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Europa

AfD non è nazista, ma la Turingia di Höcke pesa sempre di più

Bruno Bindel

Il programma parla di Hayek, contante e democrazia diretta. Dentro il partito però l'anima völkisch dell'Est ha appena conquistato il direttivo.

Riassunto dell'articolo

Dopo il 44 per cento in Sassonia-Anhalt, l'articolo risponde alla domanda se l'AfD sia nazista. Il programma federale è liberale: democrazia diretta, federalismo, meno tasse, contante, libero commercio, opposto dello Stato totale nazista. L'accusa trova però un appiglio in Björn Höcke e nell'AfD della Turingia, condannato per uno slogan delle SA e classificata come estremista. Il Flügel, la corrente di Höcke sciolta nel 2020, sopravvive come rete e come pensiero: un nazionalismo etnico che viene dalla Rivoluzione conservatrice, indifferente al mercato. Il partito ha tre anime: quella liberale di Weidel, quella popolare dell'Est di Chrupalla e Siegmund, quella völkisch di Höcke. Al congresso di Erfurt del luglio 2026 la linea turingia è entrata nel direttivo. La domanda vera non è se l'AfD sia nazista, ma quale anima guiderà il partito nel 2029.

Punti chiave
  • nd-aktuell — AfD-Parteitag: Weidel und Höcke werden stärker
  • ZDF heute — AfD-Parteitag in Erfurt: Alles auf Regierungskurs
  • Tagesspiegel — Höcke setzt den Ton, und Weidel profitiert
  • taz — Das Weidel-Lager regiert durch

Dal 6 settembre, da quando l’AfD ha preso il 44 per cento in Sassonia-Anhalt, la domanda che gli italiani si fanno è sempre la stessa: l’AfD è nazista? La risposta breve è no. La risposta lunga è più interessante, perché il partito che oggi guida tutti i sondaggi federali non è un blocco unico. Ha un programma scritto a Ovest e un’energia che viene dall’Est. E la parte che cresce più in fretta non è quella che ha scritto il programma.

CREAZIONE SITI WEB
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Per capire l’AfD bisogna tenere insieme due cose che la stampa italiana tende a separare: il testo e la geografia. Il testo dice una cosa. La geografia interna ne dice un’altra.

Cosa dice davvero il programma: Hayek, non Hitler

Il Grundsatzprogramm, il programma fondamentale approvato nel 2016 e mai rinnegato, non assomiglia a nulla di ciò che pensava il Terzo Reich. I riferimenti storici dichiarati sono le rivoluzioni del 1848 e del 1989: le libertà borghesi e la fine della dittatura comunista. Il modello istituzionale è la Svizzera, con referendum vincolanti e democrazia diretta a ogni livello. Il modello dello Stato è federale, con più poteri ai Länder e meno a Berlino.

L’economia è dove la distanza dal nazismo diventa abissale. Il partito chiede meno tasse, meno debito, abolizione delle imposte patrimoniali, tutela della proprietà privata, deregolamentazione, libero commercio. Difende il contante come diritto di libertà civile contro la tracciabilità digitale. Guarda con favore alle criptovalute e con diffidenza alle banche centrali. Vuole la scuola in casa, lo Stato che si fida dei cittadini anche sul possesso di armi per la difesa personale, l’uscita dall’euro e un’Europa delle Patrie fatta di Stati sovrani che cooperano.

Il nazionalsocialismo era l’opposto punto per punto. Stato totale, partito unico, principio del capo, economia diretta dal centro, autarchia, scuola come strumento di indottrinamento, spazio vitale come politica estera. L’AfD è nata nel 2013 contro i salvataggi dell’euro, fondata da economisti e professori. Chi legge il programma trova Hayek, non Hitler. Abbiamo già raccontato cosa prevede il programma dell’AfD e quale classe dirigente dovrebbe applicarlo. Fin qui la risposta è chiara.

Dove l’accusa ha un appiglio

Sarebbe però disonesto fermarsi al programma. L’accusa di nazismo non nasce dal nulla. Nasce da un nome e da un Land: Björn Höcke e la Turingia.

Höcke, ex insegnante di storia, guida l’AfD della Turingia dal 2014. Nel 2017 a Dresda ha definito il memoriale dell’Olocausto di Berlino un monumento della vergogna e ha chiesto una svolta di 180 gradi nella politica della memoria. Nel 2024 il tribunale di Halle lo ha condannato due volte per aver usato in comizio uno slogan delle SA vietato dalla legge tedesca. La Corte federale di giustizia ha respinto i ricorsi nell’agosto 2025: le condanne sono definitive. Già nel 2019 un tribunale amministrativo aveva stabilito che chiamarlo fascista rientra nella critica politica lecita.

Dal marzo 2021 l’AfD della Turingia è classificata dall’Ufficio per la tutela della Costituzione del Land come organizzazione di estrema destra accertata. Ma per capire da dove viene questa classificazione bisogna tornare indietro di qualche anno.

Questo è il punto che la difesa liberale dell’AfD, in Italia come in Germania, preferisce non vedere. Il programma è di un partito. Höcke è di un altro. Entrambi si chiamano AfD.

Cos’era il Flügel

Il Flügel, in tedesco «l’ala», era la corrente interna fondata nel 2015 da Björn Höcke e André Poggenburg con la Dichiarazione di Erfurt, un manifesto che accusava la dirigenza di allora di voler trasformare l’AfD in un partito borghese e conformista. Non aveva tessere né statuto, ma aveva un raduno annuale, il Kyffhäusertreffen ai piedi del monumento all’imperatore Barbarossa, un linguaggio comune fatto di popolo, identità e memoria, e una base solida nei Länder orientali.

Nel marzo 2020 l’Ufficio federale per la tutela della Costituzione lo ha classificato come organizzazione di estrema destra accertata, con circa settemila aderenti stimati, un quinto degli iscritti al partito. Il direttivo federale ne ha chiesto lo scioglimento entro fine aprile, proprio per evitare che l’intero partito finisse sotto osservazione. Höcke ha obbedito.

Il Flügel ha smesso di esistere come nome, non come rete. I suoi uomini sono rimasti nel partito, hanno continuato a incontrarsi e a candidarsi, e sei anni dopo siedono nel direttivo eletto a Erfurt. Quando oggi si parla di «linea turingia» si parla esattamente di questo: il Flügel senza il Flügel.

Cosa pensa l’ala di Höcke

Il pensiero del Flügel non sta nel programma federale, ma in un libro. Nel 2018 Höcke ha pubblicato con l’editore Götz Kubitschek una lunga intervista, Nie zweimal in denselben Fluss, «Mai due volte nello stesso fiume», che è il vero manifesto della corrente.

La tesi di fondo è che la Germania non abbia un problema economico ma un problema di sostanza: il popolo tedesco, inteso come comunità etnica e culturale, starebbe scomparendo per denatalità, immigrazione e perdita di memoria di sé. Da qui la «remigrazione» come progetto su larga scala, non come gestione dei rimpatri; la richiesta di una svolta nella politica della memoria, per smettere di fondare l’identità nazionale sulla colpa; la diffidenza verso l’Occidente americano, visto come dissolvente, e la simpatia per la Russia come potenza che difende la propria tradizione.

Höcke parla di una necessaria «fase di durezza» in cui lo Stato dovrà prendere decisioni che oggi paiono inaccettabili, e di un popolo che a Est è rimasto tedesco mentre a Ovest si è lasciato colonizzare dalla cultura americana. È un pensiero che viene dalla Rivoluzione conservatrice degli anni Venti più che dal nazionalsocialismo, ma che con il programma di Weidel non ha quasi nulla in comune. Il liberalismo economico gli è indifferente. Il mercato, per questa ala, non è un valore: è al massimo uno strumento, e un popolo che scompare non si salva con le tasse più basse.

Le tre anime dell’AfD

Dentro l’Alternative für Deutschland convivono almeno tre culture politiche, con radici geografiche precise.

La prima è quella liberale e borghese di Alice Weidel. Economista, un passato a Goldman Sachs e in Allianz, anni vissuti in Cina, compagna svizzera. È lei che ha portato il partito al 27-29 per cento nei sondaggi federali e ai 151 seggi del Bundestag. È lei che alla fabbrica Mercedes di Stoccarda ha parlato di costi energetici e posti di lavoro, non di identità. È lei che ha sfondato a Ovest: il Baden-Württemberg e la Renania-Palatinato hanno smontato la favola dell’AfD come fenomeno confinato ai Länder dell’ex DDR. Quando il programma regionale della Sassonia-Anhalt ha toccato temi etici, Weidel ha preso pubblicamente le distanze: possono scrivere quello che vogliono, lei vive un’altra vita.

La seconda è quella sociale e popolare dell’Est. Tino Chrupalla, pittore decoratore della Sassonia, ex CDU. Ulrich Siegmund, 36 anni, cresciuto a Tangermünde, cameriere e operaio edile prima della politica, oggi l’uomo del 44 per cento. Qui l’AfD non è un partito di economisti: è il partito di chi ha vissuto la riunificazione come una colonizzazione e la crisi energetica come un tradimento. Parla di pensioni, di prezzi, di frontiere. Il suo elettorato è operaio e non ha alcun interesse per Hayek. Ne abbiamo scritto raccontando il voto in Sassonia-Anhalt e il conto presentato a Berlino e Bruxelles.

La terza è la Turingia. Höcke e il suo co-presidente Stefan Möller non parlano di mercato. Parlano di popolo, di identità, di memoria, nei termini che abbiamo appena visto. È una visione völkisch, etnica, che il programma federale non contiene e che il programma federale non vieta.

Erfurt: come la linea turingia è entrata nel direttivo

Il congresso federale del 4 e 5 luglio 2026 si è tenuto a Erfurt. La scelta della sede non era casuale, e il risultato nemmeno. Avevamo anticipato che cosa si giocava al congresso di Erfurt. È andata come si poteva prevedere, e anche oltre.

Weidel è stata confermata con l’81,3 per cento, in crescita. Chrupalla con il 70,1, in netto calo. Ma il dato che conta è il livello sotto: i tre vicepresidenti sono stati sostituiti in blocco. Stefan Möller, braccio destro di Höcke, è stato eletto con il 76,5 per cento, il miglior risultato tra i vice, scherzando davanti ai delegati sul suo grosso fascicolo presso i servizi. Katrin Ebner-Steiner, capogruppo bavarese vicina a Höcke, è entrata anche lei. Sei dei quattordici membri del direttivo vengono da federazioni orientali. Sette vengono dalla Junge Alternative, l’organizzazione giovanile sciolta nel 2025 perché troppo compromessa.

Il momento più rivelatore è stato un altro. Höcke aveva fatto mettere all’ordine del giorno una mozione per rivedere la lista di incompatibilità, l’elenco delle organizzazioni estremiste la cui militanza vieta l’iscrizione al partito. Weidel ha evitato il voto in aula impegnandosi a far rivedere la lista dal direttivo entro un anno, ammettendo che il direttivo aveva rinviato la questione troppo a lungo. Tra i giornalisti in sala c’era Götz Kubitschek, l’editore della Nuova Destra tedesca, che Siegmund è andato a salutare prima di entrare. Höcke ha aperto i lavori dicendo che il partito è sulla strada della vittoria della storia.

Un mese dopo, il 13 agosto, è stato ancora Höcke, non Weidel, a fare la mossa politica più audace dell’anno: l’offerta a Sahra Wagenknecht della presidenza della Turingia. Il centro di gravità del partito si sta spostando. Non a colpi di programma, ma a colpi di direttivo, di personale e di iniziativa politica.

La domanda giusta

Chiedersi se l’AfD sia nazista è chiedersi la cosa sbagliata. Il programma dice di no e i fatti economici lo confermano: nessun partito che voglia abolire le patrimoniali e difendere il contante sta ricostruendo lo Stato totale. Chi usa l’etichetta per giustificare la messa al bando del primo partito tedesco fa politica, non storia.

La domanda giusta è un’altra: chi comanderà l’AfD quando arriverà al governo? Weidel ha il consenso, i numeri e il volto presentabile. Höcke ha la Turingia, il direttivo, i giovani e la capacità di dettare l’agenda. Il partito del 2029 sarà quello di Stoccarda o quello di Erfurt?

Gli italiani che guardano alla Germania farebbero bene a non accontentarsi né dell’allarme né della rassicurazione. L’AfD non è il ritorno del Terzo Reich. È qualcosa di nuovo e ancora indeciso su se stessa, in cui un programma liberale e un’anima etnica convivono senza essersi ancora scontrate davvero. Il 20 settembre si vota a Berlino e nel Meclemburgo-Pomerania Anteriore. Il conto interno, quello tra le tre anime, non si chiuderà con quelle urne. Ma è quello che deciderà che cosa sarà davvero l’AfD.

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Bruno Bindel
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