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Medio Oriente

Attacchi USA all’Iran: perché Trump ha stracciato la tregua su Hormuz

Bruno Bindel

Novanta obiettivi in due notti, il memorandum del 17 giugno dichiarato morto, le sanzioni sul greggio ripristinate. Ma il petrolio non esplode come a marzo: ecco perché questa è una guerra diversa — e cosa rivela della strategia di Washington.

Riassunto dell'articolo

Tra il 7 e il 9 luglio 2026 gli Stati Uniti hanno colpito oltre novanta obiettivi in Iran per due notti consecutive, dichiarando decaduto il memorandum di tregua del 17 giugno e ripristinando le sanzioni sul greggio iraniano. L'analisi sostiene che la seconda ondata segna il passaggio dalla rappresaglia difensiva allo strangolamento economico del regime, strategia che sostituisce obiettivi di guerra — cambio di regime e denuclearizzazione verificata — rimasti irraggiungibili. Il prezzo del petrolio è salito solo del sei per cento circa perché il mercato ha imparato ad aggirare lo Stretto di Hormuz con oleodotti alternativi e rotte più lunghe, erosione che indebolisce la principale leva iraniana. Teheran regge, ricompattata attorno al negoziatore Ghalibaf e sostenuta dall'asse con Mosca e Pechino. La deterrenza per negazione resta la grammatica reale della potenza, e Pechino la studia in funzione di Taiwan.

Punti chiave
  • AGI — Bombardamenti USA in Iran, comunicato CENTCOM e reazioni
  • Euronews — Oltre 80 obiettivi colpiti, ritorsione iraniana
  • ANSA — Attacco nell'area della centrale di Bushehr
  • Il Sole 24 Ore — Revoca licenza sul petrolio iraniano e vertice…

Per due notti consecutive, tra il 7 e il 9 luglio, i caccia americani hanno colpito l’Iran. Oltre novanta obiettivi lungo la costa meridionale e nell’entroterra, dai radar di Bandar Abbas alle isole di Qeshm e Abu Musa, fino a un nodo ferroviario nel nord che collega Teheran alla Cina. Donald Trump, dal vertice della NATO ad Ankara, ha dichiarato conclusa la tregua e liquidato i governanti iraniani con epiteti che nessun negoziato sopravvive. Gli attacchi USA all’Iran di luglio, però, non sono la replica di quelli di giugno. E la domanda che conta non è cosa sia successo, ma perché gli USA hanno colpito l’Iran di nuovo a poche settimane da un memorandum che entrambe le parti avevano firmato, e cosa questa scelta rivela della strategia di Washington.

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Dalla rappresaglia allo strangolamento economico

La seconda ondata segna un salto di natura, non di intensità. A giugno la logica era difensiva: colpire radar, batterie costiere e imbarcazioni dei Pasdaran per tenere aperto lo Stretto, come avevamo analizzato quando la tregua di dieci giorni era saltata. Adesso il bersaglio è un altro. Washington ha ripristinato le sanzioni sul greggio revocando la licenza che consentiva a Teheran di vendere petrolio, ha evocato un blocco navale calibrato “solo per l’Iran” e ha minacciato di colpire il terminale di Kharg, la giugulare da cui parte quasi tutta l’esportazione petrolifera iraniana.

L’ampiezza dice il resto. Secondo le ricostruzioni americane la seconda ondata è stata quattro o cinque volte più estesa di quella di dieci giorni prima, e si è spinta oltre la fascia costiera: fino all’area della centrale di Bushehr, fino ad Ahvaz, fino a un ponte ferroviario nella provincia settentrionale del Golestan che è uno snodo del corridoio commerciale verso Cina e Turkmenistan. Non è la grammatica di una rappresaglia. È la geografia di uno strangolamento: si colpisce non ciò che minaccia le navi, ma ciò che tiene in vita l’economia del regime e le sue arterie verso oriente.

L’obiettivo che Washington non può raggiungere

Qui emerge la contraddizione che nessun comunicato del CENTCOM può sciogliere. Lo strangolamento economico è la strategia che resta quando gli obiettivi dichiarati della guerra si rivelano irraggiungibili. Il cambio di regime non c’è stato. La denuclearizzazione verificata nemmeno: il memorandum di giugno, come avevamo scritto sul dopoguerra dell’accordo, aveva soltanto rinviato il dossier nucleare, senza smantellare nulla. E lo stesso Trump, mentre alza i toni, esclude il ritorno a una guerra su vasta scala.

Cosa vuole allora Trump dall’Iran? Non la vittoria militare, che nessuno è disposto a pagare con truppe di terra, ma la resa economica: piegare Teheran per esaurimento, confidando che le sanzioni e la pressione aeronavale ottengano ciò che i bombardamenti non hanno ottenuto. Gli epiteti presidenziali, il regime descritto come feccia e i suoi capi come malati, non sono un eccesso verbale. Sono il surrogato retorico di un obiettivo politico che manca. Quando la strategia non produce la vittoria, resta la punizione.

Come il mercato ha imparato ad aggirare lo Stretto

C’è un fatto che stona con la retorica dell’escalation: il prezzo del petrolio non è esploso. Dopo le parole di Trump il Brent è salito di poco più del sei per cento, verso i settantotto dollari, per poi ripiegare nei giorni successivi, lontanissimo dai centosedici toccati a marzo quando lo Stretto era chiuso. La ragione è che il mercato, in cinque mesi di guerra, ha imparato a convivere con Hormuz.

Non perché lo abbia sostituito, nessuno può, ma perché ha costruito attorno allo Stretto di Hormuz un reticolo di valvole di sfogo che prima esisteva quasi solo sulla carta. L’oleodotto Habshan-Fujairah degli Emirati scarica il greggio direttamente sul Golfo dell’Oman, fuori dalla morsa iraniana, e viaggia ormai vicino al tetto di 1,8 milioni di barili al giorno. La Petroline saudita spinge il petrolio da est a ovest fino a Yanbu, sul Mar Rosso, con una capacità nominale che sulla carta arriva a sette milioni di barili, anche se i terminali non hanno mai retto davvero quei volumi. Ciò che le condotte non assorbono, lo assorbe la rotta lunga: le petroliere che rinunciano al Golfo doppiano il Capo di Buona Speranza, quindici giorni in più e costi quasi raddoppiati, ma il carico arriva. A monte, la capacità inutilizzata dell’OPEC+ e una domanda globale in contrazione fanno il resto, tenendo il barile ancorato sotto quota ottanta anche mentre cadono le bombe.

È qui che si misura il paradosso di Teheran. Ogni barile che impara ad aggirare lo Stretto erode l’unica arma davvero strategica del regime. La leva di Hormuz vive di scarsità: se il mondo dimostra di poterne fare a meno, sia pure a caro prezzo e con una franchigia altissima, la minaccia di chiusura perde progressivamente la sua forza di ricatto. Le condotte restano vulnerabili: i droni iraniani hanno già incendiato i depositi di Fujairah e messo temporaneamente fuori uso una stazione di pompaggio saudita, e replicare Hormuz in acciaio costerebbe centinaia di miliardi e un decennio di cantieri. Ma la direzione è segnata, e Washington la conosce. Più il greggio trova strade parallele, più diventa pensabile alzare la pressione militare senza pagare il conto sui mercati. Il prezzo tiepido non è un dettaglio contabile: è la premessa strategica che rende possibile la seconda ondata.

Perché Teheran regge

Se Washington non ha raggiunto i suoi scopi, è anche perché Teheran non è crollata. Il regime è sopravvissuto a quasi cinque mesi di guerra e, semmai, si è ricompattato: Mohammad Bagher Ghalibaf, il presidente del Parlamento che ad aprile i Pasdaran avevano estromesso dalla delegazione negoziale, è tornato interlocutore principale. Un fronte interno che si riordina attorno al negoziatore più intransigente non è il segnale di una Nazione pronta ad arrendersi.

La forza iraniana resta quella asimmetrica: droni Shahed da poche decine di migliaia di dollari lanciati contro piattaforme americane che ne valgono milioni, salve missilistiche dimostrative contro le basi del Golfo, questa volta in Kuwait e Bahrein, che mantengono viva la minaccia senza cercare lo scontro campale. E c’è la profondità strategica esterna: mentre le bombe cadono, la diplomazia iraniana continua a muoversi su Mosca e Pechino, l’asse che il colpo al corridoio ferroviario del Golestan voleva proprio segnalare come vulnerabile. La linea di Ghalibaf riassume la posta in gioco: lo Stretto si riapre alle condizioni iraniane, non sotto le minacce americane.

La grammatica reale della potenza

Resta il paradosso che già raccontavamo ad aprile: la superpotenza che può cancellare una civiltà in poche ore non riesce a garantire il transito di una singola petroliera in uno stretto largo trentaquattro chilometri. La retorica della libertà di navigazione è la foglia di fico posata su un gioco di potenza molto più antico, in cui la scarsità di una rotta vale più della supremazia tecnologica di chi vorrebbe controllarla.

È la deterrenza per negazione: non vincere, ma rendere troppo costoso vincere. Le rotte alternative erodono lentamente questa leva, ed è per questo che Washington scommette di poter alzare la pressione senza contraccolpi. Ma finché una mina o un drone da poche migliaia di dollari bastano a fermare il traffico di uno snodo vitale, la lezione di Hormuz resta scritta a chiare lettere. E a leggerla con più attenzione, oggi, è Pechino, che studia lo stesso manuale in vista di Taiwan.

Fonti

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Bruno Bindel
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