Il viaggio di Donald Trump a Pechino del 13-14 maggio si è chiuso con una serie di dichiarazioni che, prese una per una, sembrano la consueta cifra retorica del presidente americano: imprevedibilità calcolata, ambiguità rivendicata come arma. Prese insieme, raccontano qualcosa di più strutturale, e di più rilevante per chi osserva da Roma, da Berlino o da Varsavia. Raccontano una grammatica del rapporto con gli alleati che è cambiata, e che vale la pena registrare con freddezza.
Il negoziato che lascia Taipei senza appigli
Le frasi pronunciate da Trump nell’intervista a Fox News con Bret Baier, rilasciata a bordo dell’Air Force One, sono entrate immediatamente nel ciclo delle agenzie. «Non voglio che qualcuno dichiari l’indipendenza e che gli Stati Uniti debbano percorrere 15.000 chilometri per andare in guerra». «Voglio che si calmino. Voglio che la Cina si calmi». E sul pacchetto di armamenti da 14 miliardi di dollari per Taipei, già approvato dal Congresso: «Potrei farlo. Potrei non farlo».
Il ministero degli Esteri taiwanese ha risposto il 16 maggio con un comunicato sobrio ma netto, definendo l’isola una «Nazione democratica e sovrana, non subordinata alla Repubblica Popolare Cinese» e ricordando che «la vendita di armi rientra negli impegni di sicurezza degli Stati Uniti». La formula scelta da Taipei è quella di chi cerca di tenere aperta una porta che teme stia per essere chiusa dall’altra parte: si ringrazia, si rivendica, si ricorda. Non si protesta.
Il significato delle parole di Trump va misurato sul registro storico. Dalla legge sulle relazioni con Taiwan del 1979, ogni amministrazione americana — repubblicana o democratica — ha praticato la cosiddetta ambiguità strategica: né impegno automatico a intervenire militarmente, né disimpegno esplicito. La forza dell’ambiguità stava nel mantenere Pechino nell’incertezza e Taipei nella prudenza. Discutere la vendita di armi a Taipei direttamente con Pechino — come Trump ha rivelato di aver fatto, dicendo «non ho preso alcun impegno in un senso o nell’altro» — è una rottura del protocollo che dura da quarantasette anni.
L’avvertimento di Xi e il silenzio di Trump
Dall’altro lato del tavolo, Xi Jinping ha condotto la partita con piglio diverso. Secondo le agenzie cinesi, il leader di Pechino ha definito Taiwan «la questione più importante nelle relazioni Cina-Stati Uniti» e ha evocato esplicitamente la trappola di Tucidide: se Washington non gestirà il dossier «in modo appropriato», i due Paesi «andranno incontro a scontri». Un linguaggio inequivocabile, che persino una parte della destra americana ha letto come un ultimatum. Steve Bannon, ex stratega di Trump, ha parlato apertamente di «palese minaccia».
Trump, interrogato successivamente, ha negato che si trattasse di una minaccia. Sul volo di ritorno ha ribadito ai giornalisti: «Non voglio dirlo. C’è solo una persona che lo sa. Sapete chi è? Io». La formula trasforma l’ambiguità strategica, che era una postura collettiva di Washington, in un segreto personale del presidente. È una differenza che riguarda il funzionamento stesso dell’alleanza: una potenza credibile è quella le cui garanzie sopravvivono al cambio di inquilino della Casa Bianca. Una potenza personalizzata è qualcosa d’altro.
L’analisi del Fatto Quotidiano coglie il punto operativo: dal vertice Xi ha incassato un risultato concreto sul dossier che gli interessava di più, mentre Trump è tornato con accordi commerciali da rivendere alla base elettorale in vista delle elezioni di midterm di novembre. Lo scambio non è stato simmetrico. Per spuntare intese su Boeing, agricoltura ed energia, Washington ha accettato di trattare un alleato — Taipei — come parte del prezzo.
La dottrina che si capovolge in dodici mesi
Il dato più interessante non è la singola dichiarazione. È la traiettoria. All’inizio del 2025 la nuova amministrazione aveva annunciato una dottrina chiara: disimpegno graduale dal Medio Oriente e dall’Europa, concentrazione strategica sull’Indo-Pacifico, contenimento della Cina, blindatura della Prima Catena di Isole che unisce Giappone, Taiwan e Filippine. Era una dottrina coerente. Aveva persino una logica difendibile dal punto di vista degli interessi nazionali americani: smettere di disperdere risorse su teatri marginali, riportare a casa truppe, ricalibrare l’impegno su un avversario sistemico.
In dodici mesi quella dottrina ha incontrato la realtà ed è stata rovesciata su tutti e tre i fronti. Sul Medio Oriente, l’Operazione Epic Fury contro l’Iran ha riportato gli Stati Uniti dentro la regione in modo militarmente massiccio. Sull’Europa, la frizione con l’Italia per il diniego di Sigonella, le minacce di ritiro delle truppe del 30 aprile, le frasi di Marco Rubio sul caso spagnolo hanno aperto un capitolo di tensione bilaterale che non si vedeva da decenni. E adesso, sull’Indo-Pacifico, Taiwan — il fulcro stesso della dottrina annunciata — viene trattato come un capitolo della trattativa commerciale con Pechino.
Non è necessariamente una contraddizione: può essere semplicemente che la dottrina annunciata fosse una dichiarazione d’intenti, e la pratica obbedisca a logiche tattiche di breve periodo. Ma una potenza che modifica i propri assi strategici a ogni trimestre non offre ai propri alleati un quadro stabile su cui pianificare. E senza quel quadro, la nozione stessa di alleanza diventa funzione del calendario.
La grammatica dell’alleanza condizionale
C’è un filo che lega tre passaggi delle ultime sei settimane. Il 1° aprile, nel discorso alla Nazione sull’Iran, Trump ha detto agli alleati europei dipendenti dallo Stretto di Hormuz di «arrangiarsi», comprando petrolio americano o andando a proteggere lo Stretto con le proprie forze. Il 30 aprile, in risposta al diniego italiano della base di Sigonella ai bombardieri, ha minacciato il ritiro delle truppe americane dall’Italia. Il 15 maggio, di ritorno da Pechino, ha chiesto a Taipei di «calmarsi» e ha trasformato in incognita la fornitura di armi che il Congresso aveva già approvato.
Tre dossier, tre alleati diversi, una grammatica comune. L’alleato non è più un partner permanente con cui si condividono garanzie reciproche, ma un interlocutore i cui costi vengono periodicamente rinegoziati. Si può discutere se questa postura sia legittima — e dal punto di vista della sovranità americana lo è, ogni Nazione ha diritto di ridefinire i propri impegni — ma chi sta dall’altra parte deve trarne le conseguenze operative.
La conseguenza è una sola: ogni alleato degli Stati Uniti sta scoprendo, in questi mesi, che la copertura americana esiste finché coincide con il calcolo di breve periodo dell’amministrazione in carica. Non è ostilità. È un’altra cosa: è la transizione da un sistema di garanzie strutturali, in cui Washington si vincolava per via parlamentare e diplomatica, a un sistema di intese a tempo, in cui ciò che vale è ciò che il presidente decide caso per caso.
Il dividendo italiano della prudenza
Per l’Italia questa traiettoria ha una conseguenza che vale la pena nominare con chiarezza. Le mosse del governo Meloni degli ultimi mesi — le parole di Crosetto in Parlamento sul diritto internazionale violato, il diniego di Sigonella del 31 marzo, la sospensione del memorandum di difesa con Israele del 14 aprile, le tre condizioni poste per qualunque missione nello Stretto di Hormuz, il dialogo «franco tra alleati» rivendicato da Palazzo Chigi nell’incontro con Rubio dell’8 maggio — sono state lette, in patria, come dossier separati. Alla luce di come Trump ha trattato Taiwan a Pechino, formano invece un disegno coerente.
Roma ha smesso, con anticipo, di trattare l’alleanza americana come un automatismo. Non ha rotto: ha cominciato a comportarsi esattamente come si comporta Trump con tutti, cioè come una Nazione che decide caso per caso. È la postura corretta per il momento storico. È anche, va detto, una postura coerente con la tradizione di chi ha sempre pensato che la sovranità nazionale non sia un orpello retorico ma un metodo di lavoro.
L’Europa, dal canto suo, non sembra aver compreso il passaggio. Le capitali del continente oscillano tra l’invettiva morale contro Trump e la supplica diplomatica per ottenere garanzie che non arriveranno. Bruxelles produce comunicati. La via realista — fatta di postura nazionale, diversificazione operativa, dialogo da pari — resta inesplorata. Eppure è l’unica praticabile, perché è l’unica che parla la lingua che la Casa Bianca attuale sa decifrare.
L’amicizia tra Nazioni non si misura nelle dichiarazioni d’amore ma nella prevedibilità degli impegni. Quando la prevedibilità si attenua, le Nazioni serie non rompono: diversificano. Taipei sta scoprendo che diversificare a 15.000 chilometri dal proprio garante è quasi impossibile. Roma è in posizione assai migliore. Il punto è non sprecarla.
Fonti
- ANSA — Trump: «Non voglio che Taiwan dichiari l’indipendenza e si scateni una guerra»
- Open — L’avvertimento del presidente USA su Taiwan e la replica di Taipei
- Sky TG24 — Trump apre a Xi: «Taiwan non dichiari l’indipendenza»
- Il Fatto Quotidiano — Trump torna con gli accordi, Xi parla da co-superpotenza
- Il Fatto Quotidiano — Dopo l’incontro con Xi, Trump molla Taiwan
- Fortune Italia — Vertice Trump-Xi a Pechino: tensioni su Taiwan
- Il Sole 24 Ore — Trump: «Difenderemo Taiwan se attaccata? Lo so solo io»
- Euronews — Trump contrario all’indipendenza di Taiwan, dura risposta di Taipei
- Il Politico Web — Trump parla alla Nazione, ma il discorso è per l’Europa
- Il Politico Web — Meloni riceve Rubio: dialogo franco tra alleati
- Il Politico Web — Il tradimento di Trump: dalla speranza sovranista all’asse con Netanyahu
- Il Politico Web — Trump a Pechino con diciotto capitani d’industria

