155 Visualizzazioni
Geopolitica

Hormuz non bastava: gli Houthi chiudono anche Bab al-Mandab, e il Mediterraneo finisce nella morsa

Redazione - Il Politico

Con il blocco navale annunciato dai miliziani yemeniti si apre il secondo collo di bottiglia marittimo: a est resta sigillato lo Stretto di Hormuz, a ovest si chiude la porta del Mar Rosso. E in mezzo c'è l'Italia.

Riassunto dell'articolo

Il 7 e l'8 giugno 2026 i miliziani Houthi dello Yemen sono entrati direttamente nella guerra tra Iran e Israele, annunciando un blocco navale contro le navi israeliane nello stretto di Bab al-Mandab, all'imbocco meridionale del Mar Rosso. Si apre così un secondo collo di bottiglia marittimo, mentre lo Stretto di Hormuz resta chiuso da oltre tre mesi sul versante orientale. L'Italia, che dipende dal Canale di Suez per circa il quaranta per cento del proprio interscambio e dal Golfo per energia e gas, si ritrova stretta tra le due rotte. L'articolo sostiene che la risposta non possa essere diplomatica ma di sovranità concreta: diversificazione degli approvvigionamenti, autonomia energetica e nucleare, e una postura strategica nel Mediterraneo.

Gli Houthi entrano nella guerra

La ripresa degli scontri tra Iran e Israele ha aperto un nuovo fronte, e questa volta è marittimo. I miliziani Houthi dello Yemen hanno rivendicato un attacco missilistico contro Israele e annunciato un blocco navale completo contro le imbarcazioni israeliane nel Mar Rosso, nello stretto di Bab al-Mandab.
La formula usata è netta: rispondere all’escalation con l’escalation. È l’ingresso diretto della milizia filo-iraniana in un conflitto che, dopo oltre cento giorni e una tregua durata appena due mesi, è tornato a infiammarsi.
Mentre Teheran annunciava la cessazione delle proprie operazioni, i Pasdaran lasciavano intendere il contrario: prepararsi a un conflitto lungo. Il blocco dello stretto è la traduzione operativa di quella minaccia.

CREAZIONE SITI WEB
CREAZIONE SITI WEB

Cos’è Bab al-Mandab e perché conta

Lo stretto di Bab al-Mandab è un corridoio largo poco più di trenta chilometri, incastonato tra lo Yemen e le coste africane di Gibuti ed Eritrea. Collega il Mar Rosso al Golfo di Aden e, da lì, all’Oceano Indiano.
Il suo nome arabo significa “Porta delle Lacrime”. È la soglia meridionale della rotta che, attraverso il Canale di Suez, unisce l’Asia al Mediterraneo.
I numeri spiegano perché conta. Da quel passaggio transita circa il dodici per cento del petrolio trasportato via mare nel mondo. Chi controlla Bab al-Mandab controlla l’accesso a Suez. E chi controlla Suez tiene una mano sul commercio europeo.

Hormuz a est, Bab al-Mandab a ovest: la tenaglia

Fin qui la guerra aveva avuto un solo collo di bottiglia: lo Stretto di Hormuz, sigillato da oltre tre mesi, da cui passa circa un quinto del petrolio mondiale e gran parte del gas naturale liquefatto diretto in Europa.
Adesso se ne apre un secondo, sul versante opposto. A est Hormuz strozza l’uscita dal Golfo Persico. A ovest Bab al-Mandab strozza l’ingresso nel Mar Rosso.
Per la prima volta in questo conflitto le due porte sono chiuse insieme. E la Nazione che si trova esattamente in mezzo a questa tenaglia, distesa al centro del Mediterraneo, è l’Italia.

Perché stavolta il conto passa da Suez

Il Mar Rosso non è terra incognita. Dalla fine del 2023 gli attacchi degli Houthi alle navi mercantili avevano già piegato il traffico di Suez.
I transiti giornalieri erano crollati da circa settantacinque navi a una trentina. Oltre quattrocento imbarcazioni avevano dirottato la rotta circumnavigando l’Africa, allungando i tempi e moltiplicando i costi di nolo e assicurazione.
Per l’Italia la posta è altissima. Dal Canale di Suez passa circa il quaranta per cento del nostro interscambio commerciale. Ogni nave costretta a doppiare il Capo di Buona Speranza è una merce che arriva più tardi e costa di più: un dazio occulto su ogni prodotto importato ed esportato.
Quando i porti del Mediterraneo perdono centralità, a perdere non è un’astrazione geografica. Sono Gioia Tauro, Trieste, Genova. È il lavoro che vi ruota attorno.

Le rotte che non controlliamo

La lezione di Bab al-Mandab è semplice e scomoda. La prosperità della Nazione poggia su rotte che altri possono chiudere a comando.
L’energia entra da est, attraverso un Golfo che non governiamo. Le merci entrano da sud, attraverso un Mar Rosso presidiato da una milizia. Basta un annuncio per spostare l’ago della nostra bolletta e dei nostri scaffali.
La risposta non è l’appello. È la sovranità intesa come capacità concreta: diversificare gli approvvigionamenti, riconquistare autonomia energetica — il nucleare resta la via più seria e più rimossa — e tornare a pensare il Mediterraneo come spazio strategico da presidiare, non come frontiera da subire.
L’Europa, come civiltà di Nazioni affacciate sullo stesso mare, avrebbe il peso per farlo. Finora ha prodotto comunicati. La differenza tra una potenza e una comparsa sta tutta qui: nella capacità di tenere aperte le proprie rotte senza chiedere permesso.

Fonti

Tag: , , ,
Scritto da
Redazione - Il Politico
Sostieni il giornalismo indipendente
Il tuo contributo ci permette di continuare a informarti liberamente

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Per rimanere aggiornato/a iscriviti al nostro canale WhatsApp
Iscriviti al Canale