Il lavoro, questo grande assente dallo scenario italiano, europeo se non mondiale in un’epoca di continui e repentini cambiamenti può e deve essere nuovamente un soggetto unitario e riprendere vigore da mero oggetto di scambio (ore e forza in cambio di denaro) al quale è stato relegato.
Una rivoluzione, si badi bene non restaurazione o conservazione, che tenga conto del lessico originario di alcuni termini che possono ristrutturarsi in maniera ad esso complementare: Stato, Nazione, Patria, Comunità.
Un’operazione che, a dir il vero, è iniziata a livello editoriale su riviste e pubblicazioni di settore tanto a destra quanto a sinistra (ammesso che il vecchio spartiacque della politica novecentesca sia ancora applicabile a quella del ventunesimo secolo) ma a cui occorre far fare uno step in più per permettergli di raggiungere le finalità che è obbligatorio e sempre più stringente porsi.
Il lavoro retrocesso nel passaggio dalla Comunità alla società odierna ha perso vigore, non è più nobilitato dal sudore degli uomini ma sfruttamento tramite contratti atipici, è sotto attacco da parte delle GAFAM (termine collettivo che sta ad indicare le grandi aziende tecnologiche, nello specifico: Google, Amazon, Facebook, Apple e Microsoft) che contano, e pesano, più di interi Stati e fanno il bello e cattivo tempo in barba alle leggi che al massimo le multano di pochi spiccioli (in confronto ai loro guadagni netti) per evasione fiscale.
Un connubio, quello tra Lavoro e Nazione, che in passato ha forgiato i cittadini dando loro un senso all’interno dello Stato (quello gentiliano per intenderci) che dopo secoli di passiva sudditanza consentiva all’individuo di uscire dalla solitudine dell’io e dell’uno per abbracciare l’unità di intenti di chi segua una comune direzione. Questo è il valore che bisogna ritrovare in chi non deve più sentirsi un pezzo isolato ma un tassello di un mosaico che lavora per l’avvenire, che produce per la propria progenie e viene ricompensato da un sistema sociale adeguato.
Le sconfitte, molteplici a dire il vero, patite dagli attacchi delle privatizzazioni imperanti, delle delocalizzazioni imposte dai colossi multinazionali hanno visto una risposta operante sempre e solo colpevolmente in difesa. Scongiurare una chiusura di un impianto con il semplice posticipare di un avvenimento che si ripropone a breve per gli interessi, meramente economici, del capitale non può più bastare né al sindacalista né al lavoratore ma soprattutto non deve bastare ad una classe dirigente politica che se non difenderà gli asset strategici della Nazione si renderà complice di un arretramento dal quale non c’è ritorno.
La sfida va portata e condotta all’attacco di un sistema che ha inferto ferite già così profonde da rischiare di non rimarginarsi mai più. È solamente con una strategia che privilegi la produzione sulla finanza e le decisioni della politica su quelle dell’economia che si potrà invertire il flusso.
Al momento l’unica comunanza intergenerazionale è la preoccupazione per il sistema pensionistico divisa, al suo interno, tra chi ne agogna l’arrivo dopo una vita di sacrifici ma vede allungarsi sempre più l’età a partire dalla quale ne potrà usufruire e i contributi necessari ad ottenerla e chi, da neoassunto, vive già la consapevolezza che potrebbe trattarsi di un miraggio al cui non si giungerà mai.
L’identificazione del nemico
Da diversi decenni quella che, in maniera del tutto impropria, prima in Francia e poi in Italia è stata definita Nouvelle droite (Nuova destra) elabora lunghe e pregevoli analisi di approfondimento sui principali temi che circondano il nostro presente. Il massimo esponente di questo movimento di opinione, il francese Alain De Benoist, si è recentemente soffermato sui cambiamenti posti in essere dal liberalismo a partire dalla sua definitiva vittoria sulle altre ideologie. Altre ideologie che, seppur uscite sconfitte, non hanno terminato la propria esistenza in concomitanza con quella della storia come ebbe modo di affermare il politologo Francis Fukuyama nel suo più famoso saggio all’inizio degli anni Novanta perché lo stesso liberalismo si pone come ideologia, unica e dominante da cui scaturiscono i dettami del politicamente corretto e del pensiero unico.
Nel testo tradotto da Arianna editrice dal titolo “Critica del liberalismo. La società non è un mercato” De Benoist focalizza l’attenzione proprio sugli striscianti meccanismi di trasformazione del lessico e del significato di concetti chiave, come il passaggio dalla “comunità” alla “società” determinante per aprire gli spazi ai diritti individuali, fumo negli occhi per cittadini (quasi nuovamente sudditi) a cui vengono tolti i diritti sociali.
Quanto alla tematica del “lavoro” l’autore sottolinea le differenze tra il mestiere e l’occupazione, lì dove con il primo si vede quello che si crea e si consuma frequentemente il proprio prodotto, come in una forma di autonomia, mentre nella seconda divenendo impiegati si crea una sorta di dipendenza in cui si consuma solo quello che altri hanno creato. Un processo storicamente iniziato nel XIX secolo e che ormai è divenuto prassi.
Questo mutamento ci consente di parlare non di fine del lavoro, come già preconizzava John Maynard Keynes negli anni Trenta o molto più di recente l’economista Jeremy Rifkin, ma di una sua radicale trasformazione in un contesto di crisi.
Di notevole importanza è anche la prospettiva dello scrittore francese sul rapporto tra il capitalismo industriale e quello finanziario, tenendo conto della visione fattasi largo che vorrebbe indicare come “buono” il primo e artefice di ogni male il secondo. A giudizio di De Benoist la necessità di rivolgersi verso la speculazione sui mercati finanziari è figlia dell’incapacità del capitalismo industriale di offrire abbastanza risorse imprescindibili per reinvestire in maniera redditizia il capitale-denaro nell’economia reale.
I nuovi fattori, su tutti la robotica, che stanno riducendo in maniera considerevole il lavoro dell’uomo hanno portato alla creazione di stratagemmi per ridurre la disoccupazione. Su tutti quello della flessibilità, una misura che offrendo un reddito debole o un contratto a breve termine permette di ridurre, agli occhi dell’opinione pubblica, il dato sempre crescente della disoccupazione. La precarietà porta in dote anche la sparizione delle protezioni ottenute solamente dopo decenni di lotte sociali. Il ricatto dietro il quale si è costretti, oggi, ad accettare stipendi che finiscono per annoverare i lavoratori e le rispettive famiglie fra coloro che vivono ben al di sotto della soglia di povertà viene completato dagli aspetti psicologici che questa condizione comporta. L’aumento del tasso di suicidi, l’impossibilità di pensare al futuro per le giovani coppie e coloro che già sanno di non poter sperare in una pensione dignitosa negli anni della vecchiaia rendono docili e disposti ad allontanarsi dalle strutture sindacali i lavoratori-schiavi riproponendo l’antica figura del crumiro.
Fonti
- Arianna Editrice — Critica del liberalismo. La società non è un mercato (Alain de Benoist)
- Arianna Editrice — Critica del liberalismo: contro il pensiero unico mercatista
- Il Pensiero Storico — Alain de Benoist e la critica del liberalismo
- Barbadillo — Critica del liberalismo di Alain de Benoist
- Il Bo Live (Università di Padova) — La trasformazione del lavoro: precariato e flessibilità
- Il Sole 24 Ore — Sottopagati, precari, non rappresentati: i giovani ai margini del mercato del lavoro

