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Italia

Il Sud è rimasto senza benzina: un’acciaieria che chiude ha svuotato i distributori di tre regioni

Redazione - Il Politico

Dal 12 ottobre gli operai dell'ex Ilva bloccano la raffineria Eni di Taranto, che rifornisce Puglia, Basilicata e Calabria. Centinaia di impianti a secco, code notturne, aeroporti a rischio. Camionisti e agricoltori fermi fino al 20 ottobre. Il governo convoca tutti il 27.

Riassunto dell'articolo

Dal 12 ottobre 2026 gli operai dell'ex Ilva presidiano le statali 7 e 106 davanti alla raffineria Eni di Taranto, impedendo alle autocisterne di uscire, per protestare contro lo stop dell'area a caldo e la cassa integrazione. La raffineria rifornisce Puglia, Basilicata e Calabria: oltre 150 dei 300 impianti Enilive pugliesi sono senza carburante, nel Foggiano quasi tutti i distributori sono a secco, a Catanzaro mercoledì era aperto un solo impianto, nel Cosentino la maggior parte delle pompe è vuota, a Brindisi code notturne fino a due ore, carenza segnalata agli aeroporti di Bari e Brindisi. Si è sommata la protesta di autotrasportatori e agricoltori contro il gasolio sopra 2,30 euro: blocchi nel Foggiano, fermo Fedralog in Calabria dal 16 al 20 ottobre con 22 presidi e 800 mezzi, sospensione in Sicilia fino al 20, presidi in Campania. Conftrasporto denuncia un rincaro del gasolio di oltre 50 centesimi dall'inizio della guerra in Iran e i 440 milioni promessi a maggio non ancora erogati; Unatras minaccia il fermo nazionale. Il governo ha convocato sindacati ex Ilva a Palazzo Chigi e autotrasporto al MIT per il 27 ottobre; gli operai hanno sospeso il blocco la mattina del 16, ma il ripristino delle scorte richiederà giorni. Il 20 ottobre la Cassazione decide sui ricorsi contro il fermo dell'area a caldo.

Perché i distributori sono senza benzina in mezzo Sud? Da martedì 13 ottobre i cartelli “carburante esaurito” si moltiplicano tra Puglia, Basilicata e Calabria. A Catanzaro mercoledì era aperto un solo impianto, con una fila di chilometri. Nel Cosentino la stragrande maggioranza delle pompe è vuota. Nel Foggiano quasi tutte. A Brindisi di notte si aspetta fino a due ore per un pieno. Eni segnala carenze perfino agli aeroporti di Bari e Brindisi.

CREAZIONE SITI WEB
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La risposta non sta nello Stretto di Hormuz né nei droni ucraini. Sta a Taranto, davanti ai cancelli di una raffineria.

Un’acciaieria che chiude e una raffineria che non consegna

Da lunedì 12 ottobre gli operai dell’ex Ilva presidiano le statali 7 e 106, le due strade che portano alla raffineria Eni di Taranto. Le autocisterne non escono. Protestano contro lo stop dell’area a caldo dello stabilimento siderurgico, che nei prossimi mesi significa cassa integrazione quasi totale per migliaia di lavoratori, e chiedono norme sui prepensionamenti e il riconoscimento della legge sull’amianto.

La raffineria di Taranto è l’unico grande impianto di raffinazione del Sud adriatico e ionico: da lì partono i carburanti per Puglia, Basilicata e Calabria. Bloccata quella, in tre giorni la rete si è svuotata. Secondo Eni, in Puglia oltre 150 dei circa 300 impianti Enilive sono rimasti senza benzina e gasolio; a Taranto quasi tutti. Le consegne in Calabria sono saltate lunedì, martedì e mercoledì. Il fenomeno ha colpito anche gli altri marchi, che si riforniscono dallo stesso deposito.

Poi è scattato il riflesso che ogni crisi conosce: chi ha trovato una pompa aperta ha fatto il pieno e riempito le taniche, svuotando anche gli impianti che reggevano. A Matera è intervenuta la polizia municipale per regolare le code.

Tir e trattori: la seconda protesta si somma alla prima

Sul blocco di Taranto si è innestata un’altra mobilitazione, che non c’entra con l’acciaio ma con il prezzo del gasolio. Da quattro giorni agricoltori, autotrasportatori e commercianti bloccano i caselli e le strade del Foggiano; a Cerignola i negozi sono rimasti chiusi. Il 1° ottobre trattori e camion avevano già chiuso l’A2 allo svincolo di Pizzo.

Da oggi, 16 ottobre, Fedralog ferma i mezzi pesanti in Calabria fino al 20: ventidue presidi, circa ottocento camion, davanti all’aeroporto di Lamezia, al porto di Gioia Tauro e agli svincoli dell’autostrada. Il Comitato autotrasportatori siciliani ha sospeso l’attività dalla mezzanotte fino al 20, senza blocchi stradali: i rimorchi restano nei porti. Presidi annunciati anche in Campania.

I numeri li danno loro. Il gasolio alla pompa ha superato i 2,30 euro al litro, in alcune rilevazioni i 2,40. Conftrasporto calcola che dall’inizio della guerra in Iran il diesel sia salito di oltre cinquanta centesimi. In Calabria le imprese di autotrasporto sono passate, dice Fedralog, da circa 1.200 a 900 in un anno; un camion spende quasi 11.200 euro in più di carburante ogni sei mesi. Gli agricoltori parlano di 500 euro al giorno di gasolio per trattore e di grano pagato venti centesimi.

I soldi promessi a maggio non sono arrivati

Qui il fatto va detto per intero. A maggio il governo aveva incontrato l’autotrasporto e annunciato 440 milioni per il caro gasolio. Secondo Unatras quelle risorse non sono ancora state erogate. È il punto su cui le associazioni nazionali, che pure prendono le distanze dai blocchi spontanei, si trovano d’accordo con chi è in strada: il presidente di Conftrasporto Pasquale Russo chiede una convocazione “ad horas” e minaccia il fermo nazionale, Unatras denuncia il “mancato confronto” e avverte del rischio di paralisi.

Il governo ha risposto con due convocazioni, entrambe per il 27 ottobre: i sindacati dell’ex Ilva a Palazzo Chigi, l’autotrasporto al ministero dei Trasporti con Presidenza del Consiglio, Economia e Imprese. Dopo la convocazione, gli operai hanno sospeso lo sciopero e il blocco: le strade dovrebbero riaprire stamattina. Ma le consegne ripartiranno gradualmente e serviranno giorni per riempire tutte le cisterne. Il 20 ottobre, intanto, la Cassazione esaminerà i ricorsi contro il fermo dell’area a caldo. La Regione Calabria ha stanziato 15 milioni, 10 per i trasportatori e 5 per le aziende agricole: non è bastato a fermare il fermo.

Il prezzo è mondiale, la fragilità è nostra

Le due proteste hanno origini diverse ma la stessa radice. Il gasolio costa 2,25 euro perché due guerre hanno fermato le raffinerie del Golfo e della Russia, e perché su ogni litro lo Stato trattiene più di un euro. Quello non si decide a Taranto. Ma che tre regioni restino a secco in tre giorni perché una sola raffineria smette di consegnare, quello sì che si decide in Italia.

È la stessa lezione del tetto ai prezzi di Eni: quando il mercato non regge, è l’impresa pubblica a dover tenere. Una Nazione che ha chiuso raffinerie per vent’anni e concentrato la logistica dei carburanti in pochi nodi non può stupirsi se un presidio operaio diventa un’emergenza regionale. E una categoria che aspetta da maggio i soldi stanziati non ha torto a non fidarsi di un tavolo fissato tra undici giorni.

Il Mezzogiorno paga due volte: il conto della guerra, come tutti, e il conto di una fragilità industriale che nessuna guerra ha creato. Fino al 20 ottobre i camion restano fermi. Il 27 si parla. In mezzo ci sono le code alle cinque del mattino.

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