A tre settimane dal voto del 3 novembre, i sondaggi sulle midterm 2026 raccontano una storia semplice. Donald Trump è al punto più basso dei suoi due mandati. I repubblicani rischiano la Camera e, cosa impensabile un anno fa, anche il Senato. Eppure i democratici non piacciono a nessuno.
Il paradosso è solo apparente. Le elezioni di metà mandato non scelgono tra due programmi: giudicano chi governa. E il giudizio, questa volta, passa dal distributore di benzina.
Midterm 2026, i sondaggi su Trump: approvazione al 36%
La media dei principali aggregatori, all’8 ottobre, assegna al presidente il 36,3% di approvazione contro il 61,2% di giudizi negativi. Il saldo è di circa 25 punti sotto lo zero.
Le singole rilevazioni scendono più in basso. Reuters/Ipsos lo colloca al 32%. Il Pew Research Center, con un’indagine chiusa il 4 ottobre, si ferma al 30%: lo stesso livello con cui Trump lasciò la Casa Bianca nel gennaio 2021.
Trump lo sa e ha scelto di rilanciare. Alla convention repubblicana di Dallas ha chiesto ai suoi di votare come se sulla scheda ci fosse il suo nome. Poi ha promesso un assegno da 5.000 dollari a ogni americano in caso di vittoria.
I sondaggi sul Congresso: democratici avanti di nove punti
Alla domanda su quale partito votare per il Congresso, i democratici sono avanti in tutte le rilevazioni recenti. La media di Nate Silver segnava 8,9 punti di vantaggio al 7 ottobre, il massimo dell’anno.
Alcuni istituti vanno oltre. Emerson registra 11 punti di distacco. Il sondaggio NPR/PBS/Marist di fine settembre arriva a 12, con i democratici al 53% e i repubblicani al 41%.
Alla Camera si rinnovano tutti i 435 seggi e i repubblicani partono da una maggioranza di pochi deputati. I modelli statistici pubblicati in agosto davano ai democratici tra l’85 e l’87% di probabilità di riconquistarla.
Il Senato che non doveva essere in gioco
La vera sorpresa è il Senato. I repubblicani hanno 53 seggi su 100 e i democratici devono strapparne quattro, senza perderne nessuno. All’inizio dell’anno sembrava un’impresa fuori portata.
A inizio settembre, invece, la media di Silver vedeva i democratici avanti in nove delle dodici sfide aperte. Roy Cooper guidava in North Carolina con 8,5 punti. Troy Jackson era sopra Susan Collins nel Maine, Sherrod Brown sopra Jon Husted in Ohio.
Perfino il Texas è in bilico: James Talarico e Ken Paxton sono separati da meno di due punti. E il principale comitato elettorale dei senatori repubblicani ha sospeso gli spot in North Carolina, dopo 32 milioni di dollari spesi, per difendere il Kansas.
Il Kansas, due anni fa, Trump lo aveva vinto con quasi 16 punti di vantaggio.
Perché Trump cala nei sondaggi: la benzina prima di tutto
Nel settembre 2024 Trump aveva promesso la benzina sotto i due dollari al gallone. A maggio 2026 il prezzo medio era a 4,50 dollari. A fine luglio era ancora a 4,10.
In mezzo c’è la guerra all’Iran, cominciata il 28 febbraio, e il blocco dello Stretto di Hormuz. Il petrolio è salito di oltre il 70% in quattro mesi. Ad aprile l’inflazione ha toccato il 3,8%, più della crescita dei salari, ferma al 3,6%.
Gli elettori hanno fatto i conti in fretta. Secondo Quinnipiac, il 65% attribuisce al presidente il rincaro del carburante. Trump ha risposto definendo quei prezzi «noccioline».
Per le famiglie a basso reddito non lo sono affatto. Il pieno è arrivato ad assorbire il 4% delle loro entrate. Per chi fa il turno in fabbrica a quaranta chilometri da casa, la benzina è la condizione per lavorare.
La guerra in Iran e la promessa tradita
Trump era tornato alla Casa Bianca con due impegni verso l’America che lavora: prezzi più bassi e basta guerre lontane. La campagna contro Teheran li ha smentiti entrambi nello stesso giorno.
A maggio oltre il 60% degli americani giudicava sbagliata la decisione di attaccare. Dentro il mondo MAGA, da Steve Bannon a Tucker Carlson, è stata pronunciata la parola tradimento.
Il presidente ha provato a correggere la rotta. Ha chiuso la presenza militare in Iraq dopo 23 anni e tratta sul piano iraniano per riaprire Hormuz. Ma i prezzi scendono più lentamente di quanto salgano, e il calendario elettorale non aspetta.
È lo stesso nodo che lega Trump e Netanyahu a due elezioni e a una sola guerra.
I repubblicani perdono anche sull’immigrazione
Il danno non si ferma all’economia. Nel sondaggio Marist gli elettori giudicano i democratici più affidabili su benzina, economia e politica estera.
Cede persino il terreno storico della destra americana. Sull’immigrazione il 41% preferisce oggi i democratici e il 38% i repubblicani. Nel febbraio 2024 il rapporto era di 42 a 30 per i repubblicani.
I candidati lo hanno capito. Secondo un’analisi del Washington Post, i loro riferimenti a Trump e al movimento MAGA sui social si sono quasi dimezzati dall’inizio dell’anno. Il presidente vuole un referendum su di sé, loro vogliono parlare d’altro.
Perché i democratici vincono senza convincere
Resta la domanda di partenza. Il partito democratico è impopolare quanto quello repubblicano. Sull’economia quasi un americano su tre non si fida di nessuno dei due.
Ma alle midterm non serve essere amati. Basta essere l’unica alternativa sulla scheda. Chi vuole punire la Casa Bianca vota l’opposizione, chi è deluso resta a casa. Entrambe le scelte danneggiano chi governa.
È successo a Obama nel 2010, con 63 deputati persi. È successo allo stesso Trump nel 2018, con 41. Nessuno dei due aveva però una guerra impopolare e il carburante a questi prezzi.
Ai repubblicani resta una carta: i collegi ridisegnati dopo la sentenza della Corte Suprema sulla Louisiana, che potrebbero spostare a destra fino a 14 seggi della Camera. Può attenuare la sconfitta. Difficilmente la evita, se il distacco resta questo.
Cosa dicono i sondaggi delle midterm 2026 a chi guarda dall’Italia
Una vittoria democratica non sarebbe un mandato. Sarebbe un Congresso ostile, due anni di inchieste e un presidente che governa per decreto. L’America che ne esce è più divisa e più imprevedibile, non più stabile.
La lezione riguarda anche noi. Il rincaro dell’energia partito da Hormuz ha colpito le bollette italiane, come mostra la crisi del gas del Qatar. E il consenso popolare, a ogni latitudine, si misura sul costo della vita prima che sulle bandiere.
I sondaggi sulle midterm 2026 non dicono che gli americani abbiano cambiato idea sui confini o sull’identità della loro Nazione. Dicono che chi promette protezione a chi lavora viene giudicato su quella promessa. Trump l’ha messa in secondo piano rispetto a una guerra che i suoi elettori non avevano chiesto. Il 3 novembre saprà quanto costa.
Fonti
- Pew Research Center – Approvazione di Trump al 30% (rilevazione 28 settembre-4 ottobre 2026)
- Opinion polling on the second Trump presidency – tabella degli aggregatori all’8 ottobre 2026
- ABC News – Reuters/Ipsos: approvazione al 32% (7 ottobre 2026)
- NPR/PBS News/Marist – Le midterm sono un voto su Trump (23 settembre 2026)
- Political.org – Media Silver Bulletin del voto per il Congresso al 7 ottobre 2026
- La Voce di New York – Midterm, l’ombra di un’ondata blu (3 ottobre 2026)
- La Voce di New York – Il referendum che Trump vuole e i repubblicani temono (18 settembre 2026)
- Newsweek – Le sfide del Senato secondo Silver Bulletin (7 settembre 2026)
- Money.it – Elezioni midterm USA 2026 in 10 punti: seggi e modelli previsionali
- Quinnipiac University Poll – Benzina e responsabilità di Trump (15 aprile 2026)
- Denver Gazette – Sondaggio New York Times/Siena sulla guerra in Iran (maggio 2026)
- The New Republic – Inflazione al 3,8%, salari e sondaggio CNN (maggio 2026)
- Newsweek – Trump e i prezzi della benzina «noccioline» (maggio 2026)
- La Voce di New York – La benzina e il reddito delle famiglie più povere (25 maggio 2026)
- Ground News – La promessa del 2024 sulla benzina e il prezzo al 24 luglio 2026
- The New Republic – La frattura nel mondo MAGA sulla guerra in Iran
- Data for Progress – Ridisegno dei collegi dopo Louisiana v. Callais (21 maggio 2026)

