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Finanza

L’immigrazione di massa non conviene: ora lo ammette anche il Financial Times

Carolina Volta

Dal quotidiano della finanza globale arriva l'ammissione che ribalta trent'anni di dogma: la manodopera importata a basso costo non arricchisce le Nazioni. Le impoverisce.

Riassunto dell'articolo

Il Financial Times ha pubblicato il 10 luglio 2026 un editoriale dell'economista Oren Cass che smonta il consenso economico sull'immigrazione di massa: la disponibilità illimitata di manodopera a basso costo comprime i salari, degrada la qualità del lavoro e soprattutto elimina l'incentivo delle imprese a investire in innovazione e automazione. Uno studio del Nobel Daron Acemoglu mostra che le economie che invecchiano senza immigrazione massiccia rispondono con più tecnologia e più produttività. Il caso italiano conferma: trent'anni di produttività ferma coincidono con un modello fondato sull'importazione di lavoro a bassa qualifica. A guadagnarci sono i settori a basso valore aggiunto e la rendita; a perderci, i lavoratori italiani e il futuro tecnologico della Nazione.

Il 10 luglio 2026 il Financial Times ha pubblicato un editoriale destinato a lasciare il segno. Firmato da Oren Cass, capo economista del centro studi statunitense American Compass, porta un titolo che fino a ieri sarebbe stato impensabile sul quotidiano della City: l’immigrazione di massa non è la panacea che gli economisti credono.
Non è un dettaglio. Per trent’anni il giornale di riferimento della finanza globale ha difeso il dogma della libera circolazione della manodopera come motore di crescita. Oggi apre le proprie pagine a chi sostiene l’esatto contrario: che importare lavoro a basso costo comprime i salari, degrada la qualità dell’occupazione e, soprattutto, uccide l’innovazione.
Quando la cittadella del liberalismo economico comincia a dubitare di se stessa, significa che i dati sono diventati impossibili da ignorare.

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Cosa ammette il Financial Times

L’argomento di Cass è tanto semplice quanto devastante. Quando gli imprenditori sanno di poter attingere a un flusso costante di lavoratori disposti ad accettare qualsiasi condizione, non hanno alcun interesse a migliorare i posti di lavoro, a riorganizzare la produzione, a investire in macchinari e tecnologia. Perché spendere in un braccio robotico quando un braccio umano costa meno e non pretende nulla?
I famosi “lavori che gli italiani non vogliono più fare” — o gli americani, o i tedeschi — esistono solo perché le imprese sanno che troveranno sempre qualcun altro disposto ad accettarli a quelle condizioni. Senza quel flusso, quei lavori dovrebbero essere pagati meglio, organizzati meglio, oppure automatizzati. In ogni caso, il sistema produttivo sarebbe costretto a salire di livello.
È la scelta tra due modelli di sviluppo: quello fondato su “più braccia” e quello fondato su “più idee”. Il primo cresce aggiungendo corpi alla catena, il secondo aumentando il valore prodotto da ciascun lavoratore. Il primo genera un capitalismo straccione a bassa intensità di capitale; il secondo genera ricchezza, tecnologia e salari alti.

Lo studio del Nobel Acemoglu smonta il ricatto demografico

Il ricatto è noto: senza immigrazione massiccia, le società che invecchiano collasseranno. Meno giovani, meno lavoratori, meno pensioni. La tesi viene ripetuta come un mantra da ogni governo europeo e da ogni organismo internazionale.
Peccato che la ricerca economica più avanzata dica altro. Uno studio recente firmato da Daron Acemoglu, premio Nobel per l’economia 2024, insieme a David Autor, Keelan Beirne e Andrew Scott, ha esaminato le economie che invecchiano e ha trovato un risultato controintuitivo: la scarsità di lavoratori giovani spinge le imprese a investire, automatizzare e innovare. La risposta tecnologica alla penuria di manodopera preserva l’attività produttiva e sostiene al tempo stesso produttività e salari.
In altre parole: la scarsità di braccia è storicamente l’incentivo più potente al progresso tecnico. Il Giappone e la Corea del Sud, che hanno rifiutato l’immigrazione di massa, sono diventati i laboratori mondiali della robotica. Chi ha scelto la scorciatoia delle braccia importate ha congelato il proprio apparato produttivo al livello tecnologico del secolo scorso.
E c’è di più. Gli economisti delle Federal Reserve di Dallas e San Francisco hanno attribuito all’immigrazione illegale circa il 30 per cento dell’aumento dei prezzi delle abitazioni negli Stati Uniti tra il 2021 e il 2024. Altro che soluzione alla crisi abitativa: il flusso migratorio la alimenta.

Il caso Italia: trent’anni di produttività ferma

Se esiste una Nazione che incarna alla perfezione la trappola descritta dal Financial Times, è l’Italia.
I dati Istat fotografano una produttività del lavoro sostanzialmente piatta dal 1995 al 2024, con una crescita media annua dello 0,3 per cento. Nel 2024 le ore lavorate sono aumentate del 2,3 per cento, ma il valore aggiunto è cresciuto appena dello 0,4: lavoriamo di più per produrre quasi lo stesso. Persino l’industria in senso stretto ha registrato un calo dello 0,7 per cento.
Il rapporto CNEL sulla produttività spiega perché: il 63 per cento della nuova occupazione si è concentrato nei settori a bassa produttività — costruzioni, assistenza, ristorazione — mentre i settori ad alto valore aggiunto ristagnano. Nel 2024 la produttività per ora lavorata è calata dello 0,9 per cento a fronte di un’occupazione cresciuta dell’1,6. Crescita estensiva, non intensiva: più corpi, non più valore.
Ed è esattamente qui che si innesta il modello migrazionista italiano. Secondo il Centro studi di Mediobanca, l’Italia attira la quota più bassa di immigrati laureati di tutta l’Unione: il 13 per cento, contro il 51 della Svezia e il 34 della Germania, con un effetto negativo stimato sulla produttività. Il XIV Rapporto del Ministero del Lavoro conferma lo schiacciamento dei lavoratori stranieri sulle basse qualifiche, con retribuzioni inferiori di oltre il 30 per cento rispetto alla media. Non è un’accusa ai lavoratori immigrati: è la descrizione di un sistema che li importa precisamente perché costano poco, e che su quel costo basso ha costruito la propria rendita.

Chi ci guadagna davvero

Ogni sistema economico produce vincitori. Quello migrazionista non fa eccezione, e i suoi vincitori hanno nomi precisi.
Ci guadagnano i settori a basso valore aggiunto che sopravvivono solo grazie alla compressione salariale: la grande distribuzione che schiaccia i prezzi della logistica, l’agricoltura intensiva che vive di caporalato più o meno legalizzato, l’edilizia dei subappalti a cascata. Ci guadagna la rendita immobiliare, che affitta a prezzi crescenti a una domanda abitativa gonfiata artificialmente. Ci guadagna chi specula sulla filiera dell’accoglienza, trasformando i flussi in fatturato.
Ci perdono tutti gli altri. Il lavoratore italiano, che vede ristagnare il salario e peggiorare le condizioni per allinearsi al ribasso. Il giovane del Mezzogiorno, spinto a emigrare mentre il suo posto viene occupato da manodopera importata a costo inferiore. L’impresa che vorrebbe innovare, e si trova a competere con chi vince gli appalti tagliando sul lavoro. E la Nazione intera, che rinuncia al proprio futuro tecnologico per tenere in vita un apparato produttivo arretrato.
Il paradosso finale è che ci perdono anche gli stessi immigrati, confinati in un segmento di mercato fatto di paghe basse, infortuni e povertà: un terzo delle famiglie straniere in Italia vive in povertà assoluta, contro il 6,3 per cento di quelle italiane.

Il precedente cinese: quando il consenso sbagliò tutto

Cass traccia un parallelo che dovrebbe far riflettere. Nel 2000 gli economisti erano pressoché unanimi nel celebrare l’ingresso della Cina nell’Organizzazione mondiale del commercio: benefici per tutti, garantivano. Vent’anni dopo, quella scelta è riconosciuta come la causa della desertificazione industriale dell’Occidente, del crollo del ceto medio manifatturiero e dell’ascesa del più formidabile rivale strategico americano.
Il consenso sull’immigrazione di massa ha la stessa struttura di quel consenso: una certezza professata con tanta più veemenza quanto più fragili sono i dati che la sostengono, e che coincide — guarda caso — con l’interesse di chi dipende da grandi riserve di lavoro a basso costo.

La via dell’innovazione e della natalità

La conclusione è obbligata. Una Nazione seria, davanti all’inverno demografico, non importa popolazioni: investe. Automatizza i settori a basso valore, forma i propri giovani, sostiene la natalità interna con politiche fiscali e abitative aggressive, paga salari che rendano di nuovo dignitoso il lavoro manuale.
È la direzione opposta a quella imboccata dall’Europa negli ultimi trent’anni. Ma è anche la direzione verso cui i fatti, i numeri e ora persino il Financial Times stanno spingendo il dibattito. Il dogma migrazionista si sta sgretolando nel luogo stesso in cui era stato eretto: le pagine della stampa economica anglosassone. Sta alla politica italiana ed europea trarne le conseguenze, prima che a trarle sia — come sempre — chi paga il conto: il lavoro.

Fonti

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Carolina Volta
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