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Geopolitica

L’Europa senza gas russo rischia l’inverno: e Bruxelles sanziona ancora

Federico Galli

Stoccaggi ai minimi da cinque anni, Germania sotto la metà, Houthi su Bab el-Mandeb e Hormuz a pedaggio. Mentre le rotte marittime si chiudono, l'Unione prepara nuove sanzioni su Lukoil. L'Italia, al 74 per cento, è l'eccezione che conferma il problema.

Riassunto dell'articolo

Al 28 luglio 2026 gli stoccaggi di gas UE sono al 55,6% (minimo da cinque anni), la Germania al 46,19%, l'Italia al 74,34%. Le importazioni europee di GNL sono ai minimi da 22 mesi mentre le due rotte marittime orientali sono compromesse: Hormuz opera a regime di pedaggio USA e dal 20 luglio gli Houthi hanno imposto un embargo navale a Bab el-Mandeb, colpendo il 23 luglio le petroliere saudite Encelia e Layla. Il 17 giugno è scaduta senza rinnovo la General License 134C dell'OFAC, chiudendo la serie di deroghe USA sul petrolio russo che Salvini aveva invocato ad aprile come modello per Bruxelles. L'UE risponde con un nuovo pacchetto di sanzioni (Lukoil, patriarca Kirill) osteggiato dalla Bulgaria, mentre il Regolamento 2026/261 ha vietato il gas russo (GNL dal 25 aprile, tubo dal 17 giugno). L'analisi ricostruisce l'architettura energetica euro-russa da Mattei alla Ostpolitik e sostiene che la rinuncia integrale alla rotta terrestre, mentre quelle marittime si chiudono, espone l'Europa a un inverno ad alto rischio; l'Italia, grazie alla diversificazione, è l'eccezione meglio posizionata.

Gli stoccaggi di gas verso l’inverno 2026-2027 raccontano una verità che a Bruxelles nessuno vuole pronunciare. I depositi europei sono fermi al 55,6 per cento, il livello più basso degli ultimi cinque anni in questa fase della stagione. Mancano all’appello 11 miliardi di metri cubi rispetto a un anno fa. E per rispettare l’obiettivo del 90 per cento tra ottobre e dicembre servirebbe un’immissione netta di 68 miliardi di metri cubi: un ritmo che il mercato, in queste condizioni, non sta garantendo.
Le condizioni, appunto. Le importazioni europee di gas naturale liquefatto sono scese a inizio luglio al minimo degli ultimi ventidue mesi. Non per mancanza di domanda: per mancanza di rotte. Lo Stretto di Hormuz funziona ormai a regime di pedaggio americano, come questa testata ha analizzato. E dal 20 luglio anche Bab el-Mandeb, la porta meridionale del Mar Rosso, è tornato zona di guerra. L’Europa entra nella stagione decisiva del riempimento con le due vie marittime orientali dell’energia compromesse nello stesso momento. È in questo scenario che l’Unione discute il ventesimo pacchetto di sanzioni contro Mosca.

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Germania al 46 per cento: il gigante che rischia il gelo

Il caso tedesco è il più grave. Al 28 luglio i depositi della Germania sono al 46,19 per cento, contro il 74,34 dell’Italia e la media europea del 55,6. Al primo luglio erano al 41 per cento, dieci punti sotto l’anno precedente: il livello più basso dal 2022, l’anno della crisi.
La ragione è strutturale, non congiunturale. Il differenziale tra prezzo estivo e prezzo invernale, che di norma spinge gli operatori ad acquistare gas d’estate per rivenderlo d’inverno, si è azzerato: con i mari chiusi conviene vendere subito, non stoccare. Il risultato è che il meccanismo di mercato su cui Berlino ha costruito la propria sicurezza energetica dopo il divorzio da Mosca ha smesso di funzionare proprio quando serviva.
Le previsioni degli operatori indicano un possibile 76 per cento di riempimento a novembre. Sufficiente per un inverno mite. Insufficiente per un inverno rigido come quello del 2010: in quel caso i modelli calcolano un deficit fino a 9 terawattora al mese tra febbraio e marzo. Il colosso energetico Uniper ha avvertito da mesi che senza un’accelerazione la Germania rischia la carenza. E mentre il governo Merz rassicura, l’AfD tratta direttamente con Gazprom la riapertura del Nord Stream, occupando lo spazio politico che l’esecutivo lascia vuoto: un dossier che questa testata ha già documentato (L’AfD tratta con Gazprom la riapertura del Nord Stream).

Bab el-Mandeb dopo Hormuz: le due porte si chiudono insieme

Il 20 luglio gli Houthi hanno proclamato un embargo navale contro l’Arabia Saudita. Tre giorni dopo hanno colpito con missili balistici e droni due petroliere saudite, la Encelia e la Layla, nelle acque del Mar Rosso. Almeno nove navi hanno invertito la rotta a Bab el-Mandeb, lo stretto da cui transita il 12 per cento del commercio mondiale.
La novità non è l’attacco in sé: è la simultaneità. Da Hormuz passa un quinto del petrolio e del gas liquefatto mondiale, e da luglio le navi vi transitano solo alle condizioni imposte da Washington. Da Bab el-Mandeb passa la rotta di Suez, quella che collega l’Europa al gas del Qatar e dell’Asia. Con entrambi gli snodi in crisi, ogni metro cubo destinato ai rigassificatori europei costa di più, arriva più tardi o non arriva affatto. Per l’Italia il punto è noto: quasi metà del gas naturale liquefatto importato arriva dal Qatar, e la crisi di Ras Laffan ha già dimostrato quanto quella dipendenza pesi.

Washington chiude il finestrino: la fine delle licenze OFAC

C’è una data che certifica il cambio di fase, ed è passata quasi sotto silenzio: il 17 giugno. Quel giorno è scaduta la General License 134C del Tesoro americano, l’ultima di una serie di deroghe che da marzo autorizzavano il completamento delle consegne di petrolio russo già caricato sulle navi. Washington non l’ha rinnovata. La serie di licenze temporanee, iniziata a marzo con l’esenzione per l’India e proseguita di proroga in proroga, è finita.
Ad aprile, dal palco di Piazza Duomo, Matteo Salvini aveva indicato proprio quelle licenze come la prova che l’America stava riaprendo e che Bruxelles avrebbe dovuto seguirla. Questa testata aveva definito quella finestra breve e non strutturale. È andata esattamente così: gli Stati Uniti hanno usato le deroghe finché servivano a calmierare i prezzi durante la crisi di Hormuz, poi le hanno chiuse. La lezione politica è limpida. Washington gestisce le sanzioni come uno strumento flessibile al servizio dei propri interessi. L’Unione le gestisce come un dogma al servizio della propria ortodossia anti russa, colpa dei burocrati e dei baltici.

Bruxelles stringe mentre i mari si chiudono

La risposta dell’Unione alla doppia crisi marittima è infatti un nuovo giro di vite. Il pacchetto in discussione punta al colosso petrolifero Lukoil e, su spinta dei governi baltici, perfino al patriarca Kirill, capo della Chiesa ortodossa russa. La Bulgaria si è già opposta: la sua unica raffineria è di proprietà Lukoil, e colpirla significa colpire Sofia prima che Mosca. Sulle sanzioni al patriarca, l’obiezione ricalca quella che nel 2022 venne dall’Ungheria.
Intanto il Regolamento 2026/261 ha reso giuridicamente vincolante il divieto di importare gas russo: dal 25 aprile per il gas naturale liquefatto, dal 17 giugno per il gas via tubo. La tempistica parla da sola. L’Unione si è tolta per legge l’opzione terrestre nello stesso semestre in cui le opzioni marittime venivano compromesse dagli Houthi e messe a pedaggio da Washington. Il 16 luglio Salvini ha quantificato in 40 miliardi di euro il danno delle sanzioni per le imprese italiane, ricordando che Francia e Spagna il gas russo hanno continuato a comprarlo: un intervento che questa testata ha analizzato nel dettaglio.

Da Mattei alla Ostpolitik: quando l’Europa trattava da pari

Vale la pena ricordare come si era arrivati all’architettura che il 2022 ha demolito. Fu l’ENI di Enrico Mattei, alla fine degli anni Cinquanta, a rompere il cartello anglosassone trattando direttamente con Mosca il petrolio in cambio di tecnologia italiana. Furono i governi tedeschi della Ostpolitik, nei decenni successivi, a costruire i gasdotti che scambiavano tubi e capitale europei con il metano siberiano. Quella rete non era un favore alla Russia: era un’assicurazione per l’Europa. Energia via terra, contrattata direttamente, immune da stretti, pirati e flotte altrui.
Non è nostalgia, è geografia. Il continente europeo confina con la più grande riserva di gas del pianeta attraverso una rotta terrestre che nessun movimento armato può bloccare. Averla recisa per intero, senza distinguere tra la legittima difesa dell’Ucraina e l’autolesionismo energetico, ha consegnato l’approvvigionamento europeo a rotte marittime che l’Europa non controlla, presidiate da chi le taglieggia o da chi le chiude.

La geografia non si sanziona: il dato italiano e la lezione per Bruxelles

In questo quadro l’Italia è l’eccezione virtuosa: 74,34 per cento di riempimento, primo tra i grandi consumatori europei, frutto della diversificazione costruita dal governo tra Algeria, rigassificatori e stoccaggio strategico. È la dimostrazione che una politica energetica nazionale seria produce risultati anche dentro vincoli sfavorevoli. Ma è una coperta corta: se la Germania entra in crisi a gennaio, i prezzi salgono per tutti, e il mercato unico dell’energia trasmette il contagio anche a chi ha fatto i compiti.
La domanda politica dell’autunno sarà dunque una sola. Se Washington modula le proprie sanzioni in base ai prezzi, se Francia e Spagna comprano gas russo senza conseguenze, se la Bulgaria difende la propria raffineria e l’AfD tratta con Gazprom, per quale ragione l’Unione dovrebbe affrontare l’inverno più incerto dal 2022 aggiungendo divieti invece di riaprire un negoziato sulle forniture? Un’Europa che fosse davvero padrona di sé distinguerebbe il sostegno a Kiev dalla rinuncia unilaterale alla propria sicurezza energetica. Quella di oggi, invece, si prepara al freddo sanzionando. E il conto, a febbraio, non lo pagherà Bruxelles: lo pagheranno le famiglie e le imprese della Nazione e del continente.

Fonti

ANSA – Le scorte di gas superano il 74% in Italia, UE 55% e Germania 46%
MeteoWeb – Gas, Europa al minimo da cinque anni: stoccaggi in ritardo verso l’inverno
Internazionale – Le riserve di gas europee sono mezze vuote
ANSA – Houthi: attaccate due petroliere saudite che hanno violato il blocco navale
Il Post – Gli Houthi hanno colpito due petroliere saudite nel Mar Rosso
Steptoe – Sanctions Update, 22 giugno 2026: mancato rinnovo della GL 134C
Baker McKenzie – OFAC General License 134C
CNSD – Regolamento UE 2026/261, divieto di importazione del gas russo
ANSA – Salvini alle imprese italiane in Russia: le sanzioni non fermano la guerra
Il Politico Web – Sanzioni Russia, Salvini: 40 miliardi persi dall’Italia
Il Politico Web – Salvini rompe il tabù: seguire Washington sul gas russo
Il Politico Web – L’AfD tratta con Gazprom la riapertura del Nord Stream
Il Politico Web – Trump trasforma Hormuz in un casello
Il Politico Web – Il gas del Qatar non tornerà per anni

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