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Europa

Bardella contro Ferrand: «Non sei un capo clan socialista». Il RN dichiara guerra alla Consulta

G. S.

Il presidente del Consiglio costituzionale boccia il referendum sulla Costituzione voluto da Le Pen. Bardella: «Ha calpestato lo Stato di diritto». Le Pen ne chiede le dimissioni, il RN scrive al Consiglio invocando l'articolo 7.

Riassunto dell'articolo

Il 9 ottobre 2026 Richard Ferrand, presidente del Consiglio costituzionale francese, nel podcast Quid Juris del Club des Juristes ha bocciato la proposta di Marine Le Pen di riformare la Costituzione per referendum via articolo 11: «l'articolo 89 è l'unica via, non c'è dibattito». Il 13 ottobre Jordan Bardella, da Madrid, lo ha accusato di comportarsi da «capo clan socialista» e gli ha chiesto di rispettare il dovere di riserbo; il 14 ottobre Le Pen, da Bruxelles, ne ha chiesto le dimissioni per violazione dell'obbligo di neutralità; il 16 ottobre i deputati RN hanno scritto al Consiglio invocando l'articolo 7 dell'ordinanza del 1958, mentre Bardella al Mondial de l'Auto accusava Ferrand di aver «calpestato lo Stato di diritto». Ironia: Ferrand fu nominato nel 2025 grazie all'astensione dei deputati RN. L'articolo sostiene la tesi del Politico Web: le istituzioni francesi si schierano contro il primo partito della Nazione a un anno dalle presidenziali 2027.

Bardella contro Ferrand: il presidente del Rassemblement National accusa il capo del Consiglio costituzionale francese, la Consulta francese, di essersi comportato da «capo clan socialista» e di aver «calpestato lo Stato di diritto». La scintilla è un’intervista del 9 ottobre in cui Richard Ferrand ha bocciato la proposta bandiera di Marine Le Pen: riformare la Costituzione per referendum, senza passare dal Parlamento. Da Madrid a Bruxelles a Parigi, in una settimana lo scontro è diventato guerra aperta. A un anno dalle presidenziali del 2027, il primo partito di Francia è in rotta di collisione con le istituzioni.

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Il podcast che ha fatto esplodere il caso

Il 9 ottobre, ospite di Quid Juris, il podcast del Club des Juristes, Ferrand ha sentenziato che «l’articolo 89 è l’unica via per riformare la Costituzione, non c’è dibattito». Tradotto: la proposta di Le Pen di usare l’articolo 11 per un referendum costituzionale «non esiste». E ha aggiunto, con sufficienza: «Basta leggere la Costituzione, che non è il codice generale delle imposte». Il bersaglio era chiaro: la riforma che dovrebbe introdurre la preferenza nazionale e blindare la politica migratoria del RN, aggirando un Senato a maggioranza di centrodestra.

Madrid, 13 ottobre: «capo clan socialista»

La prima replica è arrivata il 13 ottobre, a margine di una trasferta di Bardella a Madrid. «Lo invito a rispettare il suo dovere di riserbo», ha detto il presidente del RN. «Quando si è a capo del Consiglio costituzionale, non si è un capo clan socialista»: una stoccata al passato di Ferrand tra le file del PS, prima dell’approdo da Macron. «Se i francesi ci daranno fiducia, saranno consultati per referendum. Il signor Ferrand non potrà impedirlo».

Bruxelles, 14 ottobre: Le Pen chiede le dimissioni

Il giorno dopo, da Bruxelles dove aveva lanciato un «braccio di ferro» con le istituzioni europee, Marine Le Pen ha rincarato in conferenza stampa: Ferrand «deve lasciare la guida» del Consiglio costituzionale. Secondo la candidata del RN, pronunciandosi su una questione non ancora sottoposta al Consiglio, Ferrand «ha rotto con l’obbligo di neutralità» e violato «il divieto, previsto dai testi, di pronunciarsi su una vicenda non ancora sottoposta al Consiglio costituzionale».

La lettera al Consiglio e l’articolo 7

Il 16 ottobre i deputati del RN e gli alleati dell’UDR hanno scritto al Consiglio invocando l’articolo 7 dell’ordinanza del 1958, che impone ai Saggi «il divieto, per la durata delle funzioni, di prendere pubblicamente posizione su questioni che sono state o possono essere oggetto di decisioni del Consiglio». La sostanza giuridica regge: non esiste una procedura per far decadere il presidente su istanza dei parlamentari, ma la lettera mette nero su bianco l’accusa di parzialità in campagna elettorale. Il Consiglio, finora, non ha commentato.

Parigi, 16 ottobre: «ha calpestato lo Stato di diritto»

Lo stesso giorno, al Mondial de l’Auto di Parigi, Bardella ha alzato ancora il tiro: Ferrand avrebbe «calpestato lo Stato di diritto» e «screditato con il suo comportamento, le sue parole e il suo atteggiamento, l’istituzione che dovrebbe rappresentare». Era la prima uscita pubblica del presidente del RN dopo le nuove rivelazioni di Mediapart, e la scelta di non schivare lo scontro la dice lunga sulla strategia: nessuna difesa, solo attacco.

L’ironia: Ferrand nominato grazie all’astensione del RN

C’è un dettaglio che rende la vicenda ancora più esplosiva. Nel febbraio 2025 Ferrand è arrivato alla guida del Consiglio costituzionale anche grazie all’astensione dei deputati RN: su 122 parlamentari, 39 votarono a favore e 58 contro, ne servivano 59 per bocciarlo. «Tra Dupond-Moretti, Taubira e Ferrand abbiamo scelto il meno peggio», spiegò allora il deputato RN Bryan Masson, come riporta Le Figaro. Oggi Éric Zemmour, sempre su CNews citato da Le Figaro, gongola: «La reazione di Bardella è scandalosa. Ha un coraggio d’acciaio, visto che è grazie al RN se Ferrand è stato nominato. Hanno solo ciò che si meritano».

Il mandato di Ferrand scade nel 2034: sarà lui a insediare il presidente eletto nel 2027 e nel 2032. Se il RN vincesse le presidenziali, si troverebbe davanti un guardiano della Costituzione che ha già detto no al suo progetto principale. La posta in gioco dello scontro è tutta qui.

Il contesto: Mediapart, la denuncia e i sondaggi

Sullo sfondo resta l’inchiesta di Mediapart sui presunti scritti antisemiti giovanili di Bardella. Il 9 ottobre il sito ha pubblicato una seconda serie di prove, tra cui un legame diretto tra l’account Twitter ufficiale di Bardella e la conversazione Messenger incriminata, come riporta Le Monde. Bardella nega di esserne l’autore e ha annunciato una nuova denuncia per diffamazione.

I sondaggi dicono che la base tiene ma il resto della Nazione no: secondo l’Ifop per LCI del 6-7 ottobre, il 74% dei francesi giudica gravi le accuse se confermate, il 61% non è convinto dalle smentite di Bardella e il 21% dichiara un’opinione peggiorata di lui. Tra i simpatizzanti RN, invece, l’88% dice di credere alla sua difesa. La campagna del 2027 sarà lunga, e ogni scandalo cadrà su un elettorato già diviso in due.

Il quadro è quello di un sistema che si blinda: un ex socialista a capo della Consulta boccia in anticipo la riforma del primo partito nei sondaggi. La democrazia francese, a un anno dal voto, somiglia sempre più a un fortino assediato. Il RN bussa alle porte. Dall’interno, per ora, rispondono picche.

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