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Europa

Vietare l’AfD: la Germania discute ancora la messa al bando del primo partito nei sondaggi

Hans Keller

Il vertice del Bundestag e i Verdi spingono per il divieto mentre il partito di Weidel supera la CDU di Merz. Ma una democrazia che vieta l'opposizione invece di batterla nelle urne ha già ammesso la sconfitta.

Riassunto dell'articolo

In Germania è ripartito il dibattito sulla messa al bando dell'AfD, primo partito nei sondaggi con il 27-29%. La presidente del Bundestag Bärbel Bas e i Verdi spingono per avviare la procedura davanti alla Corte costituzionale di Karlsruhe, forti di una perizia di 1.500 pagine della ONG Gesellschaft für Freiheitsrechte. L'articolo spiega come funziona la procedura prevista dall'articolo 21 della Legge Fondamentale, i precedenti (SRP 1952, KPD 1956, il fallimento del caso NPD nel 2017) e i punti deboli del ricorso, tra cui la sospensione della classificazione estremista decisa dal tribunale di Colonia. La tesi: una democrazia che elimina per via giudiziaria la principale forza di opposizione invece di batterla nelle urne rompe il patto democratico, e la questione riguarda tutti i cittadini europei, come dimostra la parallela procedura del Parlamento europeo contro il partito europeo ESN.

Punti chiave
  • Correctiv — Debatte um AfD-Verbot
  • Bundestagsfraktion Bündnis 90/Die Grünen — Mögliches AfD-Verbotsverfahren
  • Euronews — EU Parliament triggers procedure against ESN
  • The European Conservative — Germany: AfD Ban Debated Again

La messa al bando dell’AfD non è più un’ipotesi da seminario giuridico: è un progetto politico in movimento. Negli ultimi giorni la presidente del Bundestag, la camera dei deputati tedesca, Bärbel Bas, e i vertici dei Verdi hanno rilanciato la richiesta di avviare il Verbotsverfahren, la procedura di divieto di un partito prevista dalla Costituzione tedesca. L’obiettivo dichiarato è dichiarare incostituzionale Alternative für Deutschland e scioglierla per via giudiziaria. Il dettaglio che il sistema politico tedesco preferisce non pronunciare è uno solo: l’AfD è oggi il primo partito della Germania in tutti i principali sondaggi.

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Il paradosso tedesco: vietare chi vince

I numeri sono noti a chiunque li voglia leggere. L’AfD viaggia tra il 27 e il 29 per cento a livello federale, sopra la CDU del cancelliere Friedrich Merz, ferma tra il 23 e il 25. In Sassonia-Anhalt, dove si vota il 6 settembre, il partito di Alice Weidel supera il 40 per cento e potrebbe conquistare la prima maggioranza assoluta regionale della sua storia. A fine settembre si vota anche a Berlino, dove alcuni istituti demoscopici lo danno come possibile prima forza nella capitale.
È in questo contesto che la spinta per il divieto ha ripreso velocità. Il 25 giugno la Gesellschaft für Freiheitsrechte, la “Società per i diritti di libertà”, una organizzazione non governativa tedesca, ha pubblicato una perizia di circa 1.500 pagine: tredici mesi di lavoro, otto giuristi, 2.500 elementi presentati come prove di incostituzionalità. La conclusione della perizia è che un ricorso alla Corte costituzionale avrebbe concrete probabilità di successo. Su quella base, le capogruppo dei Verdi hanno invitato per iscritto CDU, SPD e Linke a preparare una mozione comune, e la presidente del Bundestag ha dato copertura istituzionale all’operazione.
La sequenza temporale merita attenzione. Il dibattito è ripartito con questa intensità nei giorni immediatamente successivi all’attentato islamista contro la sfilata del Pride di Berlino, mentre il governo Merz — come abbiamo documentato analizzando il fallimento del cordone sanitario — si trovava sotto accusa per non aver protetto i propri cittadini. Quando la realtà dà ragione all’opposizione, il sistema non risponde nel merito: cambia argomento e riapre il fascicolo sul divieto.

Come funziona la procedura di divieto

L’articolo 21 del Grundgesetz, la Legge Fondamentale tedesca, prevede che un partito possa essere dichiarato incostituzionale se punta ad abbattere l’ordinamento liberaldemocratico. La decisione spetta a un solo organo: il Bundesverfassungsgericht, la Corte costituzionale federale con sede a Karlsruhe. Nessun governo, nessun parlamento può vietare un partito da solo.
Possono però chiederlo. La richiesta formale può partire dal Bundestag, dal Bundesrat — la camera che rappresenta i governi regionali — o dal governo federale. Se la Corte accoglie il ricorso, le conseguenze sono totali: scioglimento del partito, confisca del patrimonio, decadenza dei mandati parlamentari, divieto di organizzazioni sostitutive. Nella storia della Repubblica Federale è accaduto due volte, entrambe negli anni Cinquanta: contro il partito neonazista SRP nel 1952 e contro quello comunista KPD nel 1956. Da settant’anni, mai più.

I precedenti e i punti deboli del ricorso

Chi presenta il divieto come un esito quasi certo dimentica la storia recente. Nel 2017 la Corte di Karlsruhe respinse il ricorso contro il partito NPD pur riconoscendone l’ostilità alla Costituzione: il partito era troppo irrilevante per costituire un pericolo concreto. Con l’AfD il problema è rovesciato ed è politicamente esplosivo: si tratterebbe di sciogliere la principale forza di opposizione, votata da oltre un elettore su quattro.
C’è poi un ostacolo giudiziario che i promotori del divieto citano malvolentieri. A febbraio il tribunale amministrativo di Colonia ha sospeso in via d’urgenza la classificazione dell’AfD come organizzazione “sicuramente estremista” decisa dal Verfassungsschutz, il servizio interno per la protezione della Costituzione. Il procedimento principale è ancora aperto, ma il pilastro probatorio su cui dovrebbe reggersi il ricorso a Karlsruhe è, ad oggi, giuridicamente congelato. Si vuole vietare un partito la cui pericolosità non è stata ancora accertata nemmeno in primo grado.
Resta la domanda che nessun fautore del divieto ha mai sciolto: che cosa si fa, il giorno dopo, con quindici milioni di elettori? Un partito si può sciogliere per sentenza. Il consenso no. E come abbiamo ricostruito analizzando la classe dirigente e il programma dell’AfD, ogni strumento di contenimento usato finora — classificazioni, delegittimazione, esclusione — ha prodotto l’effetto opposto: la crescita del partito, ormai strutturale anche nei Länder occidentali, il cuore ricco e moderato della Nazione tedesca.

La scala europea: da Berlino a Bruxelles

Chi pensa che sia una questione interna tedesca non ha seguito il calendario. Il 7 luglio il Parlamento europeo ha avviato, con 414 voti a favore e 224 contrari, una procedura di verifica contro Europe of Sovereign Nations, il partito europeo di cui l’AfD è la forza principale. L’esito possibile è la revoca dello status di partito politico europeo e dei relativi finanziamenti. Il metodo è identico: non si contesta un voto, non si vince un dibattito — si attiva un procedimento. Prima il partito nazionale, poi la sua proiezione europea. La tenaglia è coordinata, e chi la osserva dall’Italia farebbe bene a prendere appunti, perché lo strumento, una volta collaudato, non resta mai confinato al bersaglio originario.

Una questione che riguarda ogni libero cittadino d’Europa

Sia chiaro: non è necessario condividere una sola riga del programma dell’AfD per capire la posta in gioco. La democrazia vive di un patto elementare: le idee si battono con idee migliori, i partiti si battono con più voti. Nel momento in cui un sistema politico, incapace di riconquistare i propri elettori, delega ai tribunali il compito di eliminare l’avversario, quel patto è rotto. Non è difesa della democrazia: è l’ammissione che la democrazia, per quel sistema, vale solo finché produce il risultato giusto.
Questa è la deriva del pensiero debole europeo: non avendo più argomenti, mette al bando chi non la pensa come lui. Oggi tocca a un partito tedesco. Domani, con il precedente stabilito e lo strumento rodato a Bruxelles, potrà toccare a chiunque disturbi. Per questo, se Karlsruhe dovesse un giorno pronunciare quel divieto, la risposta non potrebbe restare tedesca: ogni libero cittadino d’Europa — di qualunque orientamento, anche il più lontano dall’AfD — avrebbe il dovere di scendere in piazza. Non per difendere un partito, ma per difendere il diritto di votarlo. Perché una democrazia che sopravvive vietando l’opposizione non si è salvata. Si è già consegnata.

Fonti

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Hans Keller
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