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Italia

Il governo salva l’ex Ilva: un decreto per non spegnere l’acciaio di Taranto

Redazione - Il Politico

Garanzie finanziarie ridotte a un anno per gli impianti strategici in amministrazione straordinaria. Rimosso l'ostacolo sollevato dalla Provincia di Taranto, mentre la vendita resta il vero nodo.

Riassunto dell'articolo

Il 26 agosto 2026 il Consiglio dei ministri ha approvato il decreto ex Ilva, che consente alle società in amministrazione straordinaria con impianti di interesse strategico nazionale di prestare garanzie finanziarie annuali anziché pluriennali. La misura supera il contenzioso con la Provincia di Taranto sulle garanzie per rifiuti e discariche, che rischiava di fermare lo stabilimento. Acciaierie d'Italia è commissariata dal febbraio 2024, produce circa 2 milioni di tonnellate annue, impiega oltre 11.000 lavoratori con 4.550 in cassa integrazione. La vendita resta aperta tra Flacks Group, Jindal e la cordata italiana di Federacciai. L'articolo legge il decreto come atto di difesa della sovranità industriale nazionale.

Nel Consiglio dei ministri lampo di mercoledì 26 agosto, mentre i riflettori erano tutti puntati sulla proroga dello sconto accise, è passato quasi sotto silenzio un secondo provvedimento. Capire che cosa prevede il decreto ex Ilva significa capire perché il più grande polo siderurgico d’Europa ha rischiato, ancora una volta, di fermarsi per un cavillo. Il governo — su proposta del presidente Giorgia Meloni, del ministro delle Imprese Adolfo Urso e del ministro dell’Ambiente Gilberto Pichetto Fratin — ha approvato un decreto-legge con misure urgenti per assicurare la continuità operativa degli impianti di interesse strategico nazionale. Tradotto: Taranto non si spegne.

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Cosa prevede il decreto ex Ilva approvato dal Consiglio dei ministri

Il cuore del provvedimento è tecnico ma decisivo. Per le società in amministrazione straordinaria che gestiscono impianti di interesse strategico nazionale sarà sufficiente prestare garanzie finanziarie valide per almeno un anno, anche quando l’autorizzazione ambientale ha una durata superiore.

Sembra burocrazia, ed è invece la differenza tra un’acciaieria accesa e una spenta. La Provincia di Taranto aveva giudicato inadeguate le garanzie presentate nei mesi scorsi da Acciaierie d’Italia per la gestione dei rifiuti e delle discariche interne allo stabilimento: garanzie che, per legge, avrebbero dovuto coprire l’intera durata pluriennale dell’autorizzazione. Ma una società commissariata, per sua natura, non trova sul mercato fideiussioni di lunga durata. Nessuna banca garantisce per dieci anni un’azienda che è in vendita.

Il decreto scioglie il nodo: garanzia annuale, rinnovabile, e impianti che continuano a funzionare nelle more della procedura di cessione. La finalità dichiarata nella relazione illustrativa è esattamente questa: preservare la funzionalità degli impianti siderurgici in attesa che la vendita si concluda.

Perché l’ex Ilva rischiava di fermarsi di nuovo

Senza l’intervento del governo, il contenzioso sulle garanzie avrebbe potuto portare alla sospensione delle attività di gestione dei rifiuti e, a cascata, dell’intero ciclo produttivo. Per uno stabilimento che vive di continuità — un altoforno non si spegne e si riaccende come una caldaia — sarebbe stato un colpo durissimo.

E arriverebbe su un corpo già provato. Acciaierie d’Italia è in amministrazione straordinaria dal febbraio 2024, dopo la rottura tra Invitalia e ArcelorMittal. La produzione si è fermata attorno ai 2 milioni di tonnellate nel 2025, la metà dell’obiettivo di ripartenza. Nel perimetro del gruppo lavorano oltre 9.700 dipendenti, più circa 1.500 della vecchia Ilva in amministrazione straordinaria, e da marzo è attiva la cassa integrazione per 4.550 lavoratori — 3.800 solo a Taranto — autorizzata fino al febbraio 2027. Ogni fermata in più è reddito in meno per migliaia di famiglie e capacità industriale in meno per la Nazione.

Ex Ilva, la vendita: due anni di gare senza svolta

Il decreto tiene in vita il malato, ma la cura vera si chiama cessione. Ed è qui che il quadro resta aperto. Il primo bando, nel gennaio 2025, aveva raccolto tre offerte per l’intero gruppo: la cordata azera guidata da Baku Steel, l’indiana Jindal Steel International e Bedrock Industries. La trattativa preferenziale con gli azeri non è arrivata alla firma, e il governo ha riscritto la procedura rendendo obbligatoria la decarbonizzazione di Taranto, con la prospettiva di forni elettrici al posto del ciclo integrale.

Nel 2026 il confronto si è concentrato sulle proposte del fondo americano Flacks Group e di Jindal, tra polemiche sull’occupazione, sulla solidità industriale dei candidati e sul rischio di una vendita a pezzi. Nelle ultime settimane si è mossa anche la siderurgia nazionale: Federacciai ha schierato una cordata di quattordici imprese italiane interessate agli stabilimenti del gruppo. La premier Meloni ha fissato il paletto politico: il mantenimento di un’importante capacità produttiva di acciaio è un obiettivo di rilievo per il governo.

L’acciaio è sovranità: cosa c’è in gioco per la Nazione

Qui il dossier Taranto smette di essere una vertenza locale e diventa una questione nazionale. Senza acciaio non esiste industria: non si costruiscono ponti, treni, navi, centrali — nemmeno quelle nucleari di cui l’Italia ha urgente bisogno per uscire dalla trappola energetica. Lo abbiamo documentato analizzando perché benzina e diesel restano alle stelle: una Nazione che dipende dagli altri per l’energia paga il conto a ogni crisi. Vale identico per l’acciaio, e il conto lo abbiamo già visto nelle bollette di famiglie e imprese: la siderurgia è tra i settori più esposti allo shock energetico della guerra in Iran, e ogni tonnellata prodotta a Taranto oggi costa più di ieri.

Chi liquida l’ex Ilva come un rottame del Novecento propone, di fatto, di consegnare la manifattura italiana alle acciaierie straniere. La linea del governo va nella direzione opposta: tenere accesi gli impianti, vendere senza svendere, vincolare qualunque acquirente alla produzione e all’occupazione. È la logica dello Stato che non abbandona i settori strategici alle sole convenienze del mercato.

Il decreto ex Ilva approvato mercoledì non risolve la partita: cosa prevede, in fondo, è una tregua tecnica, non la pace industriale. Ma senza questa tregua non ci sarebbe nulla da vendere, nessun posto di lavoro da difendere, nessuna sovranità dell’acciaio da ricostruire. Il tempo guadagnato ora va speso bene: la cessione dovrà dire se Taranto tornerà a essere il cuore siderurgico d’Europa o l’ennesima occasione perduta della Nazione.

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