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Italia

Legge elettorale, il Senato rimette le preferenze: ora il nodo è la soglia del 3%

Antonio Antipari

Emendamento Lisei approvato con 97 sì, ballottaggio Pera accantonato, premio al 42% confermato. Ma lo scambio tra soglia e firme può chiudere il Parlamento alle forze nuove. Voto finale il 15 settembre, terza lettura alla Camera dal 28.

Riassunto dell'articolo

Il 10 settembre 2026 il Senato ha approvato con 97 sì e 67 no l'emendamento Lisei che reintroduce le preferenze nella nuova legge elettorale (Stabilicum): liste da sette candidati, capolista bloccato, fino a tre preferenze con alternanza di genere dal secondo nome. Respinto il subemendamento Parrini (Pd) per le preferenze senza capilista bloccati. Accantonato il ballottaggio proposto da Marcello Pera; confermato il premio di governabilità al 42% (70 seggi alla Camera, 35 al Senato). Restano aperti la proposta di Forza Italia di cancellare la soglia del 3% alzando le firme a 9.000-10.000 per circoscrizione, la norma anti-frammentazione e le quote di genere sui capilista. Voto finale al Senato il 15 settembre, terza lettura alla Camera dal 28 settembre.

La legge elettorale al Senato ha superato il passaggio più delicato. Il 10 settembre l’Aula di Palazzo Madama ha approvato con 97 sì, 67 no e 2 astenuti l’emendamento unitario del centrodestra che reintroduce le preferenze, a prima firma Marco Lisei di Fratelli d’Italia. Poche ore prima aveva respinto, con 99 voti contro 68, il subemendamento del senatore dem Dario Parrini che voleva le preferenze senza capilista bloccati. Lo Stabilicum esce dal Senato diverso da come vi era entrato, e il 15 settembre arriva il voto finale. Poi tornerà alla Camera, dal 28 settembre, per la terza lettura.

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Cosa cambia nella legge elettorale dopo il voto del Senato

La novità principale è il ritorno del voto di preferenza, assente dalle elezioni politiche dal 1993. Ogni lista nel collegio plurinominale avrà sette candidati. Il primo, il capolista, resta bloccato: viene eletto per primo se la lista conquista almeno un seggio. Sugli altri sei l’elettore può tracciare fino a tre croci, purché le preferenze riguardino candidati di sesso diverso, pena l’annullamento della seconda e della terza.

Cade invece la regola del Rosatellum che imponeva l’equilibrio 60-40 tra i generi sui capilista. L’alternanza parte dal secondo nome in lista. Su questo punto le opposizioni hanno già annunciato battaglia, e qualche perplessità è affiorata anche in Forza Italia.

Il resto dell’impianto approvato alla Camera il 16 luglio non si tocca. Il premio di governabilità resta fissato a 70 seggi alla Camera e 35 al Senato per la coalizione che supera il 42% in entrambi i rami, con il tetto di 220 deputati e 113 senatori. Sotto quella soglia, proporzionale puro.

Il ballottaggio è finito in soffitta

Il secondo turno non ci sarà. L’emendamento di Marcello Pera, che proponeva il premio al 48% al primo turno e un ballottaggio tra le coalizioni sopra il 38%, è stato accantonato al vertice degli sherpa del centrodestra nella sede di Fratelli d’Italia. La Lega non lo ha mai voluto, Forza Italia nemmeno. Meloni ha preferito non aprire un fronte in più.

La scelta è coerente con la logica dello Stabilicum fin dal primo giorno: la maggioranza si conquista in un turno solo, con la soglia del 42% come spartiacque. Il ballottaggio avrebbe reso il sistema più simile a quello dei sindaci, ma anche più esposto agli accordi dell’ultima ora tra le forze escluse.

Preferenze con capilista bloccati: la maggioranza ha tenuto

Il dato politico della giornata è la tenuta della coalizione. A luglio, alla Camera, l’emendamento sulle preferenze era caduto per un solo voto a scrutinio segreto, con Fratelli d’Italia che aveva votato insieme a Futuro Nazionale contro il parere di Lega e Forza Italia. Meloni ne era uscita ferita. Al Senato il Partito Democratico ha provato a riaprire quella crepa ripresentando la stessa formula delle preferenze libere.

Fratelli d’Italia ha scelto di rispettare il patto con gli alleati. Lucio Malan, capogruppo a Palazzo Madama, lo ha detto in Aula: tra un emendamento strumentale e il mantenimento degli accordi di maggioranza, nessun dubbio. Il governo si è rimesso all’Aula e il centrodestra ha votato compatto. Meloni la sera ha rivendicato il risultato: le preferenze tornano perché il centrodestra ha scelto di rimetterle.

Resta il compromesso del capolista bloccato, che avevamo già criticato a giugno. Un eletto su sette per lista continua a essere deciso dalle segreterie. È meno di quanto chiedeva il partito di Meloni in origine, ma è più di quanto l’Italia abbia avuto negli ultimi trentatré anni.

Il nodo vero: soglia del 3% contro firme

La partita che nessuno racconta è un’altra. In discussione c’è la proposta di Forza Italia di cancellare la soglia di sbarramento del 3% per le liste, compensandola con un aumento delle firme richieste per presentarsi. Il nuovo impianto porta il minimo da 1.500 a 9.000 firme e il massimo da 2.000 a 10.000 per ciascuna circoscrizione, per le formazioni non rappresentate in Parlamento.

Sulla carta è una misura contro le liste civetta. Nella sostanza sposta il filtro dalle urne alle segreterie. Con la soglia del 3% chi entra alla Camera lo decidono gli elettori. Con le firme a 10.000 lo decide la capacità organizzativa dei partiti già strutturati, che per giunta ne sono esentati. È la stessa logica della norma sulle firme che a luglio lasciava fuori le forze nuove, a cominciare da Futuro Nazionale.

Sul tavolo resta anche la sorte della norma anti-frammentazione, che nella versione della Camera scoraggiava la moltiplicazione delle liste dentro le coalizioni. Se salta, il conteggio dei seggi cambia in modo non trascurabile. Chi vuole farsi un’idea concreta può provare il nostro simulatore, che al momento applica le regole del testo uscito da Montecitorio.

Quando sarà approvata la legge elettorale

Il calendario è fissato. Il Senato vota il testo il 15 settembre. Poiché il testo è stato modificato, torna alla Camera per la terza lettura, in Aula dal 28 settembre. Le opposizioni parlano di forzatura sui tempi, ma la maggioranza ha i numeri e, a differenza di luglio, ha anche l’accordo interno.

Il rischio, semmai, è il voto segreto sui singoli articoli a Montecitorio. È lì che i franchi tiratori avevano colpito la prima volta. Con il patto di coalizione ricomposto la finestra si è ristretta, ma non è chiusa. Se tutto fila, la Nazione avrà la nuova legge elettorale entro ottobre, in tempo per le politiche del 2027.

Cosa resta da chiudere

Tre questioni decideranno il giudizio finale sullo Stabilicum. La prima è il destino della soglia del 3%: mantenerla significa lasciare agli elettori l’ultima parola su chi entra in Parlamento. La seconda è la norma anti-frammentazione, che incide direttamente sul riparto dei seggi. La terza è la rappresentanza di genere sui capilista, terreno su cui la maggioranza si è esposta a un attacco evitabile.

Il centrodestra ha dimostrato di saper tenere la parola sulle preferenze. Ora deve dimostrare di non voler chiudere il sistema a chi arriva da fuori. La legge elettorale al Senato ha superato l’esame politico; quello sulla qualità della rappresentanza si decide nei prossimi quindici giorni.

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Antonio Antipari
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