Le dimissioni di Keir Starmer, lunedì 22 giugno 2026, sono arrivate a un soffio dal decimo anniversario del referendum sull’uscita dall’Unione europea. È bastato questo perché i gufi europei tornassero a cantare la solita aria: ecco le conseguenze economiche della Brexit, ecco il prezzo di aver lasciato Bruxelles. Peccato che i fatti, dieci anni dopo, raccontino l’esatto contrario. La catastrofe che era stata giurata non è mai arrivata.
La catastrofe promessa: cosa giurarono i gufi nel 2016
Conviene ricordare con precisione che cosa fu detto, perché oggi in molti fingono di averlo dimenticato.
A maggio 2016, un mese prima del voto, il Tesoro britannico pubblicò un documento sull’impatto immediato di un’eventuale uscita. Il cancelliere di allora annunciò una recessione immediata, circa cinquecentomila posti di lavoro in meno e un “bilancio d’emergenza” da trenta miliardi di sterline tra tagli e nuove tasse.
Le cifre erano nero su bianco: un prodotto interno lordo inferiore del 3,6% rispetto alla permanenza. E nello scenario peggiore si arrivava a prevedere un PIL più piccolo del 6% e ottocentomila disoccupati in più.
Non erano sfumature. Erano numeri costruiti per spaventare l’elettore. La campagna è passata alla storia con un nome che la fotografa: “Project Fear”, il progetto-paura.
Cosa è successo davvero
Non accadde nulla di tutto questo.
Nel terzo trimestre del 2016, proprio quello in cui doveva cominciare il crollo, il PIL britannico crebbe dello 0,5%. La disoccupazione, invece di esplodere, continuò a scendere verso i minimi storici. La Banca d’Inghilterra non alzò i tassi come era stato profetizzato: li tagliò. Il bilancio d’emergenza non fu mai presentato. I mercati, dopo lo spavento delle prime ore, recuperarono in fretta.
L’intero 2016 si chiuse con una crescita intorno all’1,9%. La profezia, semplicemente, era falsa. E nei mesi successivi i gufi non ammisero l’errore: spostarono la scadenza della catastrofe sempre un po’ più in là.
Dieci anni dopo: la fotografia economica del 2026
E oggi? Il Regno Unito resta la quinta economia del mondo, con un prodotto interno lordo di circa 4.200 miliardi di dollari.
Nel 2025 è cresciuto dell’1,4%; nel primo trimestre del 2026 dello 0,6% rispetto al trimestre precedente. Il dato che conta di più è un altro: l’economia britannica si colloca circa il 6% sopra il livello che aveva prima della pandemia. È una distanza quasi identica a quella dell’Eurozona, ferma poco più in alto, e nettamente migliore della Germania, rimasta sotto l’1%. L’inflazione, intanto, è tornata a scendere.
C’è una frenata nel 2026, questo è vero, con diverse previsioni riviste al ribasso. Ma la causa ha un nome, e non è la Brexit: è lo shock energetico legato alla guerra in Iran e alla chiusura dello Stretto di Hormuz, che pesa su tutta l’Europa. Il Regno Unito ne soffre come e più degli altri, per la sua dipendenza dal gas. Nulla a che vedere con il referendum del 2016.
Va detta una cosa, perché il lettore non è uno sciocco. Esiste un dibattito diverso, quello sui costi di lungo periodo: una parte degli economisti stima una minore intensità commerciale e qualche punto di PIL in meno su orizzonti di quindici anni. Sono però modelli controfattuali, confronti con un Regno Unito immaginario rimasto nell’Unione, e sono impossibili da separare dalla pandemia, dalla crisi energetica e dalla guerra in Ucraina, che hanno colpito tutti allo stesso modo. Si può discutere di quei decimali. Ma un conto sono i decimali proiettati a quindici anni; altro conto è la recessione immediata, il mezzo milione di disoccupati e il bilancio d’emergenza sventolati per terrorizzare gli elettori. Quella roba lì non è mai esistita.
Allora perché il Regno Unito è in difficoltà? Confini riconquistati, scelte sbagliate
Se la crisi non è economica e non discende dalla Brexit, da dove viene? Da scelte politiche interne. E una sopra tutte: l’immigrazione.
Qui i numeri ribaltano la narrazione. Dopo l’uscita, il Regno Unito ha davvero ripreso il controllo dei confini: il saldo migratorio dall’Europa è andato in negativo. Eppure la migrazione netta complessiva ha toccato un record di circa novecentomila persone, trainata quasi per intero dall’immigrazione extraeuropea.
Tradotto: con il volante finalmente in mano, la classe dirigente — prima conservatrice, poi laburista — ha scelto di importare più persone che mai, da fuori l’Europa. E quando ha voluto invertire la rotta, l’ha fatta crollare dell’82% in tre anni. La prova che era tutto governabile, tutto frutto di decisioni, non di vincoli esterni.
È questo permissivismo, non la Brexit, ad aver acceso le tensioni che conosciamo: dai consiglieri eletti su base confessionale a Birmingham alle rivolte di Belfast, fino all’ascesa di Reform UK. La Brexit ha consegnato a Londra il volante. Il disastro l’ha guidato chi sedeva al posto di guida.
E Starmer è caduto esattamente per questo: amministrative perse, fuga di consensi, scandali interni. Politica, non economia. Tantomeno Brexit.
Il precedente: quando l’assedio si chiama “errore”
Non è la prima volta che la macchina europeista piega i fatti a un dogma. In Italia, nel 2011, la stessa logica si abbatté su un governo eletto: lì la pressione esterna — lo spread usato come arma, la lettera della Banca centrale europea — fu mascherata da semplice “debolezza” interna. La ricostruzione completa di quei giorni l’abbiamo già raccontata.
Cambia il copione, resta la regia. Tutto ciò che mette in discussione l’ordine di Bruxelles deve essere dipinto come rovina, errore, catastrofe.
Una sola regia: i gufi non sbagliano mai per caso
Quando gli stessi soggetti — istituzioni, grandi giornali, “esperti” — sbagliano sempre nella medesima direzione, non è incompetenza. È funzione. Il compito dei gufi non è prevedere, è spaventare. Dieci anni fa servivano a impedire il voto; oggi servono a renderlo pentito. La realtà li smentisce ogni volta, e ogni volta ricominciano daccapo.
Il Regno Unito non è caduto. Non si è impoverito come era stato promesso. È semplicemente governato male, su scelte interne che con l’Europa non c’entrano nulla. Distinguere le due cose è il primo atto di sovranità: smettere di lasciarsi spaventare.
Fonti
- ONS – GDP first quarterly estimate, UK: Q1 2026
- House of Commons Library – GDP international comparisons
- LSE Brexit – “Project Fear” was groundless: the UK economy has been remarkably resilient
- ConservativeHome – The Treasury’s prediction of an instant recession was wrong
- Migration Observatory – Net migration trends e composizione post-Brexit
- Il Politico Web – Il 2011 e il colpo di Stato finanziario in Italia
- Il Politico Web – Chi è Nigel Farage, leader di Reform UK
- Il Politico Web – Birmingham e Tower Hamlets, le amministrative del 7 maggio
- Il Politico Web – Proteste Belfast: il modello d’accoglienza sotto accusa
- Il Politico Web – Epstein files: cosa sono e cosa contengono

