Donald Trump è atterrato a Pechino il 13 maggio per la prima visita di Stato di un presidente americano in Cina dal novembre 2017. La cornice ufficiale parla di tregua commerciale, dossier iraniano, terre rare e Taiwan. Ma il vero documento politico della missione è la lista passeggeri dell’Air Force One: diciotto amministratori delegati delle principali aziende statunitensi, distribuiti tra tecnologia di consumo, semiconduttori, aerospazio, finanza, pagamenti digitali, agroalimentare e biotecnologie.
Nove anni fa, alla prima visita di Stato di Trump nella capitale cinese, i dirigenti al seguito erano ventinove e l’obiettivo era costruire l’immagine del grande accordo commerciale. Oggi il numero si è ridotto di un terzo e la natura della missione è cambiata: non più cerimoniale, ma operativa. Ogni nome corrisponde a un dossier regolatorio bloccato nei ministeri cinesi, a una licenza in attesa, a un ordine di acquisto da sbloccare. La delegazione, scrive Reuters, è ridotta anche per via delle divisioni interne all’amministrazione sulla politica economica verso Pechino e delle aspettative limitate per il vertice.
Chi va con Trump in Cina: la lista completa dei diciotto CEO
Il gruppo iniziale comunicato dalla Casa Bianca lunedì 11 maggio comprendeva diciassette nomi. Il diciottesimo, decisivo, è stato aggiunto in volo mercoledì con uno scalo in Alaska.
Tecnologia di consumo e hardware: Tim Cook (Apple), Elon Musk (Tesla e SpaceX), Cristiano Amon (Qualcomm), Sanjay Mehrotra (Micron Technology), Jim Anderson (Coherent), Jensen Huang (Nvidia, aggiunto in extremis).
Aerospazio: Kelly Ortberg (Boeing), H. Lawrence Culp Jr. (GE Aerospace).
Finanza: Larry Fink (BlackRock), Stephen Schwarzman (Blackstone), Jane Fraser (Citigroup), David Solomon (Goldman Sachs).
Pagamenti digitali: Michael Miebach (Mastercard), Ryan McInerney (Visa).
Advertising e social: Dina Powell McCormick (Meta Platforms, vicepresidente).
Agroalimentare: Brian Sikes (Cargill).
Biotecnologie: Jacob Thaysen (Illumina).
Chuck Robbins (Cisco Systems) figurava nella lista iniziale ma ha rinunciato per la pubblicazione dei conti trimestrali dell’azienda. Assenti rilevanti dal gruppo: Andy Jassy di Amazon, i vertici di Alphabet, General Motors, Disney ed ExxonMobil — tutte realtà con interessi cinesi significativi che non hanno trovato spazio nella selezione presidenziale.
Il caso Huang: l’assenza diventata presenza in extremis
La storia più interessante della delegazione è quella di chi inizialmente non doveva esserci. Nella lista ufficiale diffusa lunedì, il nome di Jensen Huang, amministratore delegato di Nvidia, mancava. L’azienda californiana ha superato i cinquemila miliardi di dollari di capitalizzazione ed è oggi il principale produttore mondiale dei chip che alimentano l’intelligenza artificiale generativa. La sua esclusione iniziale era stata letta come un segnale strategico: Washington considera i semiconduttori avanzati una materia di sicurezza nazionale, non una merce ordinaria. Il chip H200 di Nvidia attende ancora la doppia autorizzazione di Washington e Pechino per essere esportato sul mercato cinese; finché quel via libera non arriva, una presenza di Huang al vertice avrebbe avuto poco senso operativo e avrebbe rischiato di complicare i negoziati.
Mercoledì 13 maggio la sceneggiatura è cambiata. Trump ha fatto fermare l’Air Force One in Alaska per imbarcare Huang, rivendicando la decisione su Truth Social: “Chiederò al presidente Xi, un leader di straordinaria distinzione, di ‘aprire’ la Cina perché queste persone brillanti possano fare la loro magia”. Una mossa che trasforma l’assenza programmata in una concessione tattica, mantenendo Nvidia come moneta di scambio ad alta densità negoziale. Il dossier dei chip per intelligenza artificiale rientra così al tavolo, ma alle condizioni di Washington.
Cosa rappresenta ogni settore della delegazione
La densità della delegazione è il messaggio politico in sé. Dentro ci sono Wall Street, Big Tech, aerospazio, biotecnologie, pagamenti digitali e catene di fornitura globali: tutti settori che, malgrado anni di dazi, restrizioni e retorica sul disaccoppiamento, restano profondamente intrecciati con il mercato cinese.
Apple realizza in Cina oltre il venti per cento dell’utile operativo globale: nel 2025 ha registrato nell’area Cina continentale, Hong Kong e Taiwan oltre sessantaquattro miliardi di dollari di vendite. La diversificazione produttiva verso India e Vietnam procede, ma il Guangdong, lo Jiangsu e l’Henan restano il cuore industriale di Cupertino. Qualcomm ha fatto nell’anno fiscale 2025 oltre venti miliardi di dollari di ricavi attribuiti a Cina e Hong Kong, quasi la metà del fatturato complessivo. Micron opera in Cina in condizioni deteriorate dal 2023, quando Pechino ha vietato l’uso dei suoi chip nelle infrastrutture critiche per ragioni di sicurezza, e cerca un canale di rientro.
Boeing è il nome più atteso dal punto di vista degli ordini immediati: sul tavolo ci sarebbero circa cinquecento 737 MAX e decine di widebody, il primo grande ordine cinese dal 2017. Per un’azienda che ha attraversato anni difficilissimi tra crisi industriali e tensioni commerciali, sarebbe un’ancora di salvezza industriale e finanziaria. GE Aerospace segue con logica complementare: i motori che equipaggiano i 737 MAX sono in parte sue, e un grande ordine aeronautico è anche un grande ordine di propulsori.
Musk incarna la contraddizione più visibile: la Gigafactory di Shanghai è uno degli stabilimenti più produttivi di Tesla, mentre Starlink — la costellazione satellitare di SpaceX — è guardata con sospetto da Pechino per ragioni militari. Cargill rimette al centro il dossier agricolo che fu il cuore dell’accordo di “fase uno” del gennaio 2020: quando Trump chiede a Xi più acquisti agricoli, parla agli agricoltori del Midwest e ai grandi gruppi che quelle merci le trasformano. Meta non opera direttamente in Cina, ma secondo un’inchiesta Reuters il business pubblicitario legato ad inserzionisti cinesi le avrebbe portato oltre diciotto miliardi di dollari nel 2024.
La finanza è rappresentata dai quattro nomi che controllano la maggior parte del capitale di rischio occidentale: BlackRock, Blackstone, Citigroup e Goldman Sachs. Mastercard e Visa cercano da anni le licenze domestiche per operare nei pagamenti interni cinesi in yuan. Illumina, nel sequenziamento genomico, difende una quota di mercato che vale oggi circa duecentoquaranta milioni di dollari ma che potrebbe espandersi nel segmento biotech cinese, stimato fino a 1.800 miliardi di yuan entro il 2030.
La geopolitica come trattativa commerciale: il modello Trump e i suoi limiti
La composizione della delegazione conferma una linea che Trump ha esplicitato fin dal suo primo libro: la politica internazionale è un negoziato il cui obiettivo finale è il guadagno economico, le alleanze sono accordi commerciali tra Stati, la guerra è lo strumento da usare quando le minacce verbali esauriscono la loro capacità di pressione. Una visione che molti analisti hanno sempre liquidato come ostile a qualsiasi idealismo e pericolosa nel suo eccesso di semplificazione. Eppure è una visione che funziona, almeno con interlocutori che parlano la stessa lingua.
La Cina è uno di questi. Xi Jinping può presentare ogni intesa come riconoscimento della statura cinese e Trump può rivendicare un rapporto personale utile a sbloccare dossier fermi. Il negoziato funziona perché entrambe le parti accettano la grammatica del pragmatismo. Lo stesso schema fallisce con Vladimir Putin, che ragiona in termini di riparazione storica per la sfera d’influenza russa perduta nel 1991, e con la Repubblica Islamica iraniana, retta da una classe dirigente per cui la resistenza all’Occidente è imperativo identitario prima ancora che teologico. In quei due fronti Trump ha trascorso mesi a cercare il “prezzo giusto” senza capire che non esiste.
Con Pechino il campo di gioco è comune: l’interesse economico e la corsa al primato mondiale. Per Washington qualche partita potrebbe rivelarsi più facile da vincere — la soia, gli aerei, un allentamento dei dazi sui prodotti di largo consumo. Altre, più grandi e più difficili, restano aperte: la leadership nell’intelligenza artificiale e nei semiconduttori, gli standard tecnologici globali, l’influenza nel Sud globale.
Cosa aspettarsi dal vertice
Gli osservatori non si attendono svolte storiche, ma accordi pragmatici e risultati immediati. Sul tavolo: l’estensione della tregua commerciale concordata a ottobre 2025, nuovi acquisti cinesi di prodotti agricoli e aerei Boeing, stabilità delle forniture di terre rare, una maggiore cooperazione sui controlli al traffico di precursori del fentanyl. Il dossier iraniano è entrato nel viaggio perché la crisi dello Stretto di Hormuz incide direttamente sulla sicurezza energetica asiatica: Washington spera che Pechino usi la propria influenza su Teheran per favorire un accordo, ma la Cina attribuisce la responsabilità del conflitto a Stati Uniti e Israele e respinge le sanzioni americane.
Trump arriva al vertice con la mano negoziale indebolita. I tribunali federali hanno limitato la sua capacità di imporre dazi unilaterali; la guerra in Iran ha aumentato le pressioni inflazionistiche interne; le elezioni di midterm di novembre minacciano la maggioranza repubblicana. Xi, al contrario, non affronta pressioni politiche o economiche paragonabili. Per Pechino, mantenere lo status quo del compromesso commerciale è già un risultato. Per la Casa Bianca, ogni accordo immediato sui dossier presentati dai diciotto capi azienda sarà rivendicato come vittoria.
Fonti
CNBC — Trump invites Elon Musk, Tim Cook, Larry Fink and other CEOs to join China trip for Xi summit
Fox Business — Elon Musk, Tim Cook and others to travel to China with US delegation
CBS News — Elon Musk and other CEOs invited to be in Trump’s delegation to China
South China Morning Post — Trump heads to China with Musk, Cook and top CEOs for Xi talks
Bloomberg — Musk, Cook Among CEOs Joining Trump for Xi Summit
Il Foglio — Tutti gli affari americani dietro il vertice di Trump e Xi a Pechino
Formiche — Trump vola a Pechino con Wall Street, ma lascia a casa Nvidia. Ecco perché
Reuters via Internazionale — Nvidia CEO joins Trump’s thorny trade mission to China
AGI — Da Musk a Cook: i top manager in Cina con Trump. Manca Huang
TGCom24 — Trump in Cina con 17 Ceo e la geopolitica come business
Euronews — Trump in Cina dopo 9 anni. Perché è importante anche per la sicurezza dell’Italia
Borsa e Finanza — Il paradosso Trump: prima la guerra dei dazi, ora cerca un’intesa bilaterale con Pechino

