Per capire chi era Dominique Venner bisogna leggere la lettera che il 21 maggio 2013 posò sull’altare di Notre-Dame, non i titoli del giorno dopo. I titoli dicevano: storico di 78 anni si uccide in cattedrale contro le nozze gay. La lettera diceva un’altra cosa. Diceva che amava la vita, che era sano nel corpo e nello spirito, e che offriva quello che gli restava «per un’intenzione di protesta e di costruzione». Tredici anni dopo, in italiano, di Venner è rimasta solo la cronaca. Questo capitolo dei Padri dimenticati prova a restituirgli il pensiero.
Dominique Venner, il soldato che a 36 anni chiuse con la politica
Venner nasce a Parigi il 16 aprile 1935, figlio di un architetto. A vent’anni parte volontario per l’Algeria e combatte fino all’ottobre del 1956. Torna convinto di aver visto non una guerra coloniale ma, come dirà anni dopo, una lotta per l’identità degli europei. È la convinzione che lo porta nell’OAS, l’organizzazione clandestina che si oppone all’indipendenza algerina: per questo passa diciotto mesi nel carcere della Santé ed esce nel 1962.
Dalla prigione porta fuori un manifesto, Pour une critique positive, in cui spiega perché il putsch dei generali del 1961 è fallito e chiede una militanza disciplinata e gerarchica. Nel gennaio 1963 fonda con Alain de Benoist il movimento e la rivista Europe-Action, un nazionalismo che guarda già all’Europa e non alla sola Francia. Nel 1968 è tra i primi membri del GRECE, il laboratorio da cui nascerà la Nuova Destra francese.
Poi, nel 1971, smette. A 36 anni Venner lascia ogni attività politica e decide di fare lo storico. Non è una conversione: è un cambio di strumenti. Chi aveva creduto di cambiare la Francia con l’azione diretta sceglie di cambiarla con la memoria.
Lo storico: cinquanta libri e una rivista
I trent’anni successivi sono quelli che la cronaca del 2013 ha cancellato. Venner scrive oltre cinquanta libri. Comincia dai corpi franchi del Baltico (Baltikum, 1974), passa per la guerra civile russa e per la storia della Resistenza, e nel 1981 la sua Histoire de l’Armée rouge riceve dall’Académie française il premio Broquette-Gonin. Scrive anche di caccia e di armi, con la stessa serietà, perché per lui la caccia è un rito che tiene l’uomo dentro la natura e non sopra.
Nel 1994 pubblica Le Cœur rebelle, il libro in cui fa i conti con la propria giovinezza militante senza rinnegarla. Nel 2002 esce Histoire et tradition des Européens, il suo libro centrale, e nello stesso anno fonda la Nouvelle Revue d’Histoire, che dirige fino alla morte: una rivista di storia che ospita firme come Jean Tulard e Jacqueline de Romilly, non un bollettino di partito. Seguono Le Siècle de 1914 (2006), un saggio su Ernst Jünger (2009) e Le Choc de l’Histoire (2011).
Il pensiero di Venner: l’identità europea come scelta
La tesi di Histoire et tradition des Européens sta nel sottotitolo: trentamila anni di identità. L’Europa, per Venner, non comincia con il cristianesimo né con gli Stati nazionali, ma con una continuità di forme che va dai cacciatori paleolitici a Omero, da Omero alle cattedrali. È la stessa intuizione che in Italia aveva avuto Adriano Romualdi con gli Indoeuropei, e Venner la porta fino in fondo: quella continuità non si eredita da sola. Va voluta. Una tradizione che nessuno sceglie di continuare smette di esistere.
Da qui la sua idea di «tradizione», che non è conservazione. Venner scriveva che i giapponesi, gli ebrei, gli indù possiedono un tesoro che ha permesso loro di attraversare la storia senza sparire, e che gli europei, impregnati di universalismo, ne sono privi. Il tesoro è la coscienza di sé come popolo. Senza quella, nessuna legge e nessun confine reggono.
Non era cristiano. In Histoire et tradition des Européens pone all’origine dei valori europei l’Iliade e l’Odissea, e i critici gli hanno rimproverato di sminuire l’apporto cristiano. Eppure, per il suo ultimo gesto, scelse una cattedrale. È una posizione che rifiuta lo scontro tra l’Europa pagana e quella cristiana e le tiene insieme come strati della stessa civiltà: una lettura che Evola avrebbe trovato troppo conciliante e che invece dà a Venner la sua misura.
Il libro uscito postumo nel giugno 2013, Un samouraï d’Occident, chiude il cerchio. È un breviario per chi non si piega: l’etica del samurai trasferita all’europeo, la tenuta interiore come forma di resistenza quando la politica non offre più nulla. Il parallelo con Mishima non è una suggestione dei commentatori: lo dichiara il titolo stesso del libro.
Il 21 maggio 2013, con le sue parole
La legge sul matrimonio tra persone dello stesso sesso viene promulgata in Francia il 17 maggio 2013. La mattina del 21 Venner pubblica sul suo blog un testo intitolato alla manifestazione del 26 maggio e a Heidegger. Dice che la legge è infame ma che le manifestazioni di piazza non basteranno; che chi protesta ignora un pericolo più grande, l’immigrazione afro-maghrebina; che servono «gesti nuovi, spettacolari e simbolici» per scuotere una coscienza anestetizzata, e che le parole devono lasciare spazio alle azioni.
Verso le quattro del pomeriggio entra a Notre-Dame, posa una lettera sull’altare e si toglie la vita. La cattedrale viene evacuata, circa millecinquecento persone. Nella lettera, lasciata anche ai suoi corrispondenti, scrive di sentire il dovere di agire finché ne ha le forze e di volersi sacrificare per rompere il letargo in cui la Francia è caduta. Sulla scelta del luogo è esplicito: un posto altamente simbolico, costruito dal genio dei suoi antenati su luoghi di culto più antichi che raccontano origini immemorabili.
Secondo alcune ricostruzioni era malato; lui, nella lettera, si dichiara sano. Il fatto che conta è un altro: un non credente sceglie una chiesa, e la sceglie per dire che l’Europa è una stratificazione che va dai menhir alle guglie gotiche, e che chi non la vuole più la perde. Marine Le Pen gli rese omaggio pubblicamente, parlando di un gesto eminentemente politico per risvegliare i francesi; la portavoce della Manif pour tous prese le distanze. Pochi lessero il testo.
Cosa resta di Venner oggi
La serie dei Padri dimenticati ha già incontrato due uomini la cui morte è stata letta come un atto politico: Drieu La Rochelle nel 1945 e Mishima nel 1970. Venner è il terzo, ma il suo caso è diverso: non muore in una sconfitta militare né in un tentativo di colpo di Stato, muore in tempo di pace, convinto che l’Europa stia combattendo una guerra che nessuno vede. Si può discutere il suo pensiero senza fare del suo gesto un modello, ed è quello che questo articolo prova a fare.
La domanda che lascia aperta è quella che la sua stessa morte non risolve. Se l’identità europea è una scelta e non un’eredità, chi la sceglie? Un uomo solo, con un gesto, o una generazione, con il modo in cui vive, cresce figli e abita la propria terra? Venner ha risposto nel primo modo. La destra francese che nel 2013 lo onorò prova oggi a rispondere nel secondo, con le urne. Sono due risposte diverse alla stessa domanda, e Dominique Venner ha il merito di averla posta prima degli altri.
Se stai attraversando un momento difficile, non restare solo: puoi chiamare Telefono Amico Italia al 02 2327 2327 o, in caso di emergenza, il 112.
Fonti
- Wikipedia – Dominique Venner (biografia, opere, bibliografia)
- Il Post – Il suicidio a Notre-Dame (21 maggio 2013)
- LaPresse/AP – Venner si suicida in Notre Dame (21 maggio 2013)
- La Nuova Bussola Quotidiana – Notre Dame e l’islam: la versione di Venner (24 maggio 2013)
- Il Foglio – L’educazione all’apocalisse del suicida a Notre Dame (23 maggio 2013)
- UnHerd – Marine Le Pen’s favourite philosopher (luglio 2024)
- Wikipédia – Dominique Venner (biografia, opere, 21 maggio 2013)
- Incursioni – Il testo della dichiarazione di Dominique Venner
© RIPRODUZIONE RISERVATA

