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Finanza

Ex Ilva, i giudici spengono l’ultimo altoforno d’Italia. E il Governo corre ai ripari

Federico Galli

La Corte d'Appello di Milano respinge la sospensiva: area a caldo chiusa entro il 28 ottobre. Ricorso in Cassazione, tavolo a Chigi il 15 settembre e Stato pronto a entrare nel capitale.

Riassunto dell'articolo

L'11 settembre 2026 la Corte d'Appello di Milano ha respinto la sospensiva chiesta da Acciaierie d'Italia, confermando lo spegnimento dell'area a caldo dell'ex Ilva di Taranto entro il 28 ottobre per presenza di amianto e superamento dei limiti sulle polveri sottili. È la fine dell'unico ciclo integrato italiano. L'indotto ha annunciato oltre 2.500 licenziamenti. Il Governo ha impugnato il decreto in Cassazione, ha aperto tavoli a Palazzo Chigi (nuovo incontro il 15 settembre), valuta una partecipazione pubblica e una nuova autorizzazione ambientale ridotta a 2-3 milioni di tonnellate. Le offerte vincolanti scadono il 15 ottobre: in corsa Jindal, la cordata Federacciai, Flacks e CE Industries.

La sentenza della Corte d’Appello di Milano sull’ex Ilva ha chiuso la porta. Venerdì 11 settembre i giudici hanno respinto l’istanza con cui Acciaierie d’Italia e l’ex Ilva in amministrazione straordinaria chiedevano di sospendere lo spegnimento dell’area a caldo di Taranto. Resta in vigore il decreto del 27 luglio: gli altoforni vanno fermati entro il 28 ottobre.

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Non è una data qualsiasi. Con la chiusura dell’area a caldo dell’ex Ilva finisce l’unico ciclo integrato ancora attivo in Italia, cioè l’unico impianto capace di produrre acciaio partendo dal minerale. Da quel giorno la Nazione non avrà più una siderurgia primaria propria.

Cosa ha deciso la Corte d’Appello di Milano

Il procedimento nasce dal reclamo dell’associazione Genitori Tarantini. I giudici hanno accertato la presenza di amianto negli impianti e il mancato rispetto dei limiti sulle polveri sottili, e su questa base hanno ordinato lo stop dell’area a caldo.

Il principio è netto: nel conflitto tra il diritto all’esercizio dell’impresa e il diritto alla salute dei cittadini, prevale il secondo. La Corte lo ha scritto a luglio e lo ha confermato a settembre, senza concedere margini.

Il punto, però, è un altro. Gli impianti di Taranto rispettano le prescrizioni dell’autorizzazione ambientale rilasciata dal ministero e sono più moderni di molti concorrenti europei. Alcuni altoforni sono già spenti, le emissioni sono calate, gli investimenti sono stati fatti. Ai giudici non è bastato.

Perché l’ex Ilva è un asset strategico

Lo stabilimento di Taranto oggi produce circa due milioni di tonnellate all’anno e impiega oltre undicimila lavoratori, di cui circa 4.550 in cassa integrazione. È il più grande polo siderurgico d’Europa per estensione e l’unico in Italia con altoforni.

L’acciaio di Taranto entra nelle carrozzerie delle auto, nelle lamiere della cantieristica, nei tubi dell’energia, nei mezzi della difesa. Senza il ciclo integrato, tutto questo va comprato all’estero: dalla Germania, dall’Asia, dai Paesi del Golfo.

La lezione l’abbiamo già vista con il gas. Chi rinuncia alla produzione primaria non elimina il bisogno, lo consegna ad altri. Ed è esattamente ciò che accade quando ci si chiede cosa succede all’ex Ilva dopo il 28 ottobre: si passa da produttori a importatori.

Il conto sociale della sentenza

Il 4 settembre l’associazione Aigi, che raggruppa le imprese dell’appalto e dell’indotto, ha comunicato ai sindacati che 28 aziende avvieranno oltre 2.500 licenziamenti collettivi. È la prima conseguenza concreta della chiusura dell’area a caldo dell’ex Ilva, e arriva prima ancora dello spegnimento.

Le stime circolate sulla stampa parlano di ottomila posti di lavoro a rischio tra diretti e indotto e di un impatto sul prodotto interno lordo nell’ordine di decine di miliardi. Numeri che la Corte d’Appello, per sua stessa natura, non era chiamata a pesare.

La CGIL di Taranto parla di snodo decisivo, la USB chiede la nazionalizzazione, Confapi avverte del collasso occupazionale. Il territorio, per una volta, chiede tutto tranne che restare fermo.

Cosa fa il Governo: Cassazione, Chigi e Stato in campo

Palazzo Chigi si è mosso su più fronti. Il ministro delle Imprese Adolfo Urso ha dato mandato di impugnare in Cassazione il decreto della Corte d’Appello, pur ammettendo che la strada potrebbe non produrre effetti in tempo utile.

Il 26 agosto il Consiglio dei ministri aveva già approvato il decreto ex Ilva sulle garanzie finanziarie annuali, che ha evitato un altro stop per il contenzioso con la Provincia di Taranto. Un tampone utile, ma su un fronte diverso da quello aperto dai giudici milanesi.

L’8 settembre Chigi ha convocato due tavoli: uno con le imprese sulle prospettive di Taranto, uno con i sindacati metalmeccanici. Il sottosegretario Alfredo Mantovano ha aperto per la prima volta a una partecipazione pubblica nel capitale dell’ex Ilva, a condizione che arrivi un piano industriale credibile. Il tavolo con i sindacati torna a riunirsi martedì 15 settembre.

Sul tavolo del Mimit c’è anche un’ipotesi tecnica: chiedere una nuova autorizzazione ambientale ridotta a due o tre milioni di tonnellate, per rientrare nei limiti indicati dalla Corte senza rinunciare all’area a caldo. È la carta più concreta per non spegnere tutto.

I quattro pretendenti e la scadenza del 15 ottobre

Le offerte vincolanti per rilevare Acciaierie d’Italia vanno presentate entro il 15 ottobre. In corsa ci sono quattro soggetti, con posizioni molto diverse.

Gli indiani di Jindal sono gli unici ad aver presentato un’offerta vincolante sull’intero perimetro, area a caldo compresa, aggiornata dopo la decisione dei giudici. La cordata italiana coordinata da Federacciai, con Arvedi, Marcegaglia, Duferco e Acciaierie Venete, punta per ora solo all’area a freddo. Il fondo americano Flacks non ha ancora formalizzato la lettera di garanzia chiesta dai commissari. Il gruppo ceco CE Industries è in fase esplorativa.

Il quadro dice una cosa chiara: chi vuole tenere in vita gli altoforni è un gruppo straniero. Gli acciaieri italiani, che conoscono il mercato meglio di tutti, preferiscono tenersi alla larga da un’area a caldo che un tribunale può spegnere in qualsiasi momento.

Il nodo politico: chi decide la politica industriale

Dal 2012, anno del sequestro degli impianti, il destino di Taranto è stato scritto più nelle aule giudiziarie che in Parlamento. Sono passati Passera, Guidi, Calenda, Di Maio, Giorgetti, Urso. Ogni Governo ha prodotto decreti, ogni decreto è finito davanti a un giudice.

La sentenza della Corte d’Appello sull’ex Ilva porta questa logica alle estreme conseguenze. Un’autorizzazione ambientale firmata dal ministero, con prescrizioni, tempi e controlli, viene giudicata insufficiente da un collegio civile. Il risultato è che nessun investitore serio potrà più contare sulla stabilità delle regole.

La tutela della salute dei tarantini è un dovere. Ma la scelta se una Nazione debba produrre il proprio acciaio oppure comprarlo altrove è una decisione politica, che spetta a chi risponde agli elettori. Quando questa scelta passa a un tribunale, non è la salute a vincere: è la politica industriale a scomparire.

Le tre date che decidono il futuro di Taranto

Il calendario è stretto. Il 15 settembre il Governo incontra i sindacati a Chigi. Il 15 ottobre scadono le offerte vincolanti. Il 28 ottobre gli altoforni devono essere spenti, salvo un intervento della Cassazione o una nuova autorizzazione ambientale che convinca i giudici.

In sei settimane si capirà se l’Italia resterà una Nazione siderurgica. Meloni ha definito l’ex Ilva il dossier su cui il Governo sta spendendo più ore. Il tempo, questa volta, è l’unica cosa che i giudici non hanno concesso.

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