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Cara Giorgia, l’onore delle armi si rende ai nemici valorosi. Non a Emma Bonino

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Lettera aperta di un elettore di destra alla presidente del Consiglio. I funerali di Stato sono dovuti per legge. Le parole «su questo ci trovavamo» no. Dio, Patria e Famiglia sono ancora i capisaldi di questa destra?

Riassunto dell'articolo

Lettera aperta di un elettore di destra a Giorgia Meloni dopo l'annuncio dei funerali di Stato per Emma Bonino. L'autore non contesta l'atto, dovuto per legge, ma le parole della premier («su questo ci trovavamo») e di La Russa: l'onore delle armi si rende ai nemici valorosi, non a chi si autodenunciò per aborti clandestini nel 1975 e ha combattuto per mezzo secolo famiglia, vita e comunità. Chiede se Dio, Patria e Famiglia siano ancora i capisaldi della destra e conclude che una parte della Nazione che ha votato Meloni non si allinea a quel saluto.

Cara Giorgia,

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ti scrivo da destra. Da quella destra che ti ha votata nel 2022 e che, ieri, ti ha ascoltata a Vercelli annunciare i funerali di Stato per Emma Bonino. Fin qui niente da dire: la legge 36 del 1987 li prevede per chi ha ricoperto certe cariche, e Bonino è stata ministro, commissaria europea, vicepresidente del Senato. Lunedì il Consiglio dei ministri li decreterà, ed è giusto così. Lo Stato ha le sue forme e le forme si rispettano.

Ma tu non ti sei fermata alle forme. Hai detto che Emma Bonino era una donna capace di capire che «il ruolo delle donne nella società e nella politica non è qualcosa che devi aspettare che ti concedano gli altri». E poi hai aggiunto: «Sicuramente su questo io ed Emma Bonino ci trovavamo». Poche ore prima, al Senato, Ignazio La Russa aveva lodato «la coerenza e linearità» delle sue battaglie, «sempre sentite profondamente». È di questo che ti scrivo. Non del funerale. Delle parole.

L’onore delle armi si rende ai nemici fieri, non a Emma Bonino

Noi di destra conosciamo l’onore delle armi. Lo abbiamo imparato prima di ogni altra cosa. Si rende al nemico che ha combattuto con coraggio, a viso aperto, per una causa che riconosciamo come degna anche se opposta alla nostra. Si rende al soldato, non al disertore. Si rende a chi ha difeso qualcosa, non a chi ha passato la vita a demolire.

Emma Bonino non ha difeso niente. Ha smontato. Nel 1975 si autodenunciò per aver praticato aborti clandestini con il metodo Karman, e fu arrestata. Quella non fu una parentesi giovanile: fu la pietra di fondazione di cinquant’anni di carriera, rivendicata fino all’ultimo giorno. Da lì è passata alla legge 194, alla battaglia per l’eutanasia, alla demolizione sistematica di ogni vincolo che tiene insieme una comunità.

Da quel 1978 in Italia sono state interrotte, per legge, oltre sei milioni di gravidanze. Chiamalo come vuoi, Giorgia. Noi lo chiamiamo con il suo nome. E non riusciamo a capire come si possa dire «su questo ci trovavamo» a chi ha aperto quella porta con le proprie mani.

La cultura della morte contro la Civiltà della vita

Giovanni Paolo II le diede un nome, nel 1995: cultura della morte. Non è una parola nostra, è la parola di un Papa che la destra italiana ha sempre riconosciuto come un maestro. Dall’altra parte c’è la Civiltà della vita: la famiglia come fondamento, il figlio come dono, la comunità come destino condiviso e non come somma di individui sciolti da ogni legame.

Emma Bonino è stata, per mezzo secolo, il volto più coerente della prima. Ha martellato le fondamenta della famiglia con il divorzio, poi con l’aborto, poi con la battaglia per una morte a richiesta. Ha sfasciato la società in nome di una libertà che era soltanto sottrazione: togliere vincoli, togliere doveri, togliere figli. E l’ha fatto con quella «coerenza e linearità» che il presidente del Senato ha ammirato in Aula.

Il risultato lo conosci meglio di noi, perché ci hai costruito sopra un ministero: 355 mila nati nel 2025, il minimo storico, 1,14 figli per donna. Una Nazione che si spegne. Questo è il conto delle battaglie che ieri la destra ha celebrato.

Dio, Patria e Famiglia sono ancora i capisaldi di questa destra?

Te lo chiedo senza ironia, Giorgia, perché non è una domanda retorica. Hai vinto le elezioni su quelle tre parole. Hai detto che l’inverno demografico è la prima emergenza della Nazione. Hai messo la parola «natalità» nel nome di un ministero. Per noi quei tre valori non sono un programma elettorale: sono più che sacri. Sono il motivo per cui stiamo da questa parte anche quando costa, anche quando è impopolare, anche quando tutti i giornali dicono il contrario.

Ed è qui che non ti seguiamo. Perché una battaglia di valore non rientra nelle logiche della politica. Non si sospende quando muore l’avversaria e tutti fanno il santino. Non si adegua al cliché del cordoglio bipartisan. Si difende sempre e comunque, anche contro il sentimento collettivo di un giorno, proprio perché è di valore e non di convenienza. Altrimenti non era un valore: era una posizione.

Se Dio, Patria e Famiglia sono ancora i capisaldi di questa destra, allora davanti a Emma Bonino il massimo consentito era il silenzio dovuto. Le condoglianze alla famiglia. Il minuto in Aula. Non una parola di più. Invece hai scelto di dire «ci trovavamo». E La Russa ha scelto di lodare le battaglie. In un pomeriggio, la destra di governo ha certificato che la cultura della morte ha vinto anche dentro casa nostra.

Una parte della Nazione che ti ha votata non si allinea

Sappiamo come funziona. Sappiamo che ci sono i giornali, le telecamere, l’applauso dell’emiciclo, la visita del Papa a casa sua che tutti citano come un sigillo. Sappiamo che dire una parola fuori dal coro, oggi, costa. Ma la destra è sempre stata questo: la parte che non si allinea. La parte che ha ragione anche quando è sola. Lo abbiamo scritto stamattina, quando la notizia è arrivata: Emma Bonino ha vinto tutte le sue battaglie, e l’Italia ne paga il conto. Non pensavamo che il conto lo avrebbe firmato il nostro governo.

Allora te lo diciamo chiaro. I funerali di Stato si concedano, perché la legge lo impone. Ma una parte considerevole di questa Nazione, quella che ti ha votata perché credeva alle tre parole, non si allinea a questo saluto. Non rende l’onore delle armi a una portatrice di morte. Non applaude. Non «si trova». Sta zitta per rispetto dei vivi, e resta dove è sempre stata: dalla parte della vita.

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