Zaia sfida i veti: «Mi candido capolista in ogni provincia del Veneto»
È ormai guerra fredda dentro la coalizione del centrodestra veneto. Nel giorno dell’apertura della campagna elettorale di Alberto Stefani, candidato ufficiale alla presidenza della Regione Veneto, Luca Zaia ha deciso di rompere ogni indugio: sarà capolista in tutte le province, da Verona a Venezia, da Belluno a Rovigo.
Una scelta dal sapore politico e simbolico, maturata dopo settimane di tensioni e silenzi imbarazzati. «Se dicono che sono un problema, allora diventerò davvero un problema», ha scandito il governatore leghista dal palco di Padova, scatenando applausi tra i militanti ma anche malumori tra gli alleati.
Un gesto di forza contro i veti di coalizione
Dietro la decisione di Zaia c’è la sensazione, sempre più diffusa nel Carroccio veneto, che una parte della coalizione stia cercando di limitarne l’influenza. Veti sul nome nella lista, veti sulla presenza del simbolo personale, veti sulla sua eventuale lista civica: un accerchiamento politico che il presidente uscente non ha più voluto subire.
Con il suo annuncio, Zaia trasforma la sua figura in un punto cardinale della campagna. Un messaggio chiaro ai partiti alleati: il consenso non si commissaria, e il Veneto resta la sua roccaforte.
Frizioni tra Lega, Fratelli d’Italia e Forza Italia
Il gesto, però, ha immediatamente amplificato le crepe nel centrodestra regionale. Fratelli d’Italia e Forza Italia non si sono presentati all’evento di apertura, ufficialmente per ragioni di calendario, ma la realtà appare più politica che logistica.
In ambienti vicini a FdI si teme che Zaia voglia personalizzare eccessivamente la campagna, trasformando il voto in un referendum su sé stesso più che su Stefani. I forzisti, dal canto loro, osservano con preoccupazione la possibile “egemonia leghista” e i riflessi che questo braccio di ferro potrebbe avere sugli equilibri nazionali.
La Lega, invece, difende la scelta: «Zaia è il simbolo del buongoverno veneto — commentano i fedelissimi — e la sua presenza in ogni provincia rafforza il progetto del centrodestra, non lo divide».
La strategia del “Doge”
Dietro la mossa di Zaia si intravede anche una visione di lungo periodo: consolidare un consenso personale oltre le sigle, costruire una leadership veneta autonoma, capace di incidere a Roma. È la strategia del “Doge” moderno, che punta a riaffermare la centralità del Nord produttivo e del modello amministrativo veneto come alternativa al centralismo romano e alla burocrazia.
Un segnale anche a Matteo Salvini, impegnato nel difficile equilibrio tra leadership nazionale e spinte territoriali: Zaia non sfida il segretario, ma gli ricorda che il potere del consenso si misura nei voti, non nei tavoli di partito.
Un Veneto che vuole decidere da sé
Al di là delle tensioni interne, la mossa di Zaia interpreta il sentimento diffuso di un elettorato che si riconosce più nelle persone che nei simboli. La sua candidatura in tutte le province è il manifesto di una politica radicata, identitaria, legata alla terra e ai risultati.
Il governatore, salutato da una folla calorosa a Padova, ha parlato di libertà, di autonomia, di Veneto come modello di responsabilità e lavoro. Mentre i partiti litigano, lui si muove come un leader che parla direttamente alla sua gente.
Fonti
ANSA
Sky TG24
ANSA – Salvini con Stefani in Veneto

