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Finanza

Eni blocca i prezzi di benzina e gasolio: ecco a cosa serve un’impresa nazionale

Bruno Bindel

Dal 28 settembre benzina a 1,99 e gasolio a 2,19 euro su oltre 4mila stazioni Enilive. Mentre l'Europa chiude raffinerie e Bruxelles vieta i sostegni, il Cane a sei zampe fa quello che il mercato non ha fatto.

Riassunto dell'articolo

Il 25 settembre 2026 Eni ha annunciato un tetto ai prezzi dei carburanti sulla rete Enilive (oltre 4mila stazioni): dal 28 settembre, per trenta giorni prorogabili fino a fine anno, benzina a massimo 1,99 euro al litro e gasolio a 2,19, circa 17 centesimi sotto le medie Mimit (2,154 e 2,338 euro). La misura coincide con il dimezzamento dello sconto sulle accise del gasolio. Il governo rivendica un'azione di persuasione sull'azienda; il Codacons stima risparmi di circa 10-11 euro a pieno. L'analisi de Il Politico Web legge la scelta come prova del valore di un'impresa strategica sotto controllo pubblico, in un quadro europeo di chiusure di raffinerie e divieti sui sostegni ai carburanti.

Il tetto ai prezzi dei carburanti deciso da Eni è la notizia che gli automobilisti italiani aspettavano da mesi. Da lunedì 28 settembre, sulla rete Enilive, la benzina non potrà superare 1,99 euro al litro e il gasolio 2,19 euro. Vale anche in autostrada. Vale per oltre 4mila stazioni di servizio.

CREAZIONE SITI WEB
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Non è uno sconto promozionale. Non è una campagna pubblicitaria. È un prezzo massimo dichiarato alla pompa, deciso da un’impresa il cui controllo è pubblico, nel momento in cui le famiglie ne avevano più bisogno.

Cosa prevede il tetto Eni sui prezzi dei carburanti

La misura dura trenta giorni, con prima scadenza a fine ottobre. Eni ha già previsto la possibilità di prorogarla fino a fine anno, in base all’andamento del mercato e degli approvvigionamenti.

Il tetto è agganciato all’agevolazione fiscale sulle accise in vigore. Secondo l’azienda, i due prezzi massimi sono circa 17 centesimi al litro sotto i livelli medi attuali.

La società la definisce un nuovo contributo di solidarietà verso consumatori e clienti. Si aggiunge a quanto fatto da marzo, quando Eni ha scaricato solo in parte sui prezzi consigliati l’aumento delle quotazioni internazionali, assorbendone una quota significativa.

Quanto si risparmia al distributore

Venerdì 25 settembre l’Osservatorio del Mimit registrava in modalità self una media di 2,154 euro per la benzina e 2,338 euro per il gasolio. In autostrada il gasolio toccava 2,421 euro.

Con il tetto, il gasolio alle stazioni Eni scende di circa 15 centesimi rispetto alla media stradale e di oltre 23 rispetto a quella autostradale. La benzina cala di oltre 16 centesimi.

Il Codacons ha fatto i conti sul pieno, considerando anche la riduzione dello sconto sulle accise: circa 10,4 euro in meno per il gasolio, 11,2 euro per la benzina. Moltiplicato per milioni di rifornimenti, è denaro che resta nelle tasche di chi lavora.

Perché ora: si dimezza il taglio delle accise sul gasolio

La tempistica non è casuale. Dal 26 settembre è scattato il riordino delle accise, con il dimezzamento dello sconto sul gasolio. Senza un intervento, il diesel sarebbe salito ancora proprio mentre agricoltori e autotrasportatori protestano per i costi.

Il governo si è mosso da tempo. Fonti dell’esecutivo parlano di una pressione esercitata sull’azienda guidata da Claudio Descalzi e rivendicano una strategia su due fronti: il bollo auto, che diventerà strutturale con la prossima manovra, e il blocco dei prezzi alla pompa. Palazzo Chigi ha ringraziato Eni per un gesto di attenzione verso l’Italia.

È la conferma di una linea già vista a giugno, quando il ministro Urso convocò le compagnie petrolifere per verificare che i ribassi del greggio arrivassero alla pompa.

Un’impresa nazionale fa l’interesse nazionale

Qui sta il punto politico che molti commentatori fingono di non vedere. Eni ha potuto fare questa scelta perché è un’impresa strategica sotto controllo pubblico. Un colosso privato, rispondendo solo agli azionisti, avrebbe continuato a incassare.

Per trent’anni ci hanno raccontato che lo Stato doveva uscire dall’economia, che le partecipazioni pubbliche erano un residuo del passato, che il mercato avrebbe fatto da sé. Il mercato, lasciato da solo, ha portato il gasolio sopra i 2,30 euro.

Enrico Mattei costruì l’Eni proprio per questo: perché una Nazione povera di risorse non restasse ostaggio dei cartelli stranieri. È la stessa logica che oggi, con il Piano Mattei, ha permesso all’Italia di costruire asset propri in Algeria, Azerbaijan e Costa d’Avorio e di reggere l’urto della crisi meglio di altri.

Il dibattito sugli extraprofitti ha diviso la maggioranza per settimane. La scelta di Eni sposta la questione su un piano più serio: non conta solo quanto si tassa, conta chi controlla le imprese strategiche e a chi rispondono quando la Nazione è sotto pressione.

L’opposizione che non sa cosa dire

A sinistra le reazioni sono state imbarazzate. Il senatore del Pd Francesco Boccia ha chiesto perché Eni non sia intervenuta prima. Angelo Bonelli, di Avs, ha rivendicato di aver sempre chiesto un prezzo calmierato.

Sono le stesse forze politiche che hanno sostenuto ogni stagione di privatizzazioni e ogni vincolo europeo sulla spesa. Oggi scoprono il valore di un’impresa pubblica solo per contestare il governo che l’ha spinta ad agire.

Le associazioni dei consumatori, che non hanno padrini politici da difendere, sono state più oneste. Codacons, Unione nazionale consumatori e Assoutenti hanno applaudito. Qualcuno ha osservato, con una punta di amarezza, che un’impresa quotata ha fatto più di quanto abbia fatto la politica in anni.

L’Europa che chiude raffinerie e vieta i sostegni

Il caro carburanti ha radici precise. La prima è geopolitica: la crisi di Hormuz e le tensioni nel Golfo hanno ridotto l’offerta di prodotti raffinati sui mercati internazionali.

La seconda è europea. Negli ultimi quindici anni in Europa hanno chiuso quasi trenta raffinerie, sacrificate sull’altare di una transizione decisa a Bruxelles senza calcolarne i costi. Il continente oggi dipende dalle importazioni di carburante raffinato.

E le regole UE, come abbiamo già spiegato raccontando la riforma della rete dei carburanti, consentono flessibilità per gli investimenti nella transizione ma vietano il sostegno generalizzato ai carburanti. Lo Stato ha le mani legate sulla leva fiscale. Un’impresa nazionale no.

Eni, nel frattempo, ha tenuto in vita capacità produttiva che altrimenti sarebbe sparita: le bioraffinerie di Venezia e Gela, la trasformazione di Livorno, l’occupazione nei siti italiani. Nel 2025 la produzione nazionale di raffinati ha superato il fabbisogno interno.

Ora tocca agli altri marchi

L’8 ottobre i ministeri delle Imprese e della Sicurezza energetica hanno convocato le principali società di raffinazione attive in Italia, da Saras a Socar-Ip, per capire se esistano margini per aumentare la produzione.

È l’occasione per chiedere agli altri operatori di seguire l’esempio. Se il tetto prezzi carburanti Eni ha retto i conti del primo gruppo energetico italiano, nessun concorrente potrà sostenere che era impossibile.

Il messaggio di questa settimana è semplice. Quando la Nazione soffre, un’impresa nazionale non si limita a registrare i margini: si assume una responsabilità. È esattamente ciò che ci si aspetta da chi porta il Cane a sei zampe.

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Bruno Bindel
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