La scintilla in diretta su La7
È il 3 agosto 2025, durante la trasmissione In Onda su La7 condotta da Marianna Aprile e Luca Telese. L’argomento è l’anniversario della strage di Bologna, ma la discussione prende una piega inaspettata quando Paolo Mieli decide di dire ciò che molti evitano: «In Italia, i reati commessi dalla destra diventano subito “reati fascisti”, mentre quelli commessi dai comunisti sono semplicemente “reati dei rossi”».
La denuncia di Mieli: il doppio standard
Mieli va dritto al cuore della questione: «Non esiste una targa, né una sentenza, che dica “qui i comunisti ammazzarono Aldo Moro”. Eppure tutti sappiamo che le Brigate Rosse erano un gruppo terroristico comunista. Se la logica è chiamare le cose con il loro nome, perché la sinistra rifiuta di farlo quando tocca ai propri estremisti?». Un colpo durissimo a quella narrazione che, per quarant’anni, ha distinto il terrorismo “nero” da quello “rosso” con due pesi e due misure.
Lo scontro con la Botteri
Giovanna Botteri prova a ribattere, sostenendo che le BR odiavano il PCI e colpivano anche esponenti comunisti. Ma Mieli non arretra e ricorda la battuta di Montanelli su Pol Pot: “Ha fatto ammazzare più comunisti di chiunque altro, ma resta un comunista”. Il messaggio è chiaro: l’odio interno alle fazioni non cancella l’ideologia di fondo.
L’ipocrisia della sinistra
Il punto, evidenziato da Mieli, è un vizio profondo della narrazione storica di sinistra: usare la memoria come un’arma selettiva. Quando l’estrema destra colpisce, l’etichetta “fascista” scatta in automatico, con un marchio infamante destinato a restare per sempre. Quando invece il sangue scorre per mano dei terroristi rossi, la matrice ideologica diventa sfumata, ambigua, attenuata. Questo atteggiamento non è solo un problema di lessico: è un attentato alla verità storica, perché educa intere generazioni a credere che la violenza di sinistra sia in qualche modo “diversa”, se non addirittura “giustificata”.
La memoria che serve solo a una parte
Quella di Mieli non è una provocazione, ma un atto di onestà intellettuale. Una richiesta di coerenza in un Paese che ha fatto della memoria selettiva una religione laica. Se si vuole parlare di “stragi fasciste”, allora si abbia il coraggio di parlare anche di “stragi comuniste” quando queste sono tali. Perché una memoria condivisa non può nascere sulla menzogna o sulla rimozione, e l’Italia ha bisogno di liberarsi da questa ipocrisia storica e culturale.

