Ventiquattro ore per prendere la costa
Il Mar Rosso è chiuso. Non per un annuncio, non per un missile lanciato da lontano: perché la costa è cambiata di mano. Tra il 10 e l’11 settembre 2026 gli Houthi hanno preso Mocha, poi Dhubab, poi l’isola di Perim. In ventiquattro ore le milizie di Sana’a hanno conquistato tutto il litorale yemenita sullo stretto di Bab el-Mandeb.
Le forze del governo yemenita, sostenute da Riad, si sono ritirate. La ritirata è stata disordinata: secondo diverse ricostruzioni i reparti in fuga sono stati bloccati da milizie rivali, anch’esse anti-Houthi ma fedeli agli Emirati. Sette anni di risultati ottenuti dalla coalizione saudita con l’operazione Freccia d’Oro sono stati cancellati in un fine settimana.
Gli Houthi avevano già mostrato di poter colpire le navi nel Mar Rosso. Lo avevano fatto a giugno, quando avevano chiuso Bab al-Mandab mentre Hormuz era già bloccato. Lo avevano fatto a luglio, colpendo due petroliere saudite e spingendo il greggio oltre i cento dollari. Ma sparare su uno stretto e possedere uno stretto sono due cose diverse.
Perim, tredici chilometri quadrati che valgono uno stretto
L’isola di Perim, che gli yemeniti chiamano Mayyun, sta esattamente nel punto più stretto di Bab el-Mandeb. Divide il passaggio in due canali di navigazione. Chi tiene Perim decide chi passa.
Da questo stretto transita ogni giorno circa il dodici per cento del commercio mondiale e poco meno del trenta per cento del traffico container. A giugno vi passava circa il sette per cento del petrolio mondiale. È la porta d’ingresso di Suez, cioè la rotta che collega l’Asia all’Europa.
Il portavoce degli Houthi, Mohammed Abdulsalam, ha detto che la navigazione resta libera per tutti tranne che per le compagnie saudite, colpite da embargo dal 20 luglio. È una rassicurazione che vale quanto la parola di chi la dà. Gli armatori non l’hanno presa sul serio: i noli delle grandi petroliere hanno toccato il massimo storico nella stessa settimana.
La trappola di Yanbu: la via di fuga saudita non esiste più
Qui sta il vero salto strategico, quello che la cronaca dell’avanzata non racconta. Dalla chiusura di Hormuz, l’Arabia Saudita aveva dirottato le sue esportazioni sul Mar Rosso. Il greggio del Golfo viaggiava lungo l’oleodotto Est-Ovest fino al porto di Yanbu, da dove le petroliere uscivano verso sud attraverso Bab el-Mandeb.
Era la via di fuga di Riad. Ora è una trappola. Giovedì alcuni proiettili hanno colpito le stazioni di pompaggio dell’oleodotto: secondo funzionari americani sarebbero stati droni partiti dall’Iraq. Aramco non ha confermato. Ma anche senza danni alla condotta, il problema resta: le petroliere che arrivano a Yanbu non hanno più un’uscita sicura.
I numeri sono già drammatici. La produzione saudita era scesa ad agosto a 6,24 milioni di barili al giorno da oltre dieci milioni. Le esportazioni, secondo stime di settore, sono ai livelli più bassi degli ultimi tredici anni. Per Teheran la logica è lineare: se il blocco di Hormuz perde efficacia perché Riad ha trovato un’alternativa, si chiude l’alternativa.
Le due telefonate di Bin Salman
Giovedì 10 settembre, mentre gli Houthi entravano a Mocha, il principe ereditario Mohammed bin Salman ha chiamato Donald Trump. Poi lo ha richiamato. Chiedeva attacchi americani diretti contro le milizie yemenite.
La risposta è stata no. Lo hanno riferito Axios e poi Reuters, citando funzionari americani. Washington non intende intraprendere azioni militari dirette contro gli Houthi, almeno per ora. Offre intelligence e supporto nella selezione dei bersagli. I bombardamenti, se qualcuno li farà, li farà Riad da sola.
E infatti la coalizione saudita ha avviato raid sulle roccaforti Houthi e ha attaccato Mocha. Ma è la stessa coalizione che nel 2015 partì per riconquistare lo Yemen in poche settimane e dopo undici anni ha appena perso la costa.
Perché Trump ha detto no
Il rifiuto non è un incidente. L’Arabia Saudita era entrata in guerra a fianco degli Stati Uniti a fine luglio, con i raid congiunti sulle milizie filo-iraniane in Iraq. Riad ha scelto Washington. Sei settimane dopo, Washington le dice di arrangiarsi sul fronte che per Riad conta di più.
Trump ha le sue ragioni interne. Il diesel negli Stati Uniti è al massimo storico. Una campagna aerea sullo Yemen, contro una milizia che ha resistito a dieci anni di bombardamenti sauditi, non ha una data di fine e ha un prezzo alla pompa. Il Presidente che ha aperto la guerra all’Iran il 28 febbraio non vuole aprirne una seconda a settembre.
Ma il segnale che arriva nel Golfo è un altro. La garanzia americana, quella per cui le monarchie comprano armi e ospitano basi da cinquant’anni, non copre più tutto. Gli Houthi lo sapevano prima di muoversi. Il Sanaa Center ricorda che la milizia tiene aperta anche l’opzione di un accordo diretto con Riad: adesso lo tratterebbe da posizione di forza, con l’isola in mano.
Il greggio sopra i cento dollari
Il Brent ha chiuso la settimana a 104 dollari, dopo aver toccato i 107-108. È la prima settimana sopra i cento dalla metà di maggio. I mercati hanno reagito prima delle conferme ufficiali, perché la paura non è più quella di un attacco: è quella della mancanza fisica di barili.
Con Hormuz e Bab el-Mandeb compromessi insieme, circa un terzo delle forniture mondiali di gas e petrolio passa per acque controllate da Teheran o dai suoi alleati. Tutto il traffico tra Europa e Asia torna a circumnavigare l’Africa: dieci-quattordici giorni in più per viaggio, con noli, assicurazioni e carburante che salgono di conseguenza.
Suez, noli e bollette: il conto per l’Italia
L’Italia dipende dal Canale di Suez per circa il quaranta per cento del proprio interscambio. Già tra fine 2023 e 2024 i transiti giornalieri erano crollati da settantacinque a una trentina di navi. Ora la situazione è peggiore, perché non c’è più una milizia che minaccia lo stretto: c’è una milizia che lo possiede.
Il conto arriva su tre voci. I carburanti, con il greggio stabilmente sopra i cento dollari. I noli marittimi, che colpiscono tutta la manifattura che importa componenti dall’Asia. E le bollette, perché l’inverno 2026 si presenta con gli stoccaggi europei ai minimi da cinque anni e con il gas del Qatar che non tornerà per anni.
Roma ha partecipato alla missione europea Aspides, che scortava i mercantili nel Mar Rosso. Scortare navi contro i droni è una cosa. Scortarle davanti a un’isola presidiata da chi controlla i due canali di passaggio è un’altra. La Nazione che sta al centro del Mediterraneo scopre che la sua rotta commerciale principale dipende da chi tiene un’isola di tredici chilometri quadrati.
Un negoziato a Salalah, ma su Hormuz
Lunedì 14 settembre i ministri degli Esteri del Golfo incontreranno a Salalah, in Oman, il loro omologo iraniano. Sul tavolo c’è un accordo temporaneo per gestire il traffico a Hormuz. Non Bab el-Mandeb.
Gli Houthi non siedono a quel tavolo. Teheran li rappresenta, e li rappresenta con un’isola in più rispetto a una settimana fa. È la deterrenza del caos: se i porti iraniani sono chiusi, nessun porto del Golfo funziona davvero. Mentre l’inviato ONU Grundberg riferisce che i combattimenti si allargano a Marib, Al-Jawf e Al-Bayda, il primo negoziato utile rischia di consegnare a chi ha appena chiuso il Mar Rosso il diritto di riaprirlo a pagamento.
Fonti
- ANSA — Gli Houthi avanzano, “il Mar Rosso è nostro”. Riad attacca Mocha
- Reuters / Detroit News — Yemen’s Houthis reach strategic island at mouth of vital shipping lane
- Il Messaggero — Houthi, assedio sul Mar Rosso: conquistate le isole strategiche
- Shipping Italy — Avanza la minaccia Houthi su Bab el-Mandeb e sui porti del Mar Rosso
- Daily Caller — Houthi territory gains threaten to choke off Saudi oil, as Trump refuses call for strikes
- Domani — Gli Houthi filo-iraniani straripano nel Mar Rosso. Gli USA voltano le spalle a Riad
- Scenari Economici — La morsa sul Mar Rosso si chiude: gli Houthi avanzano, il greggio vola

