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USA

PREMIUM La Chiesa che Vance vuole zittire: da Chicago a Bologna, geografia di un cattolicesimo scomodo

Federico Galli

Quando JD Vance dice che "il Vaticano si attenga alle questioni morali", non sta facendo politica estera. Sta importando nella Chiesa cattolica una categoria che non le appartiene — e così facendo disarma proprio quel conservatorismo europeo che sarebbe il suo alleato naturale.

Riassunto dell'articolo

Il vicepresidente USA JD Vance, dopo l'attacco di Trump a Papa Leone XIV per la condanna della guerra in Iran, ha dichiarato che il Vaticano dovrebbe "attenersi alle questioni morali" lasciando al presidente americano la politica pubblica. L'articolo argomenta che Vance applica al cattolicesimo una categoria protestante-americana di religione come fatto privato, incompatibile con la tradizione cattolica europea. Il magistero sociale della Chiesa, da Rerum Novarum di Leone XIII a Caritas in Veritate di Benedetto XVI, ha sempre rivendicato il diritto-dovere di giudicare le strutture politiche ed economiche. La "Chiesa di Chicago" da cui proviene Robert Francis Prevost (formatosi alla Catholic Theological Union di Hyde Park, considerata progressista) ha un gemello italiano nella "Chiesa di Bologna" di Matteo Zuppi, erede della scuola di Lercaro e Dossetti. Entrambe sono criticabili dal conservatorismo cattolico europeo per derive orizzontaliste e per la persistente influenza della teologia della liberazione condannata da Wojtyla e Ratzinger. Ma queste critiche restano interne alla Chiesa. La posizione di Vance invece nega il magistero sociale stesso. Per questo Giorgia Meloni — e con lei l'intera destra cattolica italiana — ha difeso il Pontefice: non per progressismo, ma per principio cattolico romano. Vance, da convertito, mostra di non aver assimilato questa grammatica.

C’è una frase che brucia, nella lunga giornata di scontro tra Casa Bianca e Vaticano. Non è quella di Trump che chiama Leone XIV “debole sulla criminalità”, insulto da bar di provincia che si commenta da sé. È quella, apparentemente più sobria, pronunciata da JD Vance a Fox News: il Vaticano dovrebbe “attenersi alle questioni morali e lasciare che il presidente degli Stati Uniti si occupi di definire le politiche pubbliche americane”.
Detta da chiunque altro, sarebbe stata una sciocchezza qualunque. Detta da JD Vance — convertito adulto al cattolicesimo, riferimento intellettuale del MAGA cattolico, uomo che a Roma è venuto in pellegrinaggio e che molti di noi avevano considerato un possibile ponte tra Washington e una destra cristiana finalmente ricomposta — quella frase ha un peso diverso. Dice qualcosa di Vance, e dice qualcosa di un’intera cultura politica che si è illusa di parlare la stessa lingua di Roma e che invece, quando apre bocca sulle cose della fede, parla ancora la lingua dei coloni puritani del Massachusetts.

CREAZIONE SITI WEB
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L’attacco di Vance al Vaticano e la teologia che vuole espellere

Il pretesto è la guerra in Iran. Leone XIV ha denunciato il “delirio di onnipotenza” che alimenta i conflitti, ha definito “davvero inaccettabile” la minaccia di distruggere “un’intera civiltà”, ha ricordato dal Vangelo che Dio “non ascolta le preghiere di chi fa la guerra”. Trump si è scagliato contro il Pontefice con la consueta brutalità. Vance gli è andato dietro con maggiore eleganza formale e maggiore profondità di danno: la Chiesa parli di morale, lasci la policy al sovrano laico.
Chi ha studiato un poco di storia delle idee riconosce subito la melodia. È la voce di Roger Williams che fonda Providence sulla separazione assoluta tra church e state. È la Prima Emenda. È l’antica intuizione protestante per cui la religione abita la coscienza individuale, regola il rapporto tra l’anima e Dio, ma non ha titolo a parlare al polis. Salvezza personale di qua, commonwealth di là. Sono mondi separati, non comunicanti — e guai a confonderli.
È una posizione coerente, antica, rispettabile. È protestante. Non è cattolica. E non lo è mai stata.

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