L’ingresso dell’Arabia Saudita nella guerra contro l’Iran non è più un’ipotesi da ricostruire con le fonti anonime. Nella notte tra il 28 e il 29 luglio i caccia sauditi hanno volato in missione congiunta con quelli americani contro le milizie filo-iraniane in Iraq, e per la prima volta il ministero della Difesa di Riad ha rivendicato l’operazione. È il fatto politico della settimana, molto più della tregua saltata per l’ennesima volta. Una monarchia che per cinque mesi aveva coltivato l’ambiguità come dottrina esce allo scoperto. E la data non è casuale.
La notte che ha rotto l’ambiguità
La sequenza è compressa in poche ore. Martedì sera, alle 23:45 italiane, i Pasdaran lanciano missili balistici contro una base americana in Giordania, in quello che il Centcom definisce un tentativo di attacco a sorpresa. I missili vengono intercettati, cinque abbattuti dalle difese giordane. La risposta arriva prima dell’alba: aerei da guerra statunitensi e sauditi colpiscono siti logistici e depositi di armi nell’Iraq orientale, riconducibili a gruppi che Washington accusa di agire su mandato delle Guardie della Rivoluzione. Il Centcom parla di risposta a oltre trenta attacchi con droni orchestrati dai Pasdaran nelle ultime settantadue ore contro forze americane e infrastrutture energetiche saudite.
Il bilancio lo forniscono le stesse Forze di Mobilitazione Popolare, la galassia di ex paramilitari integrata nell’esercito iracheno: almeno venti morti e trentadue feriti in sette province. Nelle stesse ore le Guardie della Rivoluzione annunciano di aver colpito tre petroliere che tentavano di attraversare lo Stretto di Hormuz lungo una rotta definita illegale. Il greggio riparte: il Wti sale del 3,5 per cento sopra gli 82 dollari, il Brent sfiora gli 85. Tutto questo mentre a Washington Donald Trump riceve Benjamin Netanyahu per la prima volta dall’inizio della guerra.
Dalla guerra ombra alla rivendicazione
Il salto non sta nei fatti militari, ma nella firma. L’Arabia Saudita aveva già colpito l’Iran: secondo le ricostruzioni di Reuters e del Wall Street Journal, a fine marzo Riad condusse numerosi bombardamenti in risposta ai droni iraniani sul proprio territorio. Ma non li riconobbe mai. La ragione era esplicita nel calcolo saudita: un ingresso ufficiale in guerra avrebbe esposto alla ritorsione iraniana le raffinerie e gli impianti di desalinizzazione della costa orientale, cioè il futuro economico del regno. Alla guerra ombra seguì anzi un’intesa riservata di riduzione delle ostilità, mentre i canali diplomatici con Teheran restavano aperti.
Oggi quella prudenza è archiviata. Il ministero della Difesa saudita conferma pubblicamente i raid contro le «milizie terroristiche fedeli all’Iran», precisando di non cercare l’allargamento del conflitto ma di voler rispondere a ogni aggressione. La formula è difensiva, la sostanza no: rivendicare un’operazione congiunta con Washington significa scegliere il campo, davanti a Teheran e davanti al mondo sunnita.
Il prezzo dell’uscita allo scoperto
Cosa è cambiato nel calcolo di Riad lo dice il calendario. Il 22 luglio, a Washington, il regno ha firmato con gli Stati Uniti l’intesa trentennale di cooperazione nucleare civile, costruita sulla Sezione 123 dell’Atomic Energy Act e innestata sul patto di difesa strategica siglato lo scorso novembre. Ne avevamo analizzato la doppia misura: la capacità di arricchimento che si nega all’Iran con i bombardieri viene concessa per contratto alla monarchia dirimpettaia. Una settimana dopo la firma, i caccia sauditi volano accanto a quelli americani. La sequenza è la spiegazione: Riad esce allo scoperto perché ora è coperta.
Il prezzo diplomatico è immediato. Il primo ministro iracheno ha cancellato la visita a Riad prevista in questi giorni, segno che Baghdad — formalmente sovrana sul territorio bombardato — considera l’operazione un’umiliazione. Ma per il principe ereditario Mohammed bin Salman il conto torna comunque: la garanzia americana vale più dell’equidistanza, e le monarchie del Golfo smettono di essere il terreno su cui la guerra si combatte per diventare una delle mani che la conducono.
La tenaglia si stringe: Hormuz, Bab al-Mandeb, Yanbu
L’uscita allo scoperto avviene però in un quadro che si complica su ogni fronte. Gli Houthi hanno colpito con i droni la rete che porta il greggio saudita dall’est del regno al porto di Yanbu, sul Mar Rosso, dopo aver annunciato un blocco del traffico marittimo saudita a Bab al-Mandeb: la rotta alternativa a Hormuz, quella che aveva permesso a Riad di aggirare la chiusura dello Stretto, torna sotto tiro. A est, l’Oman ha offerto il transito nelle proprie acque territoriali e una gestione condivisa dello Stretto: Teheran ha risposto respingendo la proposta e colpendo le tre petroliere.
E l’Iran non è solo. Secondo Reuters, Teheran ha acquistato quattrocento lanciamissili antiaerei cinesi per sessanta-settanta milioni di dollari, con le prime consegne attese entro poche settimane. Il regime che Washington vuole piegare per esaurimento economico si riarma attraverso Pechino. La strategia dello strangolamento, che avevamo descritto dopo i novanta obiettivi colpiti a inizio luglio, si scontra con una via di rifornimento che nessun blocco navale chiude.
Cosa cambia per l’Italia
Per l’Italia la lettura è la solita, e proprio per questo va ripetuta. Il greggio sopra gli 82 dollari, le due strozzature di Hormuz e Bab al-Mandeb di nuovo attive insieme, un Golfo che si riallinea in armi: ogni scossa di questo sistema arriva sulla bolletta di una Nazione manifatturiera priva di sovranità energetica. Alla Farnesina il ministro degli Esteri ha ricevuto il collega saudita ribadendo la vicinanza dell’Italia alle monarchie del Golfo colpite dall’Iran: parole dovute, che però fotografano il ruolo di spettatore solidale in una partita decisa altrove.
C’è infine un dettaglio che dovrebbe far riflettere il dibattito nazionale. L’Arabia Saudita ha barattato il proprio ingresso in guerra con un programma nucleare civile trentennale, perché considera l’atomo la condizione della propria indipendenza energetica di lungo periodo. Mentre nel Golfo il nucleare è moneta strategica, in Italia è ancora materia di convegni. Chi possiede l’energia decide; chi la importa, paga e guarda.
Fonti
- ANSA — L’Arabia Saudita esce allo scoperto nella guerra che voleva evitare, 29 luglio 2026
- ANSA — L’Iran attacca una base USA in Giordania e tre petroliere a Hormuz, balzo del greggio, 29 luglio 2026
- LaPresse — Iran, missili contro base USA in Giordania. Americani e sauditi contro milizie filo-Teheran in Iraq, 29 luglio 2026
- Euronews — USA intercettano attacco iraniano e colpiscono milizie filo-Teheran in Iraq, 29 luglio 2026
- Giornale di Sicilia — L’Iran colpisce tre petroliere nello Stretto di Hormuz, 29 luglio 2026
- Il Post — I paesi arabi del Golfo non si sono solo difesi, 13 maggio 2026
- Today — Houthi attaccano il petrolio saudita: il secondo fronte, 27 luglio 2026
- Il Politico Web — Accordo nucleare Arabia Saudita: cosa prevede e i rischi
- Il Politico Web — Attacchi USA all’Iran: perché Trump ha stracciato la tregua su Hormuz
- Il Politico Web — Hormuz non bastava: gli Houthi chiudono anche Bab al-Mandab
- Il Politico Web — Le monarchie del Golfo fermano Trump: salta l’attacco del 19 maggio
- Il Politico Web — Il gas del Qatar non tornerà per anni

