C’è una domanda che attraversa tutto l’Occidente e che i progressisti evitano con cura: perché la sinistra difende l’Islam con lo stesso fervore con cui, fino a ieri, demoliva le proprie chiese, le proprie statue, i propri padri? La risposta non sta nella generosità, né nell’accoglienza. Sta in un meccanismo più profondo e più inquietante: chi ha passato un decennio a distruggere la propria civiltà ha bisogno di riempire il vuoto che ha creato. E lo riempie con la civiltà degli altri.
La parabola è sotto gli occhi di tutti. Dieci anni di cultura woke, di cancel culture, di processi sommari alla storia europea e americana. Poi la retromarcia, rapida e senza dignità. E infine il nuovo approdo: il sindaco islamico di New York trasformato in icona planetaria, le primarie democratiche vinte da candidati che si rifiutano di condannare Hezbollah, la sinistra europea a caccia del proprio Mamdani. Il radical chic che diceva di combattere il medioevo si scopre ora genuflesso davanti a un medioevo vero, purché arrivi da fuori.
Dieci anni di guerra alla propria civiltà
Per comprendere il presente bisogna partire dall’inventario dei danni. La stagione woke non è stata una moda passeggera: è stata un’operazione sistematica di demolizione. Statue abbattute, autori cancellati dai programmi universitari, la famiglia ridotta a costrutto oppressivo, la fede cristiana trattata come residuo imbarazzante, la storia europea riscritta come un unico, ininterrotto crimine.
Il progressista radical chic ha combattuto questa guerra con l’entusiasmo del convertito. Non contro un nemico esterno, ma contro sé stesso: contro i propri nonni, i propri santi, i propri poeti. Una civiltà che si processa da sola, convinta che dall’autodistruzione sarebbe nato un mondo nuovo, liberato, luminoso.
Il mondo nuovo non è nato. È nato il deserto.
Le scuse senza processo: la fine della cultura woke
Poi, il dietrofront. Lo abbiamo documentato nel nostro approfondimento su come la sinistra abbandona il woke, da Alexandria Ocasio-Cortez a Giuseppe Conte: la stessa deputata che aveva cavalcato ogni battaglia identitaria liquida oggi quella stagione come “una follia”, mentre in Italia i capi del campo progressista scaricano la cancel culture con una lettera ai giornali.
La fine della cultura woke non è arrivata da un ripensamento. È arrivata dai sondaggi. Nessuna autocritica vera, nessun conto presentato a chi ha costruito carriere sulla sorveglianza morale del prossimo. Solo una risata in televisione e il passaggio alla merce ideologica successiva.
Ed è qui che il quadro si fa interessante. Perché un’ideologia che vive di demolizione non può fermarsi: deve trovare un nuovo oggetto di culto. Non potendo tornare a difendere ciò che ha distrutto, sceglie di adorare ciò che non ha mai osato toccare.
Chi è Zohran Mamdani e perché la sinistra lo adora
Chi è Zohran Mamdani lo sanno ormai anche i sassi: primo sindaco musulmano di New York, insediato il primo gennaio 2026, figlio dell’accademia postcoloniale e del socialismo democratico americano. Al giuramento ha promesso di dimostrare al mondo “che la sinistra sa governare”.
Otto mesi dopo, il mondo ha visto. I trasporti gratuiti per tutti sono finiti nel cassetto, la presentazione del bilancio è slittata e la città più ricca del pianeta ha chiesto un salvataggio miliardario allo Stato di New York. L’ideologia ha incontrato la matematica, e la matematica non ha fatto sconti.
Eppure nulla scalfisce il culto. Perché Mamdani non è amato per i risultati: è amato per ciò che rappresenta. È l’assoluzione vivente del progressista occidentale, la prova che si può continuare a militare contro la propria civiltà semplicemente cambiando bandiera. Ieri la bandiera era arcobaleno, oggi ha la mezzaluna.
Da New York al Michigan: perché la sinistra difende l’Islam
Che non si tratti di un caso isolato lo dimostra la sequenza. Nel Michigan le primarie democratiche per il Senato sono state vinte da Abdul El-Sayed, che alla domanda su Khamenei ha risposto evocando la tristezza della sua comunità, e che ha condiviso palchi con chi teorizza che l’America meritasse l’11 settembre. La nuova sinistra americana è terzomondista nei riferimenti e islamica nei volti di punta, con Gaza come collante universale.
E l’Europa, come sempre, copia con dieci anni di ritardo e il doppio dell’ingenuità. In Italia si celebra già la “Mamdani generation”, con nomine costruite più sul profilo identitario che sul merito, benedette dai vertici del maggior partito della sinistra. Ecco perché la sinistra difende l’Islam anche alle nostre latitudini: non per convinzione teologica, ma perché l’islamico e l’immigrato sono gli ultimi soggetti che il progressista può sacralizzare senza doversi guardare allo specchio.
C’è una regola non scritta, in questo nuovo culto: le tradizioni altrui sono sacre, le proprie sono reato. Il velo è emancipazione, il crocifisso è oppressione. La moschea è comunità, la parrocchia è oscurantismo.
Il cortocircuito di Hamtramck: l’arcobaleno ammainato
Il paradosso, naturalmente, presenta il conto. A Hamtramck, nel Michigan, il sindaco musulmano e democratico ha fatto rimuovere le bandiere del Pride dagli edifici pubblici. Le femministe e gli attivisti arcobaleno che sfilano per i nuovi eroi della sinistra scoprono così che quei medesimi eroi non hanno alcuna intenzione di sottoporre le proprie tradizioni al trattamento riservato alle nostre.
E hanno ragione loro, in un certo senso: difendono ciò che sono. È esattamente ciò che il progressista occidentale ha smesso di fare. La differenza tra le due sponde non è la fede: è che una civiltà crede ancora in sé stessa e l’altra ha passato dieci anni a chiedere scusa di esistere.
Lo si era già visto in Francia, dove il modello dell’integrazione senza identità ha prodotto il caos della Fête de la Musique, con 145 donne aggredite nel cuore delle città: quando lo Stato rinuncia a difendere la propria cultura, non nasce la società multiculturale dei sogni. Nasce il vuoto, e il vuoto viene occupato.
Deserto e lapidi: cosa resta dopo il medioevo immaginario
Tiriamo le somme. La sinistra occidentale ha dichiarato guerra a un medioevo immaginario — le proprie radici, la propria fede, la propria memoria — e ha prodotto soltanto deserto e lapidi. Sulle lapidi ci sono i nomi delle cose che ha demolito: la famiglia, la Nazione, il sacro. Nel deserto, ora, stende tappeti per civiltà che non hanno mai dubitato di sé.
Ecco, in fondo, perché la sinistra difende l’Islam: perché è incapace di difendere sé stessa. L’accoglienza è la maschera, la resa è la sostanza. E una classe dirigente che si commuove per le identità altrui mentre calpesta la propria non è generosa: è semplicemente finita. Il compito di chi crede ancora nell’Europa come civiltà — non nella burocrazia di Bruxelles, ma nella cattedrale, nella piazza, nel popolo — è dire questa verità senza balbettare. Prima che nel deserto restino soltanto le lapidi.
Fonti
- ANSA – Mamdani: “Dimostreremo al mondo che la sinistra sa governare”
- La Voce del Patriota – Il “modello Mamdani” a New York: dalle mance elettorali al baratro finanziario
- Nazione Futura – La sinistra dei ripensamenti: il woke si ritira mentre avanza il terzomondismo
- Radio Libertà – Dopo Mamdani, tra i dem avanza El-Sayed
- Agenzia Stampa Italia – Zohran Mamdani, il nuovo volto della sinistra americana

