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Europa

Lefebvriani, è scisma: quattro vescovi consacrati a Écône contro la volontà di Leone XIV

Antonio Antipari

La Fraternità San Pio X consacra quattro nuovi vescovi senza il mandato di Leone XIV: scatta la scomunica automatica. Ma dietro lo strappo resta la ferita mai rimarginata del Concilio Vaticano II — e stavolta a subirlo è il pontefice più lontano dalla Tradizione.

Riassunto dell'articolo

Il 1° luglio 2026, nel seminario di Écône (Svizzera), la Fraternità Sacerdotale San Pio X ha consacrato quattro nuovi vescovi senza mandato pontificio, provocando la scomunica automatica e un nuovo scisma con la Chiesa cattolica. È il secondo strappo dopo quello del 1988, quando fu il fondatore Marcel Lefebvre a consacrare quattro vescovi senza autorizzazione. I lefebvriani rifiutano parte delle riforme del Concilio Vaticano II — liturgia in lingua volgare, libertà religiosa, ecumenismo — in nome della Tradizione. Leone XIV aveva chiesto invano di fermarsi. Dietro la vicenda resta irrisolta l'interpretazione del Concilio, nodo che due pontefici avevano tentato di sciogliere senza riuscirci.

Lo scisma dei lefebvriani è tornato a consumarsi nel luogo esatto in cui era nato trentotto anni fa. La mattina del 1° luglio 2026, nel seminario svizzero di Écône, la Fraternità Sacerdotale San Pio X ha consacrato quattro nuovi vescovi senza il mandato di Roma, ignorando l’appello che Leone XIV aveva rivolto pochi giorni prima al superiore generale, don Davide Pagliarani.

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Il gesto ha una conseguenza canonica immediata e automatica: la scomunica dei lefebvriani nella forma della latae sententiae, che colpisce sia i consacranti sia i consacrati, e con essa la rottura formale con la Chiesa cattolica. «Tornate sui vostri passi», aveva scritto il Pontefice, definendo la lacerazione della «Tunica inconsutile di Cristo» un peccato di estrema gravità. Non è bastato.

Chi sono i lefebvriani e cosa vogliono

Per capire chi sono i lefebvriani occorre risalire a monsignor Marcel Lefebvre, sacerdote francese della Congregazione dello Spirito Santo, missionario in Gabon e poi vescovo in Senegal. Fu tra i più fermi oppositori del Concilio Vaticano II, che a suo giudizio aveva introdotto una frattura con la fede di sempre.
Nel 1970 fondò la Fraternità San Pio X, destinata a diventare il principale punto di raccolta del tradizionalismo cattolico. Oggi la Fraternità conta oltre settecento sacerdoti, centinaia di chiese in cinque continenti e circa mezzo milione di fedeli: una realtà minoritaria ma tutt’altro che marginale.

Cosa vogliono i lefebvriani è presto detto, ed è rimasto identico per mezzo secolo. Rifiutano la riforma liturgica del 1969 e la messa in lingua volgare, che considerano un impoverimento del rito antico; contestano la dichiarazione sulla libertà religiosa (Dignitatis Humanae); respingono l’ecumenismo e il dialogo interreligioso di Nostra Aetate. In una parola, chiedono che la Chiesa torni a quella che chiamano la «Roma eterna», anteriore alle aperture conciliari.

Il precedente del 1988 e la lunga altalena con Roma

Non è il primo strappo. Il 30 giugno 1988 fu lo stesso Lefebvre a consacrare quattro vescovi senza autorizzazione, insieme al brasiliano Antônio de Castro Mayer. Giovanni Paolo II rispose con la scomunica, qualificando l’atto come scismatico.
Da allora i rapporti hanno oscillato senza sosta. Benedetto XVI tese la mano con il motu proprio Summorum Pontificum del 2007, che liberalizzava la messa preconciliare, e nel 2009 revocò le scomuniche del 1988. Il gesto fu offuscato dalle tesi negazioniste sull’Olocausto di uno dei quattro vescovi, Richard Williamson, poi espulso dalla Fraternità e morto lo scorso anno: un caso che pesò sulla diplomazia vaticana e da cui la stessa Fraternità ha sempre preso le distanze.

Papa Francesco mantenne un atteggiamento di apertura, ma nel 2019 soppresse la commissione Ecclesia Dei, affidando l’intero dossier al Dicastero per la Dottrina della Fede. La trattativa, di fatto, si arenò.

«Operazione Sopravvivenza 2»: perché lo scisma arriva adesso

La ragione immediata dello strappo è quasi contabile. Dei quattro vescovi consacrati nel 1988 ne restano due, entrambi avanti con l’età: lo svizzero Bernard Fellay e lo spagnolo Alfonso de Galarreta. Senza nuovi vescovi, la Fraternità non potrebbe più ordinare sacerdoti né amministrare le cresime: rischierebbe l’estinzione.
Da qui il nome interno dell’operazione, «Sopravvivenza 2», che riecheggia la stessa logica di necessità invocata da Lefebvre nel 1988. I quattro prescelti sono don Pascal Schreiber, svizzero; don Michael Goldade, statunitense; don Michel Poinsinet de Sivry e don Marc Hanappier, entrambi francesi.

Alla vigilia, la Fraternità aveva diffuso una «Professione di fede cattolica» e una lettera al Papa e ai cardinali, ribadendo la volontà di restare cattolica e sottomessa al Pontefice, ma alla sola condizione della fedeltà alla Tradizione. Il prefetto Víctor Manuel Fernández aveva già avvertito: senza mandato, le ordinazioni sarebbero state un atto scismatico. Così è stato.

La ferita del Concilio che Roma non ha mai chiuso

Qui finisce la cronaca e comincia la domanda vera. Perché una frattura aperta nel 1988 non si è mai richiusa, nonostante due pontefici l’abbiano attivamente cercata?
La risposta non sta nel latino della messa, che è il simbolo più visibile ma non la sostanza. Sta nell’interpretazione del Concilio Vaticano II. Da sessant’anni convivono nella Chiesa due letture inconciliabili: quella della rottura, che vede nel Concilio un nuovo inizio, e quella della continuità, che Benedetto XVI tentò di codificare nell’«ermeneutica della riforma» senza mai imporla del tutto.

I lefebvriani sono la punta più intransigente di questa seconda lettura, portata alle conseguenze ultime. La loro esistenza è scomoda perché pone una questione che Roma ha sempre gestito e mai sciolto: cosa, del patrimonio precedente, sia stato riformato e cosa sia stato semplicemente abbandonato. La scomunica è una risposta canonica; la domanda dottrinale resta intatta.

Il paradosso di uno scisma sotto il Papa delle periferie

C’è un’ultima ironia, ed è la più eloquente. Lo strappo definitivo con l’ala tradizionalista si consuma sotto il pontificato di Leone XIV, cioè di Robert Prevost: il Papa formatosi nel cattolicesimo nordamericano più attento al sociale, erede di una sensibilità che con la Tradizione lefebvriana ha poco da spartire. È un pontefice che i fedeli legati al rito antico avevano osservato con inquietudine fin dall’elezione, temendo la conferma della linea restrittiva di Traditionis Custodes.
Il mondo conservatore cattolico europeo osserva la scena con disagio. Non può benedire uno scisma, perché la disobbedienza al Pontefice resta una linea invalicabile; ma non può nemmeno liquidare come fanatismo la fedeltà di mezzo milione di persone a una liturgia e a una dottrina che la Chiesa stessa ha custodito per secoli.

Restano così sospese tre domande, e forse è giusto che lo restino. Se i lefebvriani abbiano ragione nel merito. Se questo scisma fosse davvero inevitabile. E se Roma, in quarant’anni, abbia mai voluto sul serio rispondere alla questione della Tradizione, o si sia limitata a rimandarla. Écône, oggi, è la misura esatta di quel rinvio.

Fonti

ANSA – Lefebvriani, consacrati i nuovi vescovi: è scisma
L’Espresso – Chi sono i lefebvriani e cosa vogliono
Sky TG24 – Chi sono i lefebvriani, le origini e come si è arrivati allo scisma
RSI – Lefebvriani, perché la scomunica sembra inevitabile

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Antonio Antipari
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