Lupus in fabula cancellato: la trasmissione mattutina di Pietrangelo Buttafuoco su RaiRadio1 non tornerà nella prossima stagione. Dieci minuti al giorno, dalle 6.50 alle 7, dal lunedì al venerdì, da Palazzo Labia a Venezia: un romanzo, un saggio, una poesia come chiave di lettura dell’attualità. Troppo, evidentemente, per la radio pubblica. La conferma è arrivata dallo stesso Buttafuoco, con una nota che è già un piccolo capolavoro di stile: la decisione gli è stata comunicata un mese fa dal direttore. Chiusura con una sola parola, siciliana e definitiva: “Sabbenedica”.
Perché la Rai ha cancellato Lupus in fabula
La trasmissione non figura nella bozza dei palinsesti autunnali sul tavolo di Nicola Rao, direttore del Giornale Radio e di RaiRadio1. La motivazione ufficiosa, riferita dalla stampa, è che quella fascia oraria sarebbe “destinata ad altro”. Un’iperbole involontaria: parlare di fascia oraria per dieci minuti d’antenna è come sgomberare un monolocale invocando ragioni urbanistiche.
Il programma aveva una stagione di vita. Nessun ascolto disastroso da rivendicare, nessuno scandalo, nessuna polemica interna alla trasmissione. Solo un intellettuale che ogni mattina apriva un libro davanti al microfono e ne cavava un pensiero sul presente. In un palinsesto radiofonico saturo di talk urlati e rassegne stampa intercambiabili, era l’unico spazio in cui la letteratura entrava nella giornata degli italiani prima del notiziario delle sette.
Cosa c’entra la Biennale di Venezia con la cancellazione
Ufficialmente nulla. Ufficiosamente tutto. I quotidiani che hanno anticipato la notizia hanno usato una parola precisa: ritorsione. Lo sfondo è la guerra della Biennale, che su queste pagine abbiamo raccontato in ogni suo passaggio: la riapertura del padiglione russo in ossequio allo statuto della Fondazione, le dimissioni della giuria internazionale, il boicottaggio dell’inaugurazione da parte del ministro Alessandro Giuli, la revoca di due milioni di euro di contributi decisa da Bruxelles.
Buttafuoco ha rispettato integralmente le sanzioni. Ha difeso un principio: la Biennale come istituzione culturale della Nazione, non come sportello periferico di una linea diplomatica decisa altrove. Per questo è stato messo sotto ispezione, disertato, isolato. E ora, con perfetta coerenza di sistema, gli viene tolta anche la voce. Dieci minuti al giorno erano il residuo della sua presenza nel servizio pubblico: cancellarli è un messaggio che non richiede interpreti.
Chi è Pietrangelo Buttafuoco e cosa rappresenta
Siciliano di Catania, scrittore, giornalista formatosi nella militanza giovanile della destra italiana e nelle pagine del Secolo d’Italia, poi firma capace di attraversare tutte le testate nazionali senza mai smarrire l’accento. Presidente di teatri stabili, oggi presidente della Fondazione Biennale. Un percorso che non ha mai chiesto il permesso: nemmeno quando, nel 2015, la conversione all’Islam gli è valsa l’incomprensione di molti e la curiosità di tutti — e che lui ha spiegato come una riconciliazione con la storia profonda della sua terra.
Buttafuoco rappresenta una tradizione precisa: quella per cui la cultura non è ornamento del potere ma sua sostanza, la comunità viene prima dell’individuo, l’Europa è una civiltà e non un regolamento. Una tradizione che nella storia della destra italiana ha radici ben più antiche e più profonde di quelle, recenti e d’importazione, del liberalismo atlantista. È la linea di chi legge Pirandello e Sciascia, Jünger e i mistici, e ne fa strumenti per capire il presente. Esattamente ciò che faceva ogni mattina, in dieci minuti, alla radio.
La destra che non sa difendere i suoi
E qui la domanda si sposta. Non su Viale Mazzini, ma su chi avrebbe dovuto alzare la voce e non l’ha fatto. La destra di governo ha in Buttafuoco uno dei pochissimi intellettuali riconosciuti anche dagli avversari: Ezio Mauro, Giuliano Ferrara, Marco Travaglio si sono spesi per lui durante la vicenda della Biennale, come lui stesso ha ricordato dal Fienile di Zaia. Il paradosso è compiuto: a difendere il presidente della Biennale sono state firme della sinistra e del giornalismo liberale, mentre l’area culturale che dovrebbe considerarlo un patrimonio taceva o, nel caso del ministro competente, remava contro.
Avevamo già scritto che lo scontro tra Giuli e Buttafuoco era il sintomo di una destra che perde se stessa: incapace di costruire egemonia culturale, ridotta ad attaccare i propri custodi identitari per accreditarsi presso chi non la accrediterà mai. La cancellazione di Lupus in fabula è il capitolo successivo della stessa storia. Una classe dirigente che sacrifica il proprio intellettuale più libero per non dispiacere a Bruxelles non sta amministrando la cultura: sta chiedendo asilo in casa d’altri.
La vera sconfitta non è di Buttafuoco, che resta alla guida della Biennale e uscirà da questa vicenda con lo statuto morale di chi non si è piegato. La sconfitta è di una destra che aveva finalmente l’occasione di dimostrare che la cultura le appartiene per genealogia, non per lottizzazione. E che davanti a dieci minuti di letteratura al mattino ha scelto il silenzio.
Lupus in fabula cancellato, dunque. Ma il lupo della favola, si sa, arriva proprio quando si smette di nominarlo. La domanda che resta non riguarda chi occuperà quella fascia oraria a settembre: riguarda se esista ancora, in Italia, una destra capace di riconoscere i propri maestri prima che tocchi agli avversari rimpiangerli.
Fonti
- “La trasmissione radiofonica di Pietrangelo Buttafuoco è stata cancellata”, Il Foglio, 17 luglio 2026
- “Il programma di Buttafuoco sparisce dai palinsesti di Radio1”, Il Fatto Quotidiano, 15 luglio 2026
- “Altro capitolo del caso Biennale: Buttafuoco sparisce dai palinsesti Rai”, il Giornale, 16 luglio 2026
- “Rai, il programma di Buttafuoco verso lo stop”, il Giornale, 15 luglio 2026
- “Rai, dov’è finito Lupus in fabula?”, Affaritaliani, 15 luglio 2026

