I dublinanti dall’Olanda in Italia non partiranno. Lo ha stabilito il tribunale dell’Aia con una sentenza che smonta, dodici giorni dopo, l’annuncio con cui il governo olandese aveva comunicato la ripresa dei trasferimenti. Il ministro per l’Asilo e la Migrazione Bart van den Brink, secondo i giudici, non ha dimostrato che l’accoglienza italiana sia migliorata dall’entrata in vigore del Patto UE. Il caso è quello di un richiedente russo, arrivato nei Paesi Bassi con un visto rilasciato dall’Italia e destinato, nelle intenzioni del ministero, a essere rispedito a Roma.
La notizia arriva mentre la sinistra italiana esultava per l’annuncio olandese del 21 agosto, letto come boomerang della sospensione di Schengen. Il boomerang è tornato indietro. Ma non a Roma.
Cosa ha deciso il tribunale dell’Aia sui dublinanti
La sentenza è di primo grado e riguarda un singolo caso, ma la motivazione ha portata generale. Il ministro aveva sostenuto in aula che il collega italiano Matteo Piantedosi, in un colloquio, si era impegnato a creare nuove strutture di accoglienza per i richiedenti trasferiti. Su questa base, sosteneva Van den Brink, i Paesi Bassi potevano riprendere i trasferimenti Dublino verso l’Italia.
Il giudice ha risposto che una promessa non è una prova. I problemi dell’accoglienza italiana, scrive il tribunale, sono «ancora all’ordine del giorno» e non esiste informazione concreta «da cui trarre una conclusione diversa». Il ricorrente, per parte sua, ha prodotto documentazione ritenuta convincente sul fatto che le carenze non siano state risolte né siano in via di risoluzione.
Il tribunale ha lasciato una porta aperta: il Patto è in vigore da poco e le condizioni in Italia possono cambiare. È una porta stretta. Perché il divieto non nasce oggi.
Il precedente del 2023 e le circolari del Viminale
Nell’aprile 2023 il Consiglio di Stato olandese, massima giurisdizione amministrativa, aveva già vietato i trasferimenti Dublino verso l’Italia. Non lo aveva fatto valutando autonomamente il sistema italiano. Lo aveva fatto prendendo per buone le circolari del Viminale del dicembre 2022, con cui Roma chiedeva agli altri Stati membri di sospendere i rientri per mancanza di posti.
Da allora quel divieto è rimasto lo stato dell’arte. Il 3 giugno 2026 Van den Brink era volato a Roma per firmare con Piantedosi una dichiarazione d’intenti: dal 12 giugno, con l’entrata in vigore del Patto, le vecchie regole sarebbero tornate operative e l’Italia avrebbe ripreso a riaccogliere. Un accordo politico, non un atto vincolante. Il tribunale lo ha trattato per ciò che è.
L’onere della prova era del governo olandese: dimostrare che dal 2023 qualcosa fosse cambiato nell’accoglienza dei richiedenti rimandati indietro. Non c’è riuscito.
La fiducia reciproca che il Patto UE non ha ricostruito
Qui sta il punto politico. Il sistema Dublino, che il Patto UE ha confermato nell’impianto pur dichiarando di superarlo, regge su un principio: la fiducia reciproca tra Stati membri. Ogni Nazione presume che l’altra garantisca ai richiedenti condizioni dignitose. Quando un giudice nazionale sospende quella presunzione, l’intera architettura si ferma.
Un regolamento europeo non basta a ripristinarla. Lo dimostra la sentenza dell’Aia: il Patto è legge dal 12 giugno, ma il giudice olandese guarda ai fatti, non ai testi. E i fatti che ha davanti sono quelli dichiarati dall’Italia stessa nel 2022, mai formalmente revocati.
Il paradosso è che l’Italia risulta protetta proprio dall’aver ammesso di non farcela. La frontiera esterna dell’Unione ha certificato la propria saturazione, e quella certificazione è diventata uno scudo giuridico contro i rientri. Non è una strategia. È la conseguenza meccanica di un sistema che scarica sulla Nazione di primo approdo il peso che gli altri non vogliono condividere.
L’Olanda vuole rimandare i migranti, non prenderli
Vale la pena ricordare cosa ha scelto l’Aia dentro il Patto. Il meccanismo di solidarietà prevede che gli Stati del Nord possano alleggerire Italia e Grecia ricollocando richiedenti, oppure comprarsi l’esenzione con contributi finanziari o altra assistenza. Van den Brink ha scelto la seconda via. I Paesi Bassi pagano per non accogliere, e nello stesso tempo chiedono all’Italia di riprendersi chi è passato dal suo territorio.
È la versione olandese dello schema che Berlino ha già messo in calendario: la Nazione mediterranea come deposito, il resto d’Europa come cliente che salda la fattura. Il tribunale dell’Aia non ha giudicato questo schema. Ha solo constatato che non funziona nemmeno per chi lo ha disegnato.
La pressione ora si sposta su Roma
Il Parlamento olandese, che ad aprile aveva approvato il Patto a larga maggioranza, ha reagito con irritazione. Diederik Boomsma, deputato di JA21, la formazione conservatrice che sostiene il governo, ha dichiarato che la sentenza «mina l’intera politica sull’asilo» e che il ministro deve dire all’Italia di fare ciò che ha promesso. Dal fronte liberale di D66, il deputato Van Asten ha chiesto che sia il Commissario europeo per gli affari interni a richiamare Roma.
Il governo olandese può impugnare la sentenza davanti al Consiglio di Stato, lo stesso organo che nel 2023 aveva chiuso la porta. Nel frattempo la domanda che arriverà a Piantedosi è concreta: quali strutture, dove, con quali numeri. La promessa fatta a giugno diventa un impegno da documentare davanti a un tribunale straniero.
Per il governo italiano la posizione è scomoda ma non indifendibile. Meloni ha rivendicato che il Patto tutela l’Italia, e i fatti le danno ragione: nessun dublinante è partito dall’Olanda. Ma la tutela non deriva dalle clausole negoziate a Bruxelles. Deriva dall’incapacità strutturale del sistema di accoglienza, ereditata da anni di sbarchi non governati e riconosciuta da un giudice olandese prima ancora che da uno italiano.
Cosa resta della vittoria annunciata a sinistra
Il 21 agosto Elly Schlein aveva parlato di boomerang. Dodici giorni dopo, il primo trasferimento olandese è stato bloccato da un giudice olandese sulla base di documenti italiani del 2022. Nessuno è tornato. Nessuno tornerà finché l’Italia non dimostrerà di poter accogliere, e dimostrarlo significherebbe costruire centri per i dublinanti, cioè attrezzarsi per ricevere ciò che la sinistra stessa diceva di temere.
La partita vera non si gioca sui rientri di poche decine di persone. Si gioca sul principio: se la Nazione di primo approdo deve restare il magazzino dell’Unione, o se il superamento di Dublino promesso dal Patto debba diventare realtà. La sentenza dell’Aia dice che, per ora, non lo è. E che l’unica cosa che funziona davvero sono i rimpatri, non i rimbalzi tra Stati membri.
Fonti
- NOS – Kabinet vangt weer bot bij de rechter: geen asielzoekers terug naar Italië
- ANP/Nieuws.nl – Rechtbank: asielzoeker mag niet terug naar Italië ondanks EU-pact
- NOS – Van den Brink: akkoord met Italië over terugnemen asielzoekers (3 giugno 2026)
- Il Giornale – Il tribunale de L’Aia vieta il rientro dei dublinanti in Italia
- Eurojus – Osservazioni sulla sospensione dei trasferimenti Dublino da parte del Consiglio di Stato olandese (2023)
- Lettera43 – L’Olanda si aggiunge ai Paesi pronti a rimandare in Italia i dublinanti

