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Civiltà Europea

Yukio Mishima: l’ultimo samurai contro l’impero del nulla

Antonio Antipari

Lo scrittore giapponese che si squarciò il ventre per rifiutare l'americanizzazione del mondo. Tra l'Hagakure e la Grecia antica, la sua rivolta parla anche all'Europa che ha dimenticato sé stessa.

Riassunto dell'articolo

L'articolo ricostruisce la vita e il pensiero di Yukio Mishima (1925-1970), scrittore giapponese che dedicò la propria opera alla denuncia dell'americanizzazione del Giappone e della distruzione dell'identità tradizionale. Attraverso il commento all'Hagakure, il saggio Sole e acciaio e la tetralogia Il mare della fertilità, Mishima elaborò una critica radicale all'imperialismo culturale americano che trova corrispondenze dirette nella crisi identitaria dell'Europa contemporanea. Il parallelo con Drieu La Rochelle — stesso male diagnosticato da tradizioni opposte, stessa scelta finale — illumina una frattura che attraversa l'intero mondo non americano.

C’è una parola giapponese che non ha equivalente in nessuna lingua europea. La parola è Yūkoku, composta da due ideogrammi: il primo significa “preoccupazione”, il secondo “Nazione”. Il significato complessivo non è “patriottismo” nel senso occidentale del termine — non è l’orgoglio del cittadino né la retorica della bandiera. Yūkoku vuol dire qualcosa di più profondo e più doloroso: la tristezza per il declino delle condizioni spirituali della propria Nazione. Non un sentimento politico, ma un lutto dell’anima.
Yukio Mishima scelse proprio questa parola come titolo di un racconto e di un film che scrisse, diresse e interpretò nel 1966 — quattro anni prima di compiere lo stesso gesto del suo protagonista. In quel racconto, un giovane ufficiale decide di togliersi la vita perché il Giappone in cui crede non esiste più. Non è stato sconfitto da un esercito nemico. È stato dissolto dall’interno, svuotato della propria sostanza, convertito in una copia sbiadita di qualcosa che viene da fuori.
Questa è la storia di Yukio Mishima. Ed è, per ragioni che cercheremo di rendere evidenti, una storia che riguarda anche l’Europa.

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Il ragazzo che visse nella notte

Kimitake Hiraoka — questo il vero nome di Mishima — nacque a Tokyo il 14 gennaio 1925, in una famiglia della piccola burocrazia statale. Il padre era un funzionario del Ministero dell’Agricoltura, ambizioso e mediocre. La madre, donna gentile e remissiva, fu presto privata del figlio dalla nonna paterna, Natsuko, nobildonna di origine samurai che si appropriò del bambino alla nascita e lo crebbe in una stanza chiusa, lontano dagli altri bambini, in un mondo fatto di teatro kabuki, letteratura classica e regole aristocratiche.
Questa infanzia claustrale segnò Mishima in modo indelebile. Da una parte, lo immerse fin da bambino nel Giappone antico — le forme, i rituali, la lingua classica, il senso della bellezza come disciplina. Dall’altra, lo separò dal corpo, dalla luce, dalla vita fisica. Mishima crebbe gracile, pallido, tutto voltato alla lettura. Mentre i suoi coetanei giocavano al sole, lui scriveva poesie nella penombra della stanza della nonna. A dodici anni aveva già letto i classici giapponesi. A sedici, pubblicò il primo racconto su una rivista letteraria. Lo pseudonimo “Yukio Mishima” nacque in quell’occasione — un nome inventato per separare l’autore dal ragazzo fragile che lo abitava.
Nel 1944, mentre il Giappone bruciava sotto i bombardamenti americani, il giovane Mishima fu chiamato alle armi. Non partì. Un medico militare lo dichiarò inabile per una bronchite scambiata per tubercolosi. Fu uno dei momenti decisivi della sua vita. Mentre i ragazzi della sua generazione morivano da kamikaze nei cieli del Pacifico, lui restava a casa, vivo e incolume. Quel senso di colpa — la vergogna di essere sopravvissuto, il debito verso i morti — non lo avrebbe mai abbandonato. Per venticinque anni cercò il modo di saldarlo.

Il Giappone del ventre pieno

Il 15 agosto 1945, l’imperatore Hirohito parlò alla radio per la prima volta nella storia del Giappone. La voce che i sudditi consideravano divina annunciò la resa. Ma non fu la sconfitta militare a distruggere il Giappone di Mishima. Fu ciò che venne dopo.
L’occupazione americana, guidata dal generale Douglas MacArthur, non si limitò a smilitarizzare il Paese. Ridisegnò la sua anima. La nuova Costituzione del 1946, scritta in inglese e tradotta in giapponese, impose un sistema parlamentare sul modello occidentale. L’articolo 9 — il più odiato da Mishima — stabilì che il Giappone rinunciava per sempre alla guerra e non avrebbe mai più mantenuto forze armate. La parola stessa “esercito” fu cancellata e sostituita con “forza di autodifesa”. L’Imperatore fu costretto a rinunciare alla propria natura divina con una dichiarazione pubblica — un atto che per Mishima equivaleva a strappare il cuore sacro della Nazione.
Ma il danno più profondo non era istituzionale. Era culturale. Negli anni Cinquanta e Sessanta, il Giappone si trasformò con una velocità che non ha precedenti nella storia. L’occupazione militare americana si convertì in occupazione culturale. Il soft power statunitense — cinema, musica, consumi, pubblicità, stile di vita — sommerse le forme tradizionali della vita giapponese con la stessa efficacia con cui le bombe avevano sommerse le sue città. I giovani giapponesi cominciarono a vestirsi, mangiare, pensare e desiderare come americani. I templi restavano in piedi, ma le anime che li avevano costruiti non c’erano più.
Mishima osservava questa metamorfosi con l’occhio dello scrittore e il cuore del samurai ferito. Ciò che vedeva non era sviluppo. Era colonizzazione. Non delle terre, ma delle coscienze. Il Giappone non era stato conquistato con le armi — era stato dissolto con le merci. La prosperità economica, il consumismo, la macdonaldizzazione dell’esistenza avevano compiuto ciò che le portaerei nel Pacifico non erano riuscite a fare: convincere un’intera Nazione che il proprio passato fosse un errore da dimenticare.

L’Hagakure e la via del guerriero

Di fronte a questo svuotamento, Mishima cercò la risposta nel passato più radicale del Giappone. La trovò in un libro scritto due secoli prima: l’Hagakure.
Composto tra il 1709 e il 1716 dal samurai Yamamoto Tsunetomo, divenuto monaco dopo la morte del suo signore, l’Hagakure — “nascosto dalle foglie” — è una raccolta di precetti, aforismi e riflessioni sulla via del guerriero. Il suo principio più celebre è anche il più frainteso: “Ho scoperto che la Via del Samurai è la morte.” Non un’esaltazione del suicidio, ma un’etica della presenza totale: solo chi ha già accettato di morire può vivere senza calcolo, agire senza esitazione, servire senza riserve. L’Hagakure insegnava che il samurai doveva morire ogni mattina e ogni sera nel proprio cuore, per essere libero di vivere con pienezza ogni istante.
Nel 1967, tre anni prima del suo gesto finale, Mishima scrisse un commento ai primi tre libri dell’Hagakure — pubblicato in Italia come La via del samurai e più recentemente come La via del guerriero. Non era un’operazione accademica. Era un atto di guerra culturale. Mishima trovava nel testo di Tsunetomo una critica alla decadenza del proprio tempo che coincideva punto per punto con la sua. Tsunetomo denunciava la mollezza dei samurai del periodo Genroku, corrotti dal lusso e dalla pace prolungata. Mishima denunciava la mollezza dei giapponesi del dopoguerra, corrotti dal consumismo e dalla resa allo straniero. Due epoche diverse, la stessa malattia: l’abbandono dell’etica dell’azione in favore del calcolo, della prudenza, della sopravvivenza come unico valore.
L’Hagakure divenne per Mishima il testo sacro di una resistenza interiore. Non un programma politico, ma un codice dell’anima. Ciò che il bushidō rappresentava per il samurai — una disciplina totale dell’essere, in cui corpo, spirito e azione formavano un’unità inscindibile — doveva tornare a rappresentare qualcosa anche per l’uomo moderno. Non come nostalgia folklorica, ma come antidoto alla malattia più grave della modernità: la separazione dell’uomo dalla propria tradizione, dal proprio corpo, dalla propria morte.

Sole e acciaio: il corpo come rivolta

Il percorso di Mishima verso la coerenza tra parola e azione passò attraverso il corpo. In Sole e acciaio, il saggio autobiografico pubblicato nel 1968 che resta il suo autentico testamento spirituale, Mishima raccontò la propria trasformazione: da ragazzo gracile e notturno, prigioniero delle parole, a uomo che scopre nel sole e nell’acciaio — la luce e i pesi, la vita all’aria aperta e l’allenamento fisico — un linguaggio che le parole non possedevano.
Non era narcisismo. Era metafisica. Mishima cercava nella scultura del corpo quello che i Greci antichi chiamavano kalokagathía: l’unità del bello e del buono, la perfezione fisica come riflesso della perfezione morale. La Grecia classica lo affascinava profondamente — non come curiosità esotica, ma come eco di qualcosa che anche il Giappone aveva posseduto e perduto. L’ideale del guerriero-poeta, l’armonia tra logos e agon, tra la parola e il combattimento, esisteva tanto nell’Atene di Pericle quanto nel Giappone dei Tokugawa. Ed era stato distrutto, in entrambi i casi, dalla stessa forza: la modernità mercantile, che riduce l’uomo a consumatore e il corpo a strumento di lavoro o di piacere, mai di trascendenza.
In Sole e acciaio Mishima scrisse che i muscoli erano diventati come la lingua greca antica: inutili nella vita pratica, dimenticati dalla maggioranza degli uomini, eppure depositari di un sapere che nessuna lingua moderna poteva sostituire. Per resuscitare quel sapere morto era necessaria un’educazione impartita dall’acciaio. Il corpo forgiato diventava così l’ultima trincea contro il mondo del calcolo — la prova vivente che esistevano valori superiori al comfort, al profitto, alla pura sopravvivenza biologica.

Lo specchio orientale della crisi europea

Perché parlare di Mishima in una rubrica dedicata alla civiltà europea? Perché la diagnosi che Mishima formulò sul Giappone postbellico è, parola per parola, la diagnosi della crisi europea.
Il Giappone di Mishima è l’Europa di Drieu La Rochelle, di Oswald Spengler, di Ernst Jünger. La malattia è la stessa: una civiltà millenaria che rinuncia alla propria identità sotto la pressione di un modello esterno presentato come universale e inevitabile. L’americanizzazione che Mishima denunciava a Tokyo negli anni Sessanta è la stessa che, con qualche decennio di ritardo, ha investito Parigi, Roma, Berlino. Lo stesso svuotamento delle forme tradizionali, la stessa sostituzione del sacro con il consumo, la stessa trasformazione dei cittadini in consumatori e delle Nazioni in mercati.
L’imperialismo culturale americano — questo è il cuore della denuncia mishimiana, ed è il punto in cui Oriente e Occidente si toccano — non opera con la forza bruta. Opera per seduzione. Non distrugge le culture: le rende irrilevanti. Non proibisce le tradizioni: le trasforma in folklore, in prodotto turistico, in estetica svuotata di contenuto. Il tempio resta in piedi, ma nessuno sa più pregare. La cattedrale resta in piedi, ma nessuno sa più perché è stata costruita. L’effetto è identico su entrambe le sponde del mondo: popoli che hanno smesso di essere soggetti della propria storia per diventarne spettatori passivi, consumatori di un presente senza radici e senza direzione.
Mishima e Drieu La Rochelle non si sono mai incontrati. Appartenevano a mondi diversi, a tradizioni diverse, a lingue diverse. Eppure le loro parabole sono strutturalmente gemelle. Entrambi cercarono nella propria tradizione un antidoto alla decadenza. Entrambi videro nel corpo e nell’azione la risposta al nichilismo delle parole. Entrambi scelsero la morte come rifiuto della mediocrità. E la coincidenza più profonda è questa: entrambi diagnosticarono lo stesso male — la dissoluzione dell’identità sotto il peso della modernizzazione forzata — e lo fecero partendo da tradizioni che non avevano nulla in comune, se non la certezza che l’uomo non è riducibile a ciò che produce e consuma.

Il 25 novembre 1970

La mattina del 25 novembre 1970, Yukio Mishima si alzò presto. Aveva quarantacinque anni. La sera prima aveva consegnato all’editore l’ultimo capitolo della tetralogia Il mare della fertilità — La decomposizione dell’angelo, il romanzo che chiudeva un ciclo di quattro volumi sulla morte delle illusioni e sulla fine del Giappone sacro. L’opera era completa. La vita poteva concludersi.
Con quattro membri della Tatenokai — la “Società degli scudi”, la milizia privata che aveva fondato nel 1968 — Mishima si recò alla base di Ichigaya del Ministero della Difesa. Prese in ostaggio il comandante della base. Uscì sul balcone dell’ufficio. Sotto di lui, circa un migliaio di soldati delle forze di autodifesa. Giornalisti, telecamere. Mishima lesse un proclama che era insieme un’arringa e un testamento. Denunciò la Costituzione imposta dagli americani. Denunciò l’articolo 9 che privava il Giappone della sovranità militare. Invocò il ritorno allo spirito del bushidō e alla centralità sacra dell’Imperatore. I soldati sotto il balcone lo fischiarono e lo derisero. Non importava. Mishima non parlava a loro. Parlava alla storia.
Rientrato nell’ufficio, compì il seppuku secondo il rituale dell’Hagakure: si squarciò il ventre con la lama corta, e il più giovane dei suoi compagni lo decapitò con un colpo di katana. Le sue ultime parole, gridate tre volte prima di rientrare, furono: Tennō Heika Banzai — Lunga vita all’Imperatore.
Il primo ministro giapponese definì il gesto una “follia”. I giornali parlarono di fanatismo. L’opinione pubblica, già americanizzata, si strinse nelle spalle. Esattamente come l’Europa si era stretta nelle spalle, venticinque anni prima, di fronte al suicidio di Drieu La Rochelle. Due civiltà diverse, la stessa incapacità di comprendere che un uomo possa morire per qualcosa che trascende la propria sopravvivenza.

Mishima e l’Europa che ha dimenticato

Leggere Mishima oggi, dall’Europa, significa guardare in uno specchio scomodo. La diagnosi che lo scrittore giapponese formulò sessant’anni fa sul proprio Paese si applica con precisione chirurgica al continente europeo del ventunesimo secolo. La prosperità come surrogato dell’identità. Il consumismo come religione sostitutiva. La cancellazione della memoria storica in nome di un eterno presente senza profondità. La riduzione della sovranità a marchio commerciale. L’incapacità di morire per qualcosa — e quindi, in ultimo, l’incapacità di vivere per qualcosa.
L’Hagakure insegnava che il samurai deve essere pronto a morire in ogni istante — non per amore della morte, ma perché solo chi accetta la morte può agire con libertà. L’Europa contemporanea ha costruito il proprio ordine politico e culturale su un principio esattamente opposto: la sopravvivenza come valore assoluto, il comfort come diritto inalienabile, l’evitamento del conflitto come virtù suprema. Il risultato è un continente che non riesce più a difendere i propri confini, la propria cultura, la propria visione del mondo — non perché sia debole, ma perché non sa più per cosa combattere.
Mishima non era europeo. Ma la sua rivolta — contro l’americanizzazione delle coscienze, contro la trasformazione delle Nazioni in appendici di un impero commerciale, contro la morte dello spirito mascherata da progresso — è la stessa rivolta che l’Europa non ha ancora trovato il coraggio di compiere. Non con le armi, non con il sangue. Ma con la riscoperta di ciò che si è, prima che qualcun altro decida ciò che si deve diventare.
Il samurai dell’Hagakure moriva ogni mattina per rinascere libero. L’Europa di oggi non muore e non rinasce. Vegeta. Ed è questa, forse, la forma più insidiosa di sconfitta: quella che non si riconosce come tale.

Fonti

Wikipedia — Yukio Mishima
Il Pensiero Storico — Dall’inchiostro al sangue: la testimonianza di Yukio Mishima
Il Pensiero Storico — Per Yukio Mishima: un omaggio dal profondo del cuore
Il Libraio — Yukio Mishima: una vita straordinaria tra arte e tragedia
Centro Studi La Runa — Il cuore di Mishima
Wikipedia — Hagakure
Feltrinelli — Sole e acciaio di Yukio Mishima
Barbadillo — Perché Yukio Mishima fece il Seppuku

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Antonio Antipari
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