diritto degli italiani. E le ombre, finché nessuno risponde nel merito, restano tutte al loro posto.

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Antonio Antipari
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