Sulla violenza di piazza di questi giorni si può discutere all’infinito. C’è chi la condanna, chi la giustifica, chi cerca di attribuirne la responsabilità a una parte politica e chi la utilizza per alimentare lo scontro tra destra e sinistra. Ma se il problema fosse proprio questo schema? La mia premessa è semplice e, per molti, scomoda: oggi destra e sinistra sono diventate, nei fatti, due strumenti attraverso i quali la borghesia amministra il proprio potere.
Destra e sinistra, i due amministratori del sistema
Si combattono sul piano ideologico, si alternano nelle istituzioni, si contendono il consenso popolare. Eppure, quando si tratta di difendere gli equilibri economici e sociali sui quali si regge il sistema, le differenze possono ridursi sensibilmente. Cambiano i linguaggi, cambiano le bandiere, cambiano i nemici dichiarati. Ma il sistema rimane. Per questo, davanti alla rabbia che esplode nelle piazze, la mia domanda non è semplicemente chi abbia ragione tra destra e sinistra. La domanda è un’altra: quella rabbia mette davvero in discussione il sistema oppure finisce per rafforzarlo?
La rabbia delle piazze: correzione del sistema o sua trasformazione?
Io non difendo lo status quo. Al contrario, considero la disintegrazione dell’ordine politico, economico e culturale esistente una questione che merita di essere affrontata senza i consueti schemi ideologici. La liberal democrazia ha fallito ed è un fatto!
Una parte della popolazione si ribella, manifesta un disagio che non può essere liquidato automaticamente come un problema di ordine pubblico. Dietro la protesta possono esserci frustrazioni, esclusione sociale, perdita di fiducia nelle istituzioni e la percezione che le decisioni fondamentali vengano prese lontano dal popolo. Ma c’è un problema che viene prima di tutti gli altri. Chi gestirà quella rivolta? E soprattutto, nell’interesse di chi? Perché una rivolta può nascere dal basso e finire nelle mani di chi, inizialmente, non ne condivideva nemmeno le ragioni. Può essere assorbita dai partiti, trasformata in consenso elettorale oppure utilizzata da nuove élite per sostituire quelle precedenti. Il popolo può scendere in piazza convinto di voler cambiare tutto e ritrovarsi, qualche anno dopo, con un nuovo gruppo dirigente al posto del vecchio. Il problema, dunque, non è soltanto abbattere un ordine. È comprendere quale ordine verrà costruito dopo e chi ne controllerà il potere.
La lezione del primo Novecento
La storia del primo Novecento offre una materia di riflessione particolarmente complessa. Dopo la Prima guerra mondiale, l’Europa fu attraversata da conflitti sociali, mobilitazioni operaie, nazionalismi radicali e movimenti rivoluzionari. Le istituzioni liberali erano contestate da forze diverse, spesso contrapposte, che promettevano di trasformare profondamente la società.
La sinistra rivoluzionaria mobilitava lavoratori e masse popolari contro l’ordine capitalistico. Nel frattempo, anche il fascismo seppe presentarsi, soprattutto nelle sue prime fasi, come un movimento capace di rompere con la vecchia classe dirigente e di costruire un uomo nuovo, una nuova comunità con visione imperiale e una diversa concezione dello Stato.
Ma qui emerge una contraddizione fondamentale. Il fascismo nacque anche attraverso la mobilitazione di settori che rifiutavano il vecchio liberalismo, rispondendo alla violenza del movimento operaio e socialista con altrettanta violenza di popolo. Vinta la battaglia della piazza integrò la visione rivoluzionaria nel sistema ideologico nascente del fascismo.
Da questa analisi nasce una domanda: perché una parte della società, in determinati momenti, preferisce affidarsi a movimenti di tipo rivoluzionario piuttosto che alle organizzazioni tradizionali della sinistra o della destra o alle istituzioni esistenti? È una domanda che merita un’analisi seria, non una risposta costruita su slogan.
Capitalismo, comunismo sovietico e fascismo: nemici o frutti dello stesso sistema?
La questione diventa ancora più controversa quando si considera il rapporto tra capitalismo, comunismo sovietico e fascismo. È possibile sostenere che, in determinate circostanze, sistemi dichiarati nemici abbiano finito per contribuire alla conservazione di assetti di potere o di equilibri internazionali che andavano oltre le loro contrapposizioni ideologiche? Sì, è una domanda legittima.
Il fascismo italiano fu un periodo di ribellione popolare verso concetti nati dalla rivoluzione francese. Allo stesso tempo, l’Unione Sovietica non era un semplice rappresentante del capitalismo occidentale, ma un sistema politico ed economico distinto, di stampo marxista con una propria struttura di potere e una propria ideologia.
Durante la Seconda guerra mondiale, l’Unione Sovietica e le potenze capitalistiche occidentali si allearono contro il fascismo e le sue derivazioni nazionali. Questa alleanza fu determinante per la sconfitta dei fascismi europei, dimostrando che capitalismo e marxismo sono stati il frutto di un unico sistema.
La terza strada
Forse il punto più importante non è stabilire se la destra sia peggiore della sinistra o viceversa. Forse il problema è continuare a credere che la soluzione debba necessariamente provenire da una delle due. Se ogni protesta viene immediatamente ricondotta allo scontro tra schieramenti, il dibattito pubblico rimane prigioniero delle categorie che pretende di contestare. Ogni rabbia viene classificata, ogni dissenso viene ricondotto a un’identità politica, ogni possibilità di cambiamento viene incanalata nelle strutture esistenti.
Ma una società non cambia soltanto perché cambia il partito al governo. Cambia quando vengono messi in discussione i rapporti di potere, il controllo delle risorse, la rappresentanza politica e la possibilità concreta delle persone di incidere sulle decisioni che riguardano la propria vita. È qui che si misura la distanza tra una protesta che chiede una correzione del sistema e una trasformazione che aspira a superarne i limiti. Ed è qui che si pone il problema più difficile: come impedire che una mobilitazione nata dal basso venga trasformata in uno strumento per il potere di qualcun altro?
Non mi interessa difendere una destra che si limita a promettere ordine, né una sinistra che denuncia il sistema mentre ne amministra le istituzioni. Mi interessa capire se esista uno spazio politico e sociale capace di superare questa contrapposizione.
La questione, dunque, non è scegliere quale schieramento debba guidare la prossima rivolta. È chiedersi come costruire una trasformazione nella quale il popolo non sia una massa da mobilitare, ma il soggetto consapevole delle proprie scelte. Perché il potere può cambiare nome, colore e bandiera senza smettere di essere potere.
La domanda che lascio aperta è questa:
Se oggi destra e sinistra sono entrambe incapaci di superare il sistema che dichiarano di combattere, siamo davvero condannati a scegliere tra due versioni dello stesso ordine, oppure è possibile immaginare una terza strada?
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