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Europa

Il 7 maggio dell’invasione islamica: a Birmingham e Tower Hamlets gli inglesi non sono più padroni a casa loro

Bruno Bindel

Centodieci consiglieri musulmani eletti come "indipendenti", trentatré seggi all'Aspire di Lutfur Rahman a Tower Hamlets, tredici all'Independent Candidates Alliance a Birmingham. Non è integrazione: è la fine di un popolo nella sua Nazione. E l'Italia rischia di seguirla, se non torniamo alle radici cristiane ed europee che ci hanno costruiti.

Riassunto dell'articolo

Alle elezioni amministrative inglesi del 7 maggio 2026 sono stati eletti circa duecentododici consiglieri indipendenti, di cui oltre duecento espressione della galassia musulmana organizzata. A Birmingham l'Independent Candidates Alliance di Akhmed Yakoob ha conquistato tredici seggi; a Tower Hamlets il partito Aspire di Lutfur Rahman ha vinto trentatré seggi su cinquantacinque; a Newham i New Independents ventiquattro seggi; a Redbridge nove seggi al Redbridge Independents. La piattaforma The Muslim Vote, che coordina informalmente queste liste insieme a Vote Palestine, ha un piano venticinquennale strutturato su cinque cicli elettorali. I leader, come Shakeel Afsar, hanno chiesto pubblicamente di armare Hamas. Il fenomeno segna la fine del patto storico tra Partito laburista e comunità musulmane britanniche e apre una fase di balcanizzazione confessionale della politica britannica. Gli inglesi storici sono diventati minoranza in interi quartieri delle loro città. Il modello rischia di replicarsi in Italia con il progetto Musulmani per Roma di Francesco Tieri in vista delle amministrative capitoline 2027. La risposta non è atlantista ma identitaria: riscoperta delle radici cristiane ed europee come fondamento della sovranità nazionale.

Punti chiave
  • Andrew Gilligan, "The disturbing truth about Britain's Islamopopulism movement", The Spectator
  • Paul Stott, "The Islamopopulist march continues", The Critic Magazine
  • "Cento eletti islamici e indipendenti. A Londra la carica di politici bengalesi",…
  • Linsay Taylor, "Britain's Muslims are engaging in politics like never before", 5Pillars…

Le amministrative inglesi del 7 maggio 2026 si raccontano in genere come la disfatta di Keir Starmer, il trionfo di Reform UK di Nigel Farage, il crollo dei laburisti perfino in Galles. Tutto vero. Ma il dato che nessuno vuole guardare in faccia, quello che dovrebbe far tremare i polsi a chiunque abbia ancora a cuore le radici dei popoli d’Europa, è un altro. Per la prima volta nella storia, una potenza europea ha visto centinaia di consiglieri comunali eletti su base apertamente confessionale islamica. Non in qualche sobborgo dimenticato: nella seconda città del Regno Unito, e in interi quartieri di Londra.

CREAZIONE SITI WEB
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I numeri di una sostituzione politica

Il quadro complessivo, ricostruito dai report del think tank Policy Exchange e dalle inchieste di Andrew Gilligan sullo Spectator, è impressionante. Alle amministrative del 7 maggio sono stati eletti circa duecentododici consiglieri indipendenti in tutta l’Inghilterra, e di questi i modelli pre-elettorali stimano che oltre duecento siano espressione diretta della galassia musulmana organizzata sotto la sigla The Muslim Vote. A questi vanno aggiunti i Verdi, che nelle aree con popolazione musulmana superiore al dieci per cento hanno visto crescere il consenso del quattordici per cento.
A Tower Hamlets, sobborgo orientale di Londra, il partito Aspire del sindaco bengalese Lutfur Rahman ha conquistato trentatré seggi su cinquantacinque, con il primo cittadino riconfermato con il trentotto virgola otto per cento dei consensi. A Newham i New Independents, formazione che fino a ieri non esisteva, hanno strappato ventiquattro seggi riducendo i laburisti a ventisei. A Redbridge altri nove seggi al Redbridge Independents. A Birmingham, città di un milione e duecentomila abitanti dove i musulmani sono ormai trecentoquarantunomila secondo il censimento del 2021, l’Independent Candidates Alliance guidata da Akhmed Yakoob ha portato a casa tredici seggi. Solo per restare a un’eco recente, il candidato indipendente filo-palestinese Yakoob alla precedente tornata era già arrivato terzo come sindaco di Birmingham con quasi quarantatremila preferenze.
Si scrive indipendenti, si legge musulmani. È una formula efficace, perché coglie il punto centrale: queste liste non sono coalizioni costruite attorno a interessi condivisi che attraversano divisioni culturali ed etniche. Sono movimenti che si rivolgono esplicitamente agli interessi di specifici gruppi religiosi ed etnici. Aspire e i Newham Independents sono composti quasi esclusivamente da uomini bengalesi musulmani; l’Independent Candidates Alliance di Birmingham segue lo stesso modello, con candidati prevalentemente di origine pakistana.

L’architettura: The Muslim Vote, Vote Palestine, Independent Alliance

Non si tratta di candidature spontanee. Dietro c’è un’architettura politica che il report di Policy Exchange ha sezionato con precisione clinica. The Muslim Vote è una piattaforma nazionale che ha già fissato un piano venticinquennale articolato su cinque cicli elettorali. Il suo capo dati, Riaz Hassan, lo ha spiegato senza giri di parole: «Quando hai una competizione serrata tra due partiti politici, allora hai molta leva sul terreno delle politiche pubbliche, ed è lì che hai il vero potere». Vote Palestine ne è l’estensione tematica, focalizzata sull’utilizzo della causa di Gaza come collante elettorale.
I leader di queste formazioni non nascondono nulla. Shakeel Afsar, co-leader dell’Independent Candidate Alliance di Birmingham, in un’intervista alla iraniana Press TV ha chiesto apertamente al governo britannico di armare Hamas: «Come contribuente britannico, voglio che finanziamo i palestinesi. Voglio che diamo loro armi, fucili, missili e permettiamo loro di liberarsi dai loro occupanti». Il suo co-leader Akhmed Yakoob attacca la «degenerazione occidentale» e sostiene che le donne preferirebbero stare a casa anziché lavorare. The Muslim Vote definisce gli attivisti musulmani laburisti «parassiti» che «depredano la nostra comunità per profitto personale». Le figure di vertice paragonano apertamente la loro opera al condottiero musulmano Saladino che strappò Gerusalemme ai cristiani durante le Crociate.
Non è un’ipotesi malevola della destra italiana. È quello che dicono loro stessi, in inglese, sui propri siti.

La fine del patto laburista

Per decenni il Partito laburista britannico aveva costruito una macchina elettorale fondata su un patto non scritto con le comunità immigrate: voti in cambio di clientela, integrazione formale in cambio di tolleranza sostanziale verso enclavi religiose ed etniche sempre più chiuse. Quel patto si è spezzato. Le comunità musulmane hanno scoperto di essere demograficamente sufficienti per fare da sole. Birmingham, città fallita nel 2023 sotto il peso di settecentosessanta milioni di sterline di debito per cause sulle pari opportunità, novanta milioni buttati in un sistema informatico mai funzionante, trecento milioni per il villaggio dei Commonwealth Games del 2022 e un anno di sciopero della raccolta rifiuti, è il laboratorio perfetto: una città in collasso amministrativo dove l’elettorato musulmano si è organizzato per fare a meno dei vecchi padroni laburisti.
Il candidato indipendente Harris Khaliq lo ha sintetizzato bene durante la campagna: «Dicono di mandare un’email per segnalare i rifiuti abbandonati, nessuna risposta. Mandano un’email per una buca, nessuna risposta. Sentono di pagare di più e di ricevere di meno». Ma il punto, decisivo, è che lo stesso Khaliq distribuiva fuori dalle scuole adesivi per la Palestina. La saldatura tra il malcontento per i servizi locali e l’indignazione internazionale per Gaza è la chiave che ha scardinato un sistema secolare. Il laburismo non ha più nulla da offrire, e la comunità confessionale ha smesso di chiedere il permesso.

Inglesi minoranza in casa propria

A Whitechapel, quartiere storico di Londra dove ancora un secolo fa fioriva la comunità ebraica europea, oggi il quaranta per cento dei residenti è musulmano mentre i cristiani sono calati di quasi dieci punti in dieci anni. Le insegne dei negozi sono in arabo e bengalese, i pub sono spariti, al loro posto sorgono centri islamici e scuole coraniche. A Birmingham interi distretti come Hodge Hill o Hall Green hanno una popolazione musulmana che si avvicina al cinquanta per cento. A Coventry Street, in pieno West End londinese, da qualche anno si accendono le luminarie del Ramadan, oltre trentamila led patrocinati dal sindaco Sadiq Khan. Sono ottantacinque i tribunali della sharia operativi sul territorio britannico, dei quali il primo fondato a Leyton nel 1982 e ancora pienamente attivo: lì non si applica il diritto britannico, si applica la legge di Allah. Sentenze su matrimoni, divorzi, eredità che riguardano la vita reale di migliaia di donne, spesso ignare di poter ricorrere ad altri diritti.
Questi non sono dati sensazionalistici: sono numeri ufficiali, sono fatti documentati. E sono il prodotto finale del modello multikulti che la sinistra europea ha imposto come dogma per quarant’anni. Gli inglesi storici, quelli della Magna Carta, delle cattedrali normanne, della common law, di Shakespeare e di Chesterton, sono diventati minoranza in casa propria. Non per una conquista militare: per via demografica e per resa istituzionale.

La trappola atlantista e la risposta europea

Qui occorre un’avvertenza, perché la tentazione è grande e va respinta con chiarezza. La critica a quanto sta accadendo in Inghilterra non significa abbracciare la retorica atlantista che dipinge l’Occidente come un blocco monolitico da difendere contro l’Islam. È esattamente il contrario. L’Inghilterra che si è lasciata sostituire è proprio quell’Inghilterra atlantista, mercantile, liberal-progressista che per decenni ha celebrato il proprio multiculturalismo come superiorità morale sull’Europa continentale «arretrata». Quel modello è fallito sulla sua stessa pelle.
La risposta non è diventare anglosfera. La risposta è tornare a essere Europa. La nostra civiltà ha radici precise, e quelle radici sono cristiane prima ancora che politiche: sono le cattedrali, è il diritto romano, sono le università medievali nate attorno alle abbazie, è la lingua di Dante e di Petrarca, è l’idea stessa di persona che nasce dal cristianesimo e che non esiste in nessuna altra civiltà al mondo. Quando Sardone va davanti al tribunale della sharia di Leyton a denunciare che dietro quella porta non si applica più il diritto britannico, sta dicendo una verità più grande di quanto lei stessa forse intenda: non si applica più nemmeno il diritto europeo, perché la sharia è semplicemente l’antitesi della civiltà cristiana che ha costruito le nostre Nazioni.

L’Italia avvertita

Il modello britannico sta già sbarcando in Italia. A Monfalcone, alle scorse amministrative, Aboubakar Soumahoro ha sostenuto la prima lista quasi esclusivamente musulmana mai presentata nel nostro Paese: diciannove candidati su venti di fede islamica, comizi aperti con il saluto arabo salam aleikum. È andata male alle urne, solo il due virgola novantaquattro per cento, ma il principio è stato fissato. Francesco “Abd al-Haqq” Tieri sta organizzando Musulmani per Roma in vista delle amministrative capitoline del 2027, parlando apertamente di un partito confessionale islamico nazionale fondato su un elettorato potenziale di oltre un milione di voti. Davide Piccardo della rivista La Luce fornisce la copertura intellettuale. La sinistra radicale guarda con interesse, esattamente come in Francia La France insoumise di Mélenchon ha pescato a piene mani nell’islamo-gauchismo.
Birmingham è il futuro che ci aspetta se non interveniamo adesso. E intervenire non significa scimmiottare il modello inglese di tolleranza preventiva, né rifugiarsi nelle ricette atlantiste che hanno prodotto questo disastro. Significa riscoprire che cosa siamo: una Nazione cristiana ed europea, con radici precise, con una storia che ci precede e che dobbiamo a chi verrà dopo di noi. Significa difendere il limes ai confini della Nazione, fermare l’immigrazione clandestina, riconoscere che la remigrazione non è più un tabù ma un’urgenza politica condivisa da metà del Parlamento Europeo. Significa, prima di tutto, smettere di credere che un popolo possa sopravvivere senza identità, senza memoria, senza Dio.
Gli inglesi questo lo hanno già capito troppo tardi. Per noi italiani la finestra è ancora aperta. Ma si sta chiudendo in fretta.

Fonti

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Bruno Bindel
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