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Geopolitica

Trump apre al nucleare saudita mentre bombarda l’Iran

Redazione - Il Politico

Washington bombarda Teheran per impedirle di arricchire l'uranio e nello stesso mese firma con Riad un'intesa trentennale che a quella facoltà apre la porta. Senza ispezioni rafforzate e senza contropartite.

Riassunto dell'articolo

Il 22 luglio 2026 il segretario all'Energia americano Chris Wright e il ministro saudita Abdulaziz bin Salman hanno firmato un accordo di cooperazione nucleare trentennale che affida alle imprese statunitensi la costruzione del programma nucleare civile dell'Arabia Saudita e apre alla possibilità di un impianto di arricchimento dell'uranio sul territorio del regno, subordinato a uno studio congiunto di due anni. L'intesa non include il Protocollo aggiuntivo dell'AIEA e non chiede a Riad alcuna contropartita politica, a differenza del modello applicato agli Emirati nel 2009. L'articolo analizza la contraddizione con la guerra in corso contro l'Iran, condotta con la motivazione ufficiale di impedire a Teheran l'arricchimento; ricostruisce il profilo del regime saudita quanto a esecuzioni capitali, guerra nello Yemen e finanziamento del salafismo; ricorda il rifiuto saudita di concedere lo spazio aereo alle forze americane nel maggio 2026 e la normalizzazione con Teheran mediata da Pechino nel 2023. La tesi è che il secondo mandato di Donald Trump ha sostituito l'ordine di non proliferazione con un mercato bilaterale delle tecnologie sensibili, e che l'Europa non siede a quel tavolo.

Punti chiave
  • Euronews — Storico accordo nucleare tra Stati Uniti e Arabia Saudita: cosa…
  • Il Post — Trump ha fatto un accordo molto generoso sul nucleare…
  • Linkiesta — Cosa prevede l'accordo nucleare tra Stati Uniti e Arabia Saudita
  • Il Messaggero — Nucleare, accordo Usa-Arabia Saudita: firmato programma per l'arricchimento dell'uranio

Il 22 luglio, a Washington, il segretario all’Energia americano Chris Wright e il ministro dell’Energia saudita Abdulaziz bin Salman hanno firmato un’intesa di cooperazione nucleare della durata di trent’anni. Il testo affida a imprese statunitensi la costruzione del programma nucleare civile del regno e, a determinate condizioni, apre alla realizzazione di un impianto di arricchimento dell’uranio in territorio saudita.
L’accordo nucleare con l’Arabia Saudita arriva al quinto mese di una guerra che gli Stati Uniti conducono contro l’Iran con una motivazione dichiarata: impedire a Teheran di arricchire l’uranio. La stessa capacità che si nega con i bombardieri a una Nazione del Golfo viene concessa per contratto a quella che le sta di fronte, sull’altra sponda dello stesso mare.

CREAZIONE SITI WEB
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Che cosa prevede l’accordo nucleare con l’Arabia Saudita

L’intesa si fonda sulla Sezione 123 dell’Atomic Energy Act, la legge americana del 1954 che regola la cooperazione nucleare con gli altri Stati. Senza un’intesa di quel tipo nessuna impresa statunitense può vendere reattori, combustibile o tecnologia all’estero: da qui il nome con cui l’accordo viene indicato negli Stati Uniti, Accordo 123.
Il valore stimato è di decine di miliardi di dollari e il primo beneficiario sarà Westinghouse, che fornirà i reattori AP1000. Riad, che oggi non produce un solo chilowattora dal nucleare, punta a coprire con l’atomo una parte del consumo interno di elettricità, così da liberare petrolio e gas per l’esportazione.
La clausola discussa riguarda l’arricchimento. L’accordo non lo autorizza subito: prevede uno studio congiunto di due anni che dovrà stabilire se produrre combustibile in territorio saudita sia tecnicamente sensato ed economicamente conveniente rispetto all’acquisto sul mercato. In caso affermativo l’impianto sarà costruito da imprese americane con un sistema detto a scatola nera, pensato per impedire ai tecnici sauditi l’accesso alle componenti più delicate.
Il testo passa ora al Congresso, che ha novanta giorni per opporsi. Per fermarlo servirebbe una risoluzione approvata da entrambe le camere e, in caso di veto presidenziale, una maggioranza di due terzi. È un’ipotesi remota.

Perché l’arricchimento è il vero nodo

Per misurare la portata della concessione occorre partire da un dato semplice: l’Arabia Saudita non possiede centrali nucleari in funzione. Nel 2023 ha ricavato il sessantadue per cento della propria elettricità dal gas e il trentotto per cento dal petrolio.
Una monarchia che non ha reattori non ha alcuna ragione industriale per arricchire uranio in casa. Il combustibile si compra sul mercato mondiale a prezzi enormemente inferiori al costo di costruire e far funzionare un impianto di centrifughe. Le Nazioni con programmi nucleari di dimensioni contenute lo acquistano tutte: produrlo da sé non conviene.
Il motivo per cui l’arricchimento viene comunque richiesto sta nella natura stessa della tecnologia. Le centrifughe che portano l’uranio al tre o cinque per cento, la concentrazione necessaria a una centrale, sono le medesime macchine che, facendo circolare il materiale più a lungo, lo spingono verso il novanta per cento, la concentrazione necessaria a un ordigno. Non cambia l’impianto: cambia il tempo di lavorazione.
Chi possiede la capacità di arricchire raggiunge quella che i tecnici chiamano soglia nucleare: la condizione di chi non ha l’arma ma potrebbe costruirla in tempi brevi, senza violare formalmente alcun trattato. È esattamente la condizione che Washington ha deciso di negare all’Iran con cinque mesi di bombardamenti.
Che a Riad quella soglia interessi non è una deduzione. Nel 2018 Mohammed bin Salman dichiarò pubblicamente che se Teheran avesse ottenuto l’atomica il regno avrebbe fatto lo stesso il prima possibile. L’anno scorso l’Arabia Saudita ha firmato un patto di difesa reciproca con il Pakistan, e il ministro della Difesa pakistano ha poi affermato che l’arsenale di Islamabad sarebbe stato messo a disposizione dei sauditi in caso di necessità.

Le garanzie che l’accordo non contiene

Un programma nucleare civile è considerato sicuro quando è accompagnato da controlli, e i controlli hanno due livelli.
Il primo è il Trattato di non proliferazione, che l’Arabia Saudita ha firmato nel 1988 e che impegna a non dotarsi di armi atomiche. Il secondo è il Protocollo aggiuntivo dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica: consente agli ispettori di visitare anche siti non dichiarati e di verificare l’intero ciclo del combustibile, non soltanto gli impianti che il governo annuncia. È il livello che distingue una verifica reale da una verifica sulla parola.
Riad non ha mai firmato il Protocollo aggiuntivo. L’intesa con Washington non glielo chiede.
Il confronto con il precedente più vicino è impietoso. Nel 2009 gli Emirati Arabi Uniti ottennero la tecnologia nucleare americana impegnandosi per trattato a non arricchire e a non riprocessare mai: fu il criterio più severo mai applicato, e per quindici anni Washington lo ha indicato come modello per chiunque. All’Arabia Saudita quel modello non è stato chiesto.
Non è stato chiesto nemmeno il resto. Le amministrazioni precedenti avevano legato il nucleare saudita al riconoscimento di Israele; questa intesa non lo prevede. Due lettere collaterali restano riservate, e una parte del Congresso ne chiede la lettura prima di esaminare l’accordo.

L’alleato che a maggio ha detto no

Resterebbe una giustificazione possibile: si premia un alleato fedele in un momento di guerra. I fatti degli ultimi mesi la smentiscono.
Nel maggio scorso Mohammed bin Salman ha negato alle forze americane l’uso dello spazio aereo saudita per un’operazione di scorta alle petroliere commerciali attraverso lo Stretto di Hormuz. Nel 2023 aveva normalizzato i rapporti con Teheran accettando la mediazione di Pechino, cioè affidando un pezzo della propria sicurezza regionale alla potenza che Washington indica come principale avversario.
Riad non sceglie un campo: tiene aperti tutti i canali e incassa da ciascuno. In cambio della tecnologia più delicata che esista, gli Stati Uniti non hanno ottenuto né il riconoscimento di Israele, né l’ingresso negli Accordi di Abramo, né la cooperazione militare che avevano chiesto pochi mesi prima.

Il regime che nessuno mette mai in discussione

C’è poi il capitolo di cui l’informazione occidentale si occupa a intermittenza.
Nel 2025 l’Arabia Saudita ha eseguito almeno trecentocinquantasei condanne a morte: il numero più alto mai registrato in un anno. Dal 2015 le esecuzioni hanno superato quota duemila, e il quarantadue per cento ha riguardato cittadini stranieri — lavoratori migranti processati senza assistenza legale adeguata e senza interpreti. Fra i giustiziati figurano persone condannate per fatti commessi quando erano minorenni e altre che avevano chiesto riforme politiche.
C’è l’omicidio di Jamal Khashoggi nel consolato di Istanbul, che i servizi americani hanno attribuito a un’operazione approvata dal principe ereditario. C’è la guerra nello Yemen, definita dalle Nazioni Unite una delle più gravi crisi umanitarie del mondo. C’è il finanziamento decennale della predicazione salafita dal Marocco all’Indonesia, che ha alimentato il retroterra ideologico del terrorismo arrivato fin dentro le città europee. E ci sono i quindici cittadini sauditi fra i diciannove dirottatori dell’undici settembre.
Nulla di tutto questo ha mai incrinato il rapporto con Washington. Non lo ricordiamo per invocare sanzioni: la politica estera non si fa con le prediche, e con i regimi si tratta da sempre. Lo ricordiamo perché chi giustifica una guerra con la difesa dell’ordine internazionale dovrebbe applicare quell’ordine anche a chi paga bene.

La delusione di chi aveva creduto nel primo mandato

Va detto apertamente, perché il silenzio per fedeltà non è una virtù politica.
Per quattro anni quella presidenza è stata indicata come la prova che la forza non coincide con le bombe: un presidente americano che non aveva aperto una sola guerra. Chi in Europa guardava a Washington con speranza vi vedeva la possibilità di un Occidente duro con i nemici e leale con gli amici.
Il secondo mandato ha smentito quel disegno punto per punto. Una guerra avviata senza autorizzazione del Congresso e senza mandato del Consiglio di Sicurezza, giunta al quinto mese senza che nessuno degli obiettivi dichiarati sia stato raggiunto: non il cambio di regime, non la denuclearizzazione verificata, non la riapertura stabile di Hormuz. Un’alleata italiana derisa in pubblico. L’Europa trattata come mercato da spremere anziché come frontiera da tenere. E adesso la proliferazione nucleare offerta a una monarchia che alla prima richiesta operativa aveva risposto di no.
Non è un malumore soltanto europeo: appena il trentasette per cento degli elettori americani più fedeli sostiene ancora questa guerra. La distanza fra la speranza del 2024 e la realtà del 2026 è ormai difficile da nascondere.
Sia chiaro: l’alternativa democratica sarebbe stata peggiore su ogni dossier che conta, e del voto contro Kamala Harris non c’è nulla da rimpiangere. Ma avere avuto ragione allora non obbliga nessuno a tacere adesso. Chi tace per gratitudine smette di essere un alleato e diventa un tifoso.

L’Europa non ha una sedia, l’Italia paga il conto

Del sistema di non proliferazione l’Unione europea è stata per trent’anni la garante a parole, la voce che ricordava a tutti i trattati sottoscritti. Nel momento in cui quel sistema viene riscritto, non è al tavolo: non lo era fra le otto Nazioni mediatrici dell’intesa di maggio sull’Iran, come questa testata ha documentato, e non lo è oggi a Washington.
Le conseguenze arrivano lo stesso. Il greggio sopra i novanta dollari, il gas che si riprezza sui contratti invernali, le bollette che pagheranno famiglie e imprese italiane. Una Nazione che importa quasi tutta la propria energia e non dispone di strumenti di potenza autonomi subisce decisioni prese altrove: non è il limite di un governo, è la struttura entro cui ogni esecutivo italiano si muove da mezzo secolo.
L’accordo nucleare con l’Arabia Saudita è la conferma più netta di questa condizione. Finché sovranità energetica, industria della difesa integrata e linea estera propria resteranno progetti rinviati, l’Europa continuerà a leggere sui giornali le decisioni che le cambiano il futuro.

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