Il caro carburanti è la voce di questa estate. Un pieno da cinquanta litri di gasolio costa oggi oltre 108 euro. Il diesel ha toccato 2,161 euro al litro sulla rete ordinaria e 2,228 in autostrada, la benzina viaggia a 1,968 euro, con punte oltre i 2 euro sulle tratte autostradali. E ogni giorno il contatore sale: solo nelle ultime ventiquattro ore il gasolio è aumentato di due centesimi, un euro in più a pieno.
Ma il numero che dovrebbe aprire tutti i telegiornali è un altro. Dall’inizio della guerra in Iran, secondo la CNA, famiglie e imprese italiane hanno pagato oltre 4,5 miliardi di euro in più per benzina e gasolio. Solo nei primi ventiquattro giorni di luglio, nel pieno delle partenze estive, l’aggravio ha raggiunto 850 milioni. A fine mese potrebbe arrivare a 1,1 miliardi.
Caro carburanti, perché aumenta la benzina: la guerra arriva alla pompa
Il meccanismo è brutale nella sua semplicità. Il Brent è tornato sopra i 100 dollari al barile per la prima volta da maggio. Lo Stretto di Hormuz resta il collo di bottiglia da cui passa quasi metà del gas naturale liquefatto che importiamo, e ogni fibrillazione tra Washington e Teheran si scarica in poche ore sui listini. La speculazione fa il resto: i mercati prezzano il rischio, i distributori adeguano, e alla fine della catena c’è sempre lo stesso soggetto a pagare — la famiglia italiana che parte per le ferie e l’impresa che deve far viaggiare le merci.
Questa non è una fatalità. È il conto di una dipendenza energetica strutturale che abbiamo documentato passo dopo passo: una Nazione che non ha sovranità sulle proprie fonti di energia paga il prezzo di decisioni prese altrove, senza poter incidere su nessuna di esse.
Il governo si muove, Bruxelles frena
Il governo non sta a guardare. Meloni ha incontrato Giorgetti per esaminare la situazione e valutare l’attivazione delle accise mobili: il meccanismo che restituisce ai cittadini l’extra-gettito Iva incassato dallo Stato quando il petrolio sale, sotto forma di taglio temporaneo delle accise. Uno strumento a costo quasi nullo per i conti pubblici.
Il problema è ciò che il governo non può fare. Le flessibilità concesse dall’Unione in campo energetico sono vincolate alla transizione ecologica: non possono essere usate per abbassare le tasse sulla benzina. Tradotto: mentre gli italiani pagano il pieno più caro da tre anni, le regole di Bruxelles stabiliscono che quei margini servano ai pannelli e alle colonnine, non alle famiglie in coda al distributore. È la stessa Unione che, davanti alla crisi di Hormuz, ha scelto di restare fuori dal tavolo dove si decide.
Il conto della dipendenza era già scritto
Chi segue le nostre analisi sapeva che sarebbe finita così. Quando il gas del Qatar è entrato in crisi, avevamo scritto che sostituire un gasdotto con una nave metaniera che attraversa Hormuz non è sovranità energetica: è solo un altro modo di dipendere. Oggi quella dipendenza si chiama 2,16 euro al litro.
La verità che nessuno vuole pronunciare è questa: il caro carburanti non si combatte con gli sconti temporanei, ma con la sovranità energetica. Diversificazione vera degli approvvigionamenti, ritorno al nucleare, una politica dell’energia decisa a Roma e non subita dai mercati o dai regolamenti dell’Unione. Fino ad allora, ogni crisi a settemila chilometri da casa continuerà a presentarsi puntuale dove fa più male: al distributore sotto casa.
Fonti
- Quotidiano Nazionale – Petrolio e caro carburante, Meloni incontra Giorgetti
- Adnkronos – Caro carburanti, vertice Meloni-Giorgetti: ipotesi accise mobili
- Sky TG24 – Benzina, governo studia le accise mobili: come funziona lo sconto
- Fanpage – Caro carburanti e l’incognita delle accise mobili

