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Vannacci sfida la storia: “Sul fascismo solo i fatti”

- Italia

Il vicesegretario della Lega Salvini Premier Roberto Vannacci rivendica una rilettura del Ventennio fascista basata sui numeri e sulla storiografia di Renzo De Felice, invitando a un confronto più sereno sulla storia italiana.

Vannacci sfida la storia: “Sul fascismo solo i fatti”

📋 Riassunto dell'articolo

Roberto Vannacci, in un post su Facebook, propone una “lezione” sul periodo del fascismo che punta su dati verificabili e richiama De Felice, sostenendo che molte affermazioni tradizionali vanno riviste. Le polemiche scattano immediate ma lui insiste: la verità a volte è scomoda.

Una rilettura dei fatti storici

Roberto Vannacci punta a una rilettura del periodo fascista che mette in primo piano dati, procedure e registri parlamentari. Egli sostiene che il regime guidato da Benito Mussolini operò, almeno nella prima fase, “entro” l’ordinamento giuridico del Regno d’Italia: raffronta l’elezione di Mussolini nel 1921 come terzo deputato più votato, cita la fiducia parlamentare del governo del 17 novembre 1922 con 306 voti favorevoli, e richiama il fatto che le principali leggi — dalla riforma elettorale del 1923 alle leggi razziali del 1938 — furono approvate dal Parlamento e promulgate dal Re. Questa impostazione, secondo Vannacci, rappresenta un modo per “tornare ai numeri”, separando la narrazione politica dalle mere etichette ideologiche.

L’importanza della storiografia di Renzo De Felice

Vannacci richiama esplicitamente l’opera storica di Renzo De Felice come base per chi vuole “approfondire”. De Felice fu uno storico che studiò il fascismo con rigore documentario, distinguendo la fase del movimento dalla fase del regime, e ponendo l’accento sul consenso e sull’evoluzione interna dell’Italia fascista. Inserire De Felice in questa conversazione significa, per Vannacci, dare al dibattito un livello più serio, lontano dai cliché “fascismo = male assoluto” e aprire al confronto su modalità, strumenti e conseguenze del regime.

Il richiamo al dibattito pubblico e alle alternative

Vannacci utilizza il linguaggio del “ripasso” o delle “ripetizioni per chi la storia l’ha studiata nei manuali del Pd”, provocando ma anche stimolando un confronto più diretto. Egli afferma che spesso “la verità è scomoda” ma che riportare fatti verificabili serve a liberare il dibattito storico dalla semplificazione. In questo senso, la sua posizione pretende di non essere né apologetica né demonizzante, ma descrittiva: egli vuole offrire una cronologia, “non una esaltazione o critica”, come ha precisato.

Perché questa prospettiva può essere utile

Adottare l’approccio proposto da Vannacci significa dare agli studenti di storia, ai cittadini e agli osservatori politici strumenti più articolati per comprendere il fascismo. Significa smettere di trattare quel ventennio come un blocco monolitico e vedere invece le diverse fasi, le modalità con cui fu costruito il consenso, le trasformazioni istituzionali e legislative, e le implicazioni politiche e sociali che ne seguirono. In un’epoca in cui la storia viene spesso usata come arma politica, portare numeri e procedure nel dibattito significa poter ragionare in modo più oggettivo.

Critiche e risposte possibili

È vero che le critiche si sono fatte forti: molti evocano il delitto Giacomo Matteotti, le “leggi fascistissime” del 1925-26, la repressione, la censura, la guerra e le persecuzioni, sostenendo che parlare di fascismo come “governo entro l’ordinamento” rischia di banalizzare il plagio della democrazia. Tuttavia, la prospettiva di Vannacci non è quella di negare questi elementi ma di proporre che anche le procedure istituzionali, i voti parlamentari, le operazioni formali contino nel processo storico. Spesso, infatti, le analisi tradizionali si concentrano solo sulla “rottura autoritaria” dimenticando che l’Italia fascista inizialmente si mosse — almeno in parte — con gradualità e all’interno di certe regole. Questa complessità non sminuisce i crimini ma aiuta a comprendere meglio come essi si siano radicati.

Verso una più matura memoria collettiva

Riportare al centro la dimensione istituzionale e la storiografia come quella di De Felice aiuta a costruire una memoria più articolata: non si tratta di giustificare il fascismo, ma di comprenderlo. Comprendere significa anche saper distinguere le fasi, vedere come e perché le libertà si aggredirono, come si sviluppò il consenso e come si instaurò il regime — senza ricorrere solo a metafore o universalizzazioni. Per una comunità politica liberale di destra, valorizzare il rigore storico significa affermare che la libertà si difende anche con la conoscenza, non solo con l’ideologia.

Fonti:

Adnkronos – Fascismo, Vannacci riscrive le leggi razziali: bufera social
Corriere della Sera – Duce, Marcia su Roma, leggi razziali. Vannacci riscrive il fascismo
La Stampa – Vannacci riscrive il Ventennio: “La Marcia su Roma non fu un colpo di Stato”

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