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Attentato a Ranucci, libertà sì ma non propaganda

- Italia

L’attentato contro Sigfrido Ranucci scuote il Paese e riapre il dibattito sulla libertà di stampa. Ma la difesa della libertà d’espressione non può trasformarsi in immunità per un giornalismo militante: il diritto di informare deve valere per tutti, non solo per chi è allineato al pensiero dominante.

Attentato a Ranucci, libertà sì ma non propaganda

📋 Riassunto dell'articolo

Un ordigno è esploso davanti alla casa del giornalista Sigfrido Ranucci, conduttore di Report, distruggendo due auto ma senza causare vittime. L’episodio ha suscitato una forte ondata di solidarietà, in Italia e all’estero, ma anche riflessioni critiche sulla figura del conduttore e sul suo giornalismo spesso percepito come schierato politicamente. L’articolo condanna con fermezza l’attacco, sottolineando che la libertà di parola è un diritto universale, ma ribadisce che la libertà di stampa non deve mai diventare licenza d’accusa o strumento di propaganda.

Un ordigno è esploso nella notte tra il 16 e il 17 ottobre davanti alla casa di Sigfrido Ranucci, conduttore di Report su Rai 3, distruggendo l’auto del giornalista e quella della figlia. L’esplosione, avvenuta nella zona di Campo Ascolano, a Pomezia, non ha causato feriti ma ha scosso profondamente il dibattito sul rapporto tra libertà di stampa e responsabilità dell’informazione.

Un gesto inaccettabile, chiunque ne sia il bersaglio

Condannare l’attentato è un dovere morale e civile.
Qualunque violenza, intimidazione o minaccia nei confronti di chi esprime un pensiero — che sia un giornalista, un politico o un cittadino — è un attacco alla libertà stessa.
L’Italia non può permettere che il confronto democratico venga sostituito dalla paura o dal silenzio imposto dal terrore.
Ranucci, in queste ore, ha ricevuto una grande ondata di solidarietà: davanti alla sua abitazione si sono radunate centinaia di persone, mentre i messaggi di vicinanza sono arrivati da tutto il mondo, dai media francesi al Guardian, fino alle istituzioni italiane.

Un simbolo controverso del giornalismo italiano

Ma sarebbe ipocrita, oggi, ignorare che la figura di Ranucci non rappresenta un modello neutrale di giornalismo.
Negli anni, il conduttore di Report ha costruito la propria immagine attraverso inchieste spesso orientate politicamente, in cui l’intento di denuncia ha talvolta sconfinato nella costruzione di narrazioni tese a colpire un solo fronte: quello del centrodestra, dei governi di area conservatrice, o di esponenti non allineati alla linea culturale progressista dominante.
Un giornalismo che pretende di “smascherare il potere” ma che, di fatto, finisce per esercitare un potere mediatico selettivo, alimentando sospetti e campagne d’opinione, più che un’informazione basata sull’equilibrio dei fatti.
Non è un caso che molte inchieste di Report — come quelle su ministri, imprenditori e personalità pubbliche vicine al mondo sovranista — si siano poi rivelate deboli sul piano delle prove o delle fonti, con correzioni, precisazioni o cause legali successive.

Il diritto di informare non può diventare licenza di accusare

Il punto, oggi, non è giudicare la persona ma riflettere sul sistema.
Difendere la libertà di stampa non significa santificare chi la esercita in modo parziale o ideologico.
Significa ribadire che il pluralismo dell’informazione — quello vero — è fatto anche di voci che dissentono dal pensiero unico mediatico, non solo di chi lo promuove.
L’attentato a Ranucci è grave, ma non deve diventare il pretesto per mettere a tacere le critiche legittime verso un certo modo di fare giornalismo, che da anni dà spazio solo a una parte del Paese e demonizza l’altra.
Chi ama davvero la libertà, sa che essa vive di confronto, di dialettica e perfino di attrito, non di sudditanza morale.

Il dovere dello Stato: proteggere tutti, non solo alcuni

Il governo — che ha giustamente espresso solidarietà a Ranucci — deve ora garantire che tutti i giornalisti, anche quelli non allineati con il mainstream progressista, godano della stessa tutela e considerazione.
Non può esserci una libertà “a senso unico”, dove l’indignazione scatta solo per alcuni nomi, mentre altri cronisti — magari di testate indipendenti o di area conservatrice — vengono lasciati soli quando subiscono minacce, censure o aggressioni.
La libertà di parola è indivisibile.
Se vale per Report, deve valere anche per chi la pensa diversamente.

Il messaggio da trarre

Chi ha collocato quella bomba voleva zittire, ed è proprio per questo che oggi occorre parlare ancora di più, ma con onestà e rispetto della verità.
Difendere la libertà di pensiero significa riconoscere che la società non può vivere di un solo racconto — quello imposto da una parte politica o culturale — ma deve accettare la pluralità delle narrazioni.
L’attacco a Ranucci, dunque, non può diventare l’ennesimo episodio di strumentalizzazione: deve essere un’occasione per ricordare che il giornalismo libero non è quello che divide, ma quello che serve la verità, senza bandiere.

Fonti

Repubblica
Corriere della Sera
Avvenire
Rai News
The Guardian

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