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Europa

Francia, il giorno dopo il caos: Lecornu e Le Pen puntano il dito su Mélenchon, che accusa il prefetto

Philippe Dumont

Il premier parla di «inversione cinica delle responsabilità», Le Pen di rivendicazioni sociali «prese in ostaggio dall'estrema sinistra». Il capo di LFI risponde che la colpa è della polizia e delle televisioni. E il RN incassa.

Riassunto dell'articolo

All'indomani delle manifestazioni del 17 ottobre in Francia, degenerate in scontri, saccheggi e nell'incendio del municipio di Limoges, il premier Sébastien Lecornu e Marine Le Pen accusano Jean-Luc Mélenchon e La France Insoumise. Lecornu parla di «inversione pericolosa e cinica delle responsabilità» per il tentativo di LFI di addossare le violenze ai vertici della polizia; Le Pen denuncia rivendicazioni sociali «prese in ostaggio dall'estrema sinistra» che vuole «precipitare la Nazione nel caos»; Bardella parla di «professionisti del caos». Mélenchon, che ha sfilato a Parigi con Panot, Coquerel e il sindaco di Saint-Denis Bagayoko, accusa il prefetto di aver organizzato il disordine chiudendo place de la République e le televisioni di mostrare troppe immagini di violenza; solo in serata chiede ai suoi di tenersi lontani dai saccheggi. A sei mesi dalle presidenziali, con i sondaggi che danno Mélenchon al ballottaggio contro Le Pen, la sinistra ha scelto la piazza e il RN incassa il ruolo di partito dell'ordine.

Il giorno dopo la giornata del caos, in Francia la resa dei conti ha un solo imputato. Non i black bloc, non i «casseurs» dell’ultra-sinistra che hanno saccheggiato Parigi e Lione e dato fuoco al municipio di Limoges: la pubblica accusa, da destra e dal governo, ha messo sul banco Jean-Luc Mélenchon e La France Insoumise. E Mélenchon, davanti alle proteste in Francia degenerate in guerriglia, ha scelto la linea di sempre: la colpa è della polizia e delle televisioni.

CREAZIONE SITI WEB
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Lecornu contro Mélenchon: «Inversione cinica delle responsabilità»

Il premier Sébastien Lecornu ha aspettato la fine della giornata per rispondere. Nel suo messaggio su X ha scritto che addossare ai vertici della polizia la responsabilità delle violenze è «un’inversione pericolosa e cinica delle responsabilità».

E ha aggiunto la frase che resta: non si può chiedere la fine delle violenze fornendo allo stesso tempo scuse a chi le commette.

È la prima volta, dall’inizio del mese di rivolte, che il capo del governo attacca frontalmente LFI. Fino a ieri l’esecutivo aveva parlato di «ultra-sinistra» e di «gruppuscoli». Oggi fa il nome del partito.

Le Pen: «Rivendicazioni sociali prese in ostaggio dall’estrema sinistra»

Marine Le Pen ha parlato prima e più duramente. Le rivendicazioni sociali legittime, ha scritto, sono state «ancora una volta prese in ostaggio dall’estrema sinistra», che cerca di precipitare la Nazione nel caos.

Jordan Bardella ha completato il quadro: in strada c’erano «solo i professionisti del caos», non «la Francia del lavoro», quella che fa i conti con l’inflazione e con il potere d’acquisto. LFI, ha aggiunto, screditando le ragioni sociali con la sua posizione sul disordine fa il danno di chi protesta davvero.

È la stessa linea con cui Le Pen aveva accusato Mélenchon a inizio ottobre, quando le sommosse erano ancora nei licei. Allora la sinistra aveva gridato alla strumentalizzazione. Oggi il premier dice le stesse cose.

La risposta di Mélenchon: colpa del prefetto e delle televisioni

Mélenchon ha sfilato a Parigi in testa al corteo contro il caro-vita, con la capogruppo Mathilde Panot, il deputato Éric Coquerel e Bally Bagayoko, sindaco LFI di Saint-Denis. Poi ha preso la parola. Il prefetto, ha detto, ha «organizzato il disordine» impedendo l’accesso a place de la République. Le televisioni, ha aggiunto, hanno trasmesso in continuo immagini di violenza, oscurando i cortei pacifici delle altre città.

Solo in serata, a Limoges già in fiamme, è arrivato il distinguo: chi condivide la nostra battaglia non ha nulla a che fare con il saccheggio.

Troppo tardi e troppo poco. Il capo di LFI aveva già chiesto a Lecornu, alla vigilia, di dare alla polizia «consegne di moderazione» e di vietare le «armi mutilanti». La stessa richiesta è tornata nelle parole di Marine Tondelier, che chiede al governo di «rivedere» la dottrina dell’ordine pubblico. Il copione è questo: la piazza devasta, la sinistra accusa chi la contiene.

Il bilancio della giornata del caos

Perché la gravità dei fatti non è in discussione. La cronaca del 17 ottobre parla di 550mila manifestanti secondo il ministero dell’Interno, 800mila per la CGT, oltre 400 fermi e una sessantina di agenti feriti.

Negozi saccheggiati su boulevard Magenta a Parigi, l’ufficio del turismo di Lione incendiato, municipi invasi a Marsiglia, Lille e Bordeaux. A Limoges, l’hôtel de ville ottocentesco «in gran parte perduto». A Saint-Étienne un ragazzo di 17 anni ha perso una mano.

Davanti a questo, Mélenchon ha parlato di una mobilitazione «in maggioranza pacifica». Vero, come è vero per ogni corteo. Ma il problema politico non sono i 550mila che hanno sfilato: sono i deputati che hanno sfilato con loro sperando nella «convergenza delle lotte».

Saint-Denis in corteo, Limoges in fiamme: la strategia della periferia

La presenza di Bagayoko in prima fila non è un dettaglio. Saint-Denis è il laboratorio della strategia di Mélenchon: fare delle periferie e dei quartieri popolari il serbatoio elettorale di LFI, mobilitandoli non per integrarli nella Nazione ma contro le sue istituzioni. Il municipio, la prefettura, la polizia, lo Stato.

Il Politico Web lo aveva scritto dopo Marsiglia: la Francia paga il conto di Mélenchon e delle banlieue. Il 17 ottobre quel conto è arrivato nelle città che nessuno aveva messo in lista, da Limoges ad Angers. Non c’è ultra-sinistra senza una sinistra che le offre copertura politica. E la copertura, sabato, era in testa al corteo.

La guerra per il secondo turno

Il contesto spiega l’asprezza. Un sondaggio recente dà di nuovo Mélenchon al ballottaggio delle presidenziali contro Marine Le Pen. Il duello del 17 ottobre è già un duello di secondo turno, e i due candidati si sono parlati a distanza: lei ha scelto l’ordine, lui la piazza.

Lecornu, che aveva convocato una cellula di crisi interministeriale, si è trovato a gestire un bilancio di guerra. Macron si è limitato a invocare la calma. Il governo ha perso il controllo della strada; LFI ha perso il controllo del racconto.

Chi incassa: il RN partito dell’ordine

Alla fine, Le Pen incassa. Il Rassemblement National si è schierato con le forze dell’ordine prima ancora che i cortei partissero, e oggi raccoglie il consenso di chi ha visto Limoges bruciare in diretta.

Le proteste in Francia del 17 ottobre dovevano essere la grande giornata del caro-vita. Sono diventate la dimostrazione che la sinistra di Mélenchon non sa distinguere tra rivendicazione e devastazione, e non vuole farlo. A sei mesi dal voto, è il miglior argomento elettorale che il RN potesse chiedere.

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Philippe Dumont
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