Chi è Nigel Farage, l’uomo che ha rotto il bipartitismo britannico
Per quasi un secolo la politica britannica è stata un duello a due: conservatori contro laburisti, Westminster come un club a inviti chiusi. Oggi quel sistema scricchiola, e a farlo tremare è un uomo solo. Chi è Nigel Farage lo si capisce da un dato: i sondaggi danno il suo Reform UK primo partito del Regno Unito, davanti a un Labour al governo precipitato sotto il venti per cento.
Nato nel 1964 nel Kent, ex operatore alla City di Londra, Farage non è un politico di professione nel senso classico. È un agitatore di idee, un tribuno che ha fatto della distanza tra il popolo e le élite la propria intera ragione politica.
Volto televisivo di GB News, pinta di birra sempre in mano nelle fotografie, battuta pronta, ha costruito un’immagine da uomo comune che parla la lingua della gente. È l’esatto opposto del politico tecnocrate: e proprio in questo sta il suo magnetismo. Per trent’anni è stato deriso come outsider rumoroso. Oggi è l’uomo che potrebbe guidare la Nazione.
Dalla City a Bruxelles: la nascita di un euroscettico
La rottura di Farage con il mondo da cui proviene è netta e precoce. Nel 1992 abbandona il Partito conservatore in polemica con il Trattato di Maastricht, l’atto di nascita di quell’Unione che riteneva una macchina burocratica costruita contro le sovranità nazionali.
Da quella scelta nasce la sua militanza. È tra i fondatori dell’UKIP, di cui sarà leader a più riprese. Nel 1999 entra nel Parlamento europeo, dove resterà fino all’uscita del Regno Unito.
È lì che diventa celebre. I suoi interventi contro i vertici non eletti di Bruxelles fanno il giro del mondo: l’attacco al presidente del Consiglio europeo Herman Van Rompuy, descritto come privo di carisma, è rimasto memorabile. Mentre la classe dirigente comunitaria parlava il dialetto tecnocratico dei trattati, Farage parlava al cittadino comune. Era già la sua forza.
La Brexit, la battaglia di una vita
Tutto converge nel 2016. Il referendum sull’uscita dall’Unione europea è il coronamento di una battaglia trentennale, e Farage ne è il volto più riconoscibile. La vittoria del “Leave” è la sua consacrazione: il popolo britannico, chiamato a decidere del proprio destino, sceglie di riprendersi il controllo dei confini, delle leggi, della moneta.
Per Farage la Brexit non è mai stata una questione economica. È stata una questione di sovranità: il diritto di una comunità nazionale a governarsi da sé, senza delegare il proprio futuro a un’autorità sovranazionale lontana e non eletta. È il principio che ne fa, oggi, un riferimento per tutta l’Europa delle Patrie.
Raggiunto l’obiettivo, molti lo davano per finito. Sbagliavano.
Reform UK: dalla protesta alle porte del governo
Dalle ceneri della stagione referendaria nasce prima il Brexit Party, poi, dal 2021, il Reform UK. È il veicolo della seconda vita politica di Farage. Alle elezioni del 4 luglio 2024 entra finalmente a Westminster, eletto nel collegio di Clacton-on-Sea all’ottavo tentativo dopo sette sconfitte: una perseveranza che dice tutto del personaggio.
Da allora l’ascesa è stata travolgente. Alle amministrative del maggio 2026 il Reform UK di Nigel Farage ha conquistato oltre mille seggi nei consigli locali, mentre i laburisti ne perdevano centinaia. I sondaggi del Reform UK lo collocano stabilmente in testa, attorno al venticinque per cento, con Labour e conservatori staccati e divisi.
La meccanica è semplice, e Farage la conosce a memoria dopo trent’anni di studio del sistema elettorale: gli basta restare primo mentre gli avversari si dividono. La finestra verso le prossime elezioni politiche è ormai aperta.
Immigrazione e radici: il cuore del consenso
Il vero motore del fenomeno Farage non è l’economia, ma l’identità. Farage sull’immigrazione tiene una linea durissima: controllo dei confini, stop agli sbarchi, fine dell’accoglienza indiscriminata. Dietro le proposte, però, c’è una tesi più profonda: la difesa di una comunità di destino, di radici, di una civiltà che teme di dissolversi.
È il tema su cui il consenso si infiamma. Casi come quello dello studente Henry Nowak, ammanettato dalla polizia mentre moriva accoltellato a Southampton, hanno fatto esplodere una rabbia diffusa contro uno Stato percepito come più preoccupato di non apparire razzista che di proteggere i propri cittadini. È su questo terreno che il Reform UK ha toccato il proprio massimo nei sondaggi.
Farage intercetta un disagio reale: la sensazione di una popolazione storica che si scopre estranea in casa propria. Non un’astrazione ideologica, ma il vissuto quotidiano di milioni di britannici.
Farage, l’Europa delle Patrie e l’Italia
Per il lettore italiano, Farage è una chiave di lettura. La sua parabola anticipa e accompagna l’onda sovranista che attraversa il continente: dal Rassemblement National di Marine Le Pen all’AfD tedesca, da Vox fino al governo Meloni. Forze diverse, unite dalla stessa intuizione: che l’Europa autentica sia quella delle Nazioni e dei popoli, non quella dei regolamenti di Bruxelles.
Atlantista convinto, alleato di Donald Trump, Farage guarda al mondo anglosassone come spazio naturale. Sul fronte orientale le sue posizioni sulla guerra in Ucraina — la tesi secondo cui l’espansione a est dell’Unione e della NATO avrebbe provocato la reazione russa — restano discusse e gli sono valse numerose critiche.
Resta il dato di fondo. In un’Europa che cerca sé stessa, Nigel Farage rappresenta il caso più riuscito di riscossa identitaria: la prova che un popolo può tornare protagonista del proprio cammino, contro ogni pronostico delle élite. Per questo, oggi, l’Italia che guarda al Regno Unito non può ignorarlo.
Fonti
- Il Politico Web — Il caso Henry Nowak: la vittima trattata da colpevole
- Treccani — Nigel Paul Farage
- Wikipedia — Reform UK
- TIME — Reform UK avanza alle amministrative 2026
- CNN — Reform UK vince alle locali e incrina il bipartitismo

