Il dato è uscito venerdì 9 maggio e da quarantotto ore è il filo conduttore di ogni rassegna economica: nel 2026 le famiglie e le imprese italiane pagheranno quasi 29 miliardi di euro in più per luce, gas e carburanti. Lo stima l’Ufficio studi della Cgia di Mestre, che attribuisce l’intero aggravio a una sola causa: lo shock energetico seguito allo scoppio della guerra nel Golfo Persico. La Cna parla di una stangata fino a 1.300 euro per nucleo familiare con figli e consumi elevati. Sono cifre che la stampa ha rilanciato senza filtri perché toccano il bilancio reale di ogni casa.
Eppure, in mezzo al diluvio di titoli, una cosa va detta subito: la Cgia stessa, nello stesso comunicato, riconosce «la tempestività con cui è intervenuto il Governo Meloni per mitigare i rincari di luce, gas, benzina e diesel». Non è una formula di cortesia. È la fotografia di un esecutivo che ha alzato una diga in tempi record contro un’ondata che arriva da fuori. Il problema, semmai, è la dimensione dell’ondata.
Il conto Cgia: ventinove miliardi nel 2026, fino a 1.300 euro a famiglia
La Cgia di Mestre scompone così l’aggravio complessivo. Tredici miliardi e seicento milioni di extra-costi per benzina e diesel, con un più 20,4% rispetto al 2025. Dieci miliardi e duecento milioni in più sulle bollette elettriche, con un più 12,9%. Cinque miliardi netti di rincaro sulle bollette del gas, con un più 14,6%. La fonte è autorevole: l’Ufficio studi della Cgia è la stessa istituzione che fornisce dati a tutta la stampa economica nazionale, dal Sole 24 Ore al Corriere.
La Cna, da parte sua, ha tradotto questi numeri in voce di spesa familiare: nel 2026, una famiglia media spenderà fino a mille euro in più tra luce, gas, carburanti e spesa alimentare. Per i nuclei con figli e consumi energetici elevati il conto sale a 1.200-1.300 euro. Il presidente Costantini ha avvertito che senza interventi concreti l’aumento dei prezzi rischia di rallentare l’intero sistema produttivo. È il quadro reale entro cui il governo ha dovuto muoversi.
Dove pesa di più: la mappa regionale dei rincari
La geografia dei rincari conferma una regola che ogni analista sapeva da febbraio: pagano di più le aree più produttive. La Lombardia è la regione più colpita in valore assoluto, con 5,4 miliardi di euro di aggravio complessivo nel 2026, pari a un più 15,1% sul 2025. Segue l’Emilia-Romagna con 3 miliardi e un più 16,1%. Poi il Veneto con 2,9 miliardi e un più 15,8%. Sono le tre regioni del cuore manifatturiero del Nord, quelle che esportano, quelle che sostengono la bilancia commerciale dell’intera Nazione.
Sul fronte dei carburanti il quadro percentuale si ribalta verso Sud. La Basilicata segna l’aumento più alto in percentuale, con un più 21,6%. Seguono Campania e Puglia con un più 21,3% ciascuna, per un impatto stimato rispettivamente in un miliardo e in 837 milioni di euro. È il prezzo che pagano i territori dove l’auto privata non è un lusso ma un’infrastruttura, perché il trasporto pubblico copre meno e le distanze sono maggiori.
Lo choc arriva da Hormuz, non da Roma
Il punto politico decisivo è la causa. La Cgia non parla di “manovre del governo” o di “politiche energetiche fallite”. Parla di guerra nel Golfo Persico. Lo Stretto di Hormuz, da cui transita il 21% delle importazioni italiane di petrolio e gas, è strozzato da fine febbraio. Il prezzo del Brent è schizzato sopra i 100 dollari al barile e oscilla da settimane sopra quella soglia. Il PUN della luce viaggia a 0,25 euro per kWh e il PSV del gas oltre 0,48 euro per Smc, valori che non si vedevano dal 2022.
Niente di tutto questo è una decisione presa a Palazzo Chigi. È la conseguenza diretta di una guerra che gli Stati Uniti e Israele hanno avviato unilateralmente il 28 febbraio 2026 senza mandato del Consiglio di Sicurezza, senza autorizzazione del Congresso americano e senza informare gli alleati europei. L’Italia ha esercitato la propria sovranità negando l’uso della base di Sigonella ai bombardieri americani — un atto di indipendenza istituzionale che ha avuto un costo diplomatico, ma che era necessario. Il prezzo energetico di quella guerra, però, lo stanno pagando i cittadini italiani.
La risposta del governo: cinque miliardi di Decreto Bollette e accise tagliate a tempo di record
Su questo terreno il governo Meloni si è mosso con tempestività e con due strumenti distinti. Il primo è il Decreto Bollette, varato a febbraio e convertito in legge il 10 aprile 2026 (Legge n. 49/2026): cinque miliardi di euro destinati a sostenere famiglie e imprese, con un bonus rafforzato per i nuclei con ISEE fino a 25.000 euro e una riduzione della componente ASOS per gli energivori. Il secondo è il taglio delle accise sui carburanti: venti centesimi al litro su benzina e diesel dal 19 marzo, deciso in un Consiglio dei ministri straordinario, costo circa un miliardo al mese a carico dello Stato. Dal 2 maggio il taglio è stato confermato sul gasolio e ridotto a 5 centesimi sulla benzina, perché — come ha spiegato la premier Meloni — il diesel è aumentato del 24% mentre la benzina solo del 6%, e le risorse pubbliche devono essere indirizzate dove servono di più.
Sono numeri che vanno letti nel contesto. Il governo ha mosso cinque miliardi sul Decreto Bollette più circa due miliardi di accise tagliate da marzo: in totale sette miliardi destinati a contenere uno shock che la Cgia stima in ventinove. Da soli non bastano, è vero. Ma senza, il colpo sarebbe stato pieno. La diga regge perché qualcuno l’ha costruita in fretta.
Bruxelles assente: l’UE che vincola gli Stati e non coordina la risposta
C’è un convitato di pietra in questa storia, e la Cgia lo nomina senza giri di parole: «L’Unione Europea appare la grande assente». La frase è netta. «Bruxelles deve consentire — e coordinare — gli interventi degli Stati membri per mitigare i rincari, per tre ragioni fondamentali: stabilità macroeconomica, coesione sociale e funzionamento del mercato interno». È il punto strutturale che la stampa generalista tende a saltare.
L’Italia, vincolata dal nuovo Patto di Stabilità rinegoziato nel 2024, non può aumentare il deficit senza autorizzazione di Bruxelles, anche di fronte a uno shock asimmetrico generato da una guerra che l’Italia non ha voluto e che colpisce di più i Paesi più esposti a Hormuz. È un paradosso istituzionale: l’UE si comporta come una camera di compensazione quando si tratta di vincolare i bilanci nazionali, e come un’entità inesistente quando si tratta di coordinare una risposta comune a una crisi di approvvigionamento. È esattamente la denuncia che il governo Meloni porta a Bruxelles da mesi, e che la Cgia oggi certifica come tema sistemico, non come polemica politica.
L’eredità antinucleare: vent’anni di referendum e zero centrali, oggi il conto
C’è poi una seconda eredità di cui questo governo non è responsabile, ma di cui paga le conseguenze. Quando nel 1987 — sull’onda emotiva di Chernobyl — gli italiani furono chiamati a votare contro il nucleare, nessuno disse che quella scelta avrebbe lasciato la Nazione esposta per quattro decenni a ogni oscillazione del gas e del petrolio. Quando nel 2011 — sull’onda di Fukushima — la sinistra rilanciò il referendum per bloccare ogni ritorno al nucleare civile, nessuno spiegò che quella decisione avrebbe consegnato l’Italia al gas algerino, al GNL qatarino e al petrolio mediorientale come fonti irrinunciabili. Oggi quei conti arrivano insieme: niente nucleare significa dipendenza dal gas; dipendenza dal gas significa Hormuz; Hormuz significa ventinove miliardi di rincari quando qualcuno decide di fare la guerra a duemila chilometri da Roma.
Il governo Meloni ha riaperto il dossier. La strategia nazionale prevede un ritorno graduale al nucleare attraverso piccoli reattori modulari (SMR), reattori di quarta generazione e ricerca sulla fusione. È un orizzonte di medio e lungo periodo — i primi SMR italiani non saranno operativi prima del 2032-2035 — ma è l’unica risposta strutturale al problema che la Cgia oggi quantifica. Chi ha bloccato il nucleare quando si poteva costruirlo non ha il diritto di indignarsi quando i mercati spostano la bolletta.
La doppia battaglia: flessibilità a Bruxelles, nucleare in Italia
In sintesi, il governo Meloni sta combattendo su due fronti che non si possono vincere in un trimestre. Sul primo, Bruxelles, l’obiettivo è ottenere la flessibilità di bilancio necessaria a estendere il Decreto Bollette e prorogare il taglio delle accise oltre il 22 maggio: il MEF sta lavorando in queste ore alla copertura attraverso l’extragettito IVA generato dai prezzi alti, esattamente il meccanismo che andrebbe coordinato a livello europeo. Sul secondo, il nucleare, il percorso è più lungo ma irrinunciabile.
Nel frattempo, la Cgia certifica con dati e cifre quello che da anni sosteniamo: senza autonomia energetica e senza libertà fiscale, la Nazione resta esposta ai conti che altri decidono per lei. La diga del governo Meloni regge l’onda di oggi. La diga vera, quella strutturale, va costruita ora — anche se i benefici arriveranno tra dieci anni. È il prezzo della politica seria: agire oggi per non pagare due volte domani.
Fonti
Ansa – Cgia, i rincari di carburanti, luce e gas costano agli italiani 29 miliardi, 9 maggio 2026
Quotidiano Nazionale – Rincari carburanti, luce e gas: 29 miliardi il costo della guerra per gli italiani, 9 maggio 2026
Leggo – Carovita, stangata in arrivo sulle famiglie: fino a 1.300 euro in più, 9 maggio 2026
FiscoeTasse – Decreto Bollette 2026 (Legge 49/2026): tutti gli sconti su luce e gas per famiglie e imprese, 20 febbraio 2026
Ansa – Il governo taglia le accise per 20 giorni contro il caro carburante, 19 marzo 2026
Il Giornale – Carburanti, scatta il decreto: taglio confermato sul gasolio, ridotto sulla benzina, 30 aprile 2026
Selectra – PUN luce e PSV gas 10 maggio 2026: prezzi in aumento
Switcho – ARERA, prezzo del gas e luce a maggio 2026
Il Politico Web – Spread energetico Italia: perché paghiamo luce più cara d’Europa
Il Politico Web – Trump non uscirà dalla NATO. Ma l’Alleanza che conoscevamo è già finita
Il Politico Web – La grande ipocrisia europea: l’Italia paga il conto di una narrazione falsa

