C’è una scena che racconta tutto. Il 9 maggio si apre la 61ª Biennale di Venezia e il ministro della Cultura Alessandro Giuli, in aperta rottura con il presidente della Fondazione Pietrangelo Buttafuoco, non ci sarà. Boicotta l’inaugurazione di una delle più importanti rassegne d’arte contemporanea del mondo, gestita da un ente vigilato dal suo stesso Ministero, presieduto da un intellettuale a lui vicino, espressione della stessa area politica del governo di cui Giuli fa parte. La frattura è profonda al punto che Giuli, in un’intervista a Repubblica, ha definito Buttafuoco “fratello sbagliato”, “espressione di un ancien régime isolazionista e borbonico, che non riconosce l’unità d’Italia”. Parole pesantissime, che marcano un precedente: un ministro di area conservatrice attacca pubblicamente, con toni quasi liquidatori, un presidente di fondazione culturale della stessa area, reo di aver difeso la propria autonomia istituzionale.
La causa è il padiglione russo. E la difesa che Buttafuoco ne ha fatto è il gesto politicamente più significativo della cultura italiana di questi mesi.
Cosa è realmente accaduto sul padiglione russo
Conviene partire dai fatti, perché la narrazione mediatica ha trasformato il caso in qualcosa che non è. Il padiglione della Russia ai Giardini esiste dal 1914. È stato costruito ai tempi di Nicola II e in oltre un secolo ha attraversato due guerre mondiali, la rivoluzione bolscevica, la Guerra Fredda, l’invasione sovietica dell’Afghanistan, le guerre cecene. È un padiglione di proprietà russa: la Federazione lo possiede e lo gestisce. Dal 2022 era rimasto chiuso perché furono gli stessi artisti russi a ritirarsi dopo l’inizio della guerra in Ucraina, non perché la Biennale avesse deliberato un’esclusione.
Quest’anno Mosca ha comunicato il rientro. La Fondazione Biennale, sulla base di un principio statutario chiaro – ogni Stato riconosciuto dalla Repubblica italiana può chiedere di partecipare – ha preso atto. Punto. Non c’è stato alcun “invito formale” alla Russia, come ha confermato la stessa relazione degli ispettori del Ministero della Cultura inviata a Palazzo Chigi. E il padiglione, in ottemperanza al regime sanzionatorio europeo, resterà chiuso al pubblico per tutta la durata della mostra: la performance The Tree is Rooted in the Sky sarà accessibile solo a giornalisti e addetti ai lavori. Nel catalogo non comparirà nemmeno la sezione dedicata.
Nessuna riabilitazione di Mosca, nessuno sgarbo all’Ucraina, nessuna violazione delle sanzioni. Solo il rispetto rigoroso di uno statuto che fa della Biennale un ente autonomo. Eppure, intorno a un atto puramente amministrativo, si è scatenata una tempesta che ha portato alle dimissioni dell’intera giuria internazionale, alla minaccia di Bruxelles di tagliare due milioni di euro di finanziamenti, all’invio di ispettori ministeriali, al boicottaggio dell’inaugurazione. Tutto perché un presidente di fondazione ha applicato il proprio statuto.
Il doppio standard che nessuno vuole vedere
Qui sta il nodo politico che la stampa mainstream non vuole nominare. La logica usata per chiedere l’esclusione della Russia è quella della responsabilità penale internazionale: Vladimir Putin è sotto mandato della Corte penale internazionale per i crimini commessi in Ucraina. La giuria della Biennale, prima di dimettersi, aveva provato ad applicarla coerentemente: niente premi ai Paesi i cui leader sono accusati di crimini contro l’umanità dalla CPI. Ma siccome questa categoria includeva anche Benjamin Netanyahu, accusato dalla stessa Corte per i crimini commessi nella striscia di Gaza, l’accostamento è stato giudicato inaccettabile dall’establishment occidentale. Risultato: la giuria si è dimessa in blocco.
Ecco il punto che Buttafuoco, in modo implicito ma inequivocabile, ha messo sul tavolo: se il principio è la coerenza tra arte e diritto internazionale, allora va applicato sempre, non a senso unico. Se Mosca va esclusa per l’aggressione all’Ucraina, perché Israele continua a esporre all’Arsenale con Rose of Nothingness dopo Gaza? Perché gli Stati Uniti, che a giugno hanno bombardato l’Iran scatenando l’escalation che ha messo in crisi le forniture energetiche italiane via Hormuz e Ras Laffan, hanno il loro padiglione regolarmente aperto? Perché la Francia, che nel 2011 spinse per l’aggressione alla Libia di Gheddafi destabilizzando l’intera sponda sud del Mediterraneo, espone senza nemmeno una domanda? Perché il Regno Unito, corresponsabile della guerra in Iraq del 2003 condotta sulla base di prove fabbricate, partecipa serenamente alla mostra?
La risposta è semplice e brutale: nella narrazione dominante europea, il diritto internazionale è uno strumento da usare contro i nemici geopolitici dell’Occidente, non un principio universale. La Biennale, se avesse ceduto alla pressione, sarebbe diventata l’ennesimo organismo culturale piegato a questa asimmetria morale. È esattamente per evitare questa subordinazione che Buttafuoco ha tenuto la posizione.
Il prezzo del coraggio dentro la propria parte
Difendere un principio quando si è attaccati dall’altra parte è relativamente facile. Difenderlo quando l’attacco arriva da casa propria è un’altra cosa. Buttafuoco è un intellettuale di destra, viene da una storia culturale precisa, è stato nominato dal precedente ministro della Cultura della stessa maggioranza che oggi lo critica. Eppure non ha ceduto. Ha tenuto la schiena dritta davanti alla lettera di censura dei ministri della Cultura di 22 Stati membri UE, alla minaccia di Bruxelles sui finanziamenti, all’invio degli ispettori ministeriali, agli attacchi pubblici di Giuli, alle dimissioni della giuria, perfino al ritiro dell’Iran.
Quando il sindaco di Venezia Luigi Brugnaro, durante l’apertura del primo padiglione a Forte Marghera, ha pubblicamente ringraziato Buttafuoco “per il coraggio reale che ha dimostrato”, non era un complimento di circostanza. Brugnaro, dichiaratamente filo-ucraino, ha gemellato Venezia con Odessa, ha ospitato profughi a casa propria, eppure ha riconosciuto che “la pace si fa col nemico e ci vuole qualcuno di coraggioso per farla”. Questa è la differenza tra chi pensa con la propria testa e chi si limita ad applicare il copione del momento.
Giuli, che fino a ieri difendeva l’autonomia di Buttafuoco, oggi lo definisce vittima di una “fantasia pacificatoria” e gli rimprovera di aver voluto fare “l’ONU dell’arte”. Ma è proprio questa la vocazione storica della Biennale: essere un luogo dove le Nazioni si incontrano nella forma più alta della loro espressione, anche – soprattutto – quando i loro governi si combattono. Cancellare questa funzione significa ridurre la cultura a un’estensione del Ministero degli Esteri.
L’arte più potente della prepotenza
“L’arte è più potente di ogni prepotenza”. La formula con cui Buttafuoco ha aperto la Biennale a Forte Marghera non è retorica vuota. È la posizione storica della grande tradizione europea, quella che ha sempre tenuto separati l’arte dalla propaganda, la cultura dall’emergenza politica. È la lezione di chi ha capito che le grandi civiltà non si sono affermate cancellando l’altro, ma misurandosi con esso. Venezia, per secoli avamposto della contaminazione tra Europa e Oriente, è il luogo perfetto per ribadirlo.
C’è un dato che non andrebbe dimenticato: il padiglione russo del 1914 fu costruito quando l’Impero russo e quello austro-ungarico erano sull’orlo del conflitto che pochi mesi dopo avrebbe trascinato l’intera Europa nella catastrofe. Restò aperto durante la Grande Guerra, durante la rivoluzione bolscevica, durante la Seconda guerra mondiale, durante la Guerra Fredda. Sopravvisse all’invasione dell’Afghanistan e a quella della Cecenia. Chiuderlo nel 2026 sarebbe stato un gesto di rottura storica, non di continuità. Buttafuoco ha scelto la continuità, e ha avuto ragione.
Un precedente che vale oltre il caso Russia
Al di là del dossier specifico, quello che Buttafuoco sta scrivendo è un precedente. Sta dimostrando che un’istituzione culturale italiana può tenere la schiena dritta davanti alle pressioni multilaterali. Che si può rivendicare l’autonomia anche quando costa due milioni di euro di finanziamenti europei. Che la cultura non è un’appendice della politica estera del momento. Che un intellettuale può separare la propria appartenenza politica dal proprio ruolo istituzionale, e farlo bene.
È esattamente quello che la nostra tradizione culturale ha sempre rivendicato: la cultura come spazio di libertà, l’istituzione come argine alle pressioni del momento, la coerenza dei principi al di là della convenienza tattica. Quando questo accadeva ad opera di altri, era considerato un valore. Ora che accade ad opera di un intellettuale come Buttafuoco, viene definito “isolazionismo borbonico”. Ma le parole non cambiano la sostanza: stiamo assistendo a un raro esempio di coraggio istituzionale, e va riconosciuto come tale. Anche, e soprattutto, dentro la propria parte.
Pietrangelo Buttafuoco ha fatto la cosa giusta. Ha tenuto. E quando si tiene, alla fine, qualcosa resta. Anche solo l’esempio.
Fonti
- Il Post – Tutto il caso attorno alla Biennale di Venezia, daccapo
- Il Post – Qual è la vera questione politica intorno al caso Biennale
- Fanpage – Giuli attacca Buttafuoco: “Sbagliato aprire il padiglione russo”
- L’Espresso – La relazione degli ispettori del MiC a Palazzo Chigi
- Editoriale Domani – Giuli: “Biennale, pasticcio di Buttafuoco”
- Il Gazzettino – Biennale, si parte. Buttafuoco: “L’arte più forte di ogni prepotenza”
- Il Giornale – A Venezia il cervo ucraino sorveglia il Padiglione russo
- Quotidiano Nazionale – Biennale di Venezia, un incubo in 6 punti
- Il Fatto Quotidiano – La relazione degli ispettori del ministero

