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Italia

Stabilicum senza preferenze: a scegliere i deputati saranno le segreterie

Antonio Antipari

La riforma promette di restituire ai cittadini la scelta del governo, ma con i listini bloccati toglie loro quella dei parlamentari. La sovranità che entra dalla porta del premio esce dalla finestra delle segreterie.

Riassunto dell'articolo

Lo Stabilicum, la nuova legge elettorale in discussione alla Camera, conferma le liste bloccate e non prevede il voto di preferenza: i parlamentari sono scelti dai partiti, non dagli elettori. L'articolo spiega come si vota, perché le preferenze sono state escluse — veto della Lega, nonostante il favore di Fratelli d'Italia e della stessa Meloni — e i dubbi di costituzionalità legati alle sentenze della Corte del 2014 e del 2017.

Lo Stabilicum arriva in Aula alla Camera con un’ambizione dichiarata: dare alla Nazione governi stabili e una maggioranza certa la sera stessa del voto. Ma sul rapporto tra Stabilicum e preferenze il testo dice una cosa sola e netta: le preferenze non ci sono. I parlamentari continueranno a essere scelti dai partiti, non dagli elettori. Ed è qui che la riforma rivela la sua contraddizione più profonda.

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Cosa cambia con lo Stabilicum

Il testo blindato dalla maggioranza supera il Rosatellum e cancella quasi del tutto i collegi uninominali. Al loro posto un impianto proporzionale corretto da un forte premio di governabilità: alla coalizione che supera il 42 per cento vanno settanta deputati e trentacinque senatori in più, entro un tetto fissato a 220 seggi alla Camera e 113 al Senato. Sotto quella soglia, riparto proporzionale puro.

L’obiettivo è semplice e legittimo: conoscere il vincitore un minuto dopo la chiusura delle urne ed evitare i governi nati nei palazzi. Fin qui la logica della stabilità, che ha una sua coerenza e risponde a una fragilità reale della politica italiana. Il problema nasce dal modo in cui questa maggioranza viene composta.

Liste bloccate: come si vota e chi sceglie i parlamentari

Capire come si vota con lo Stabilicum è semplice, e proprio per questo spiazzante. L’elettore traccia un segno sul simbolo. Null’altro. La scheda elettorale dello Stabilicum mostra liste bloccate: nomi già ordinati dalle segreterie, in cui chi occupa le prime posizioni è eletto e chi sta in fondo no, a prescindere dal consenso personale.

C’è di più. Con il meccanismo del premio, una parte degli eletti arriva da un listino aggiuntivo che scatta solo se la coalizione supera la soglia. Significa che l’elettore, nel momento in cui vota, non può nemmeno conoscere tutti i parlamentari che il suo voto contribuirà a mandare in Parlamento. Vota un simbolo e riceve in cambio una rosa di nomi decisi altrove.

Stabilicum e preferenze: il nodo politico

Qui la riforma tocca un nervo scoperto. Una parte importante della destra italiana ha sempre rivendicato il legame diretto tra eletto ed elettore, e ha diffidato della partitocrazia che trasferisce la sovranità nelle stanze dei partiti. La preferenza era esattamente lo strumento di quel legame: il cittadino che indica il proprio uomo, non la segreteria che glielo impone.

Non è un caso che le preferenze, dentro la maggioranza, le abbia chieste Fratelli d’Italia, che ha persino annunciato un emendamento per reintrodurle. Le aveva sostenute, in passato, la stessa Giorgia Meloni. A fermarle è stato soprattutto il veto della Lega e l’equilibrio interno della coalizione. È un compromesso, non una scelta di principio: ed è proprio perché nasce da un vincolo di alleanza che merita di essere discusso apertamente, senza ipocrisie.

Perché lo Stabilicum non prevede le preferenze, allora? Non per una visione, ma per tenere insieme partiti che su questo punto la pensano in modo opposto. Il prezzo, però, lo paga il principio: una riforma che dice di voler restituire ai cittadini il potere di scegliere finisce per sottrarne una parte essenziale.

Vannacci e il fronte delle preferenze

Sul terreno delle preferenze si è inserito Roberto Vannacci, che ne ha fatto un motivo di scontro diretto con Meloni, ricordando come la premier stessa fosse un tempo favorevole al voto di preferenza. La convergenza, sul merito, è oggettiva: anche da fuori la maggioranza si rivendica la sovranità dell’elettore contro i listini.

Resta però tutto da capire quanto pesi davvero questa posizione. Tre domande restano aperte e onestamente irrisolte: chi sia politicamente Vannacci oltre la polemica del giorno, se Futuro Nazionale sia un progetto destinato a durare, e se esista uno spazio reale, e non soltanto mediatico, alla destra di Fratelli d’Italia. La battaglia sulle preferenze le rende più urgenti, non le risolve.

Il rischio costituzionale

C’è infine un piano che va oltre la politica. Le liste bloccate e i premi troppo generosi hanno già incontrato la censura della Corte costituzionale: la sentenza numero 1 del 2014 colpì il Porcellum proprio per i listini bloccati troppo lunghi e per un premio sganciato dalla rappresentanza; la numero 35 del 2017 ridisegnò i limiti dell’Italicum. Oltre cento costituzionalisti hanno già segnalato profili critici sullo Stabilicum.

Il punto che la Consulta ha fissato è chiaro: prima della stabilità viene la rappresentanza, che non può essere compressa oltre misura. Una riforma che ignora quel monito rischia di nascere fragile proprio mentre promette solidità.

Conclusione

Lo Stabilicum e le preferenze raccontano due idee di democrazia che oggi convivono male nello stesso testo. Da un lato la stabilità, obiettivo sacrosanto. Dall’altro la sovranità popolare, che non si esaurisce nello scegliere il governo ma comprende anche lo scegliere chi siede in Parlamento.

La sovranità che entra dalla porta del premio non dovrebbe uscire dalla finestra delle segreterie. Restituire ai cittadini la preferenza non indebolirebbe la riforma: la renderebbe finalmente coerente con ciò che dichiara di essere. In vista del 2027, è la differenza tra una maggioranza che governa in nome del popolo e una che governa in sua vece.

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