L’attacco degli Houthi alle petroliere saudite ha cambiato la natura della guerra in corso in Medio Oriente. Per due anni e mezzo la milizia yemenita aveva colpito navi israeliane, americane o genericamente occidentali. Nella notte fra mercoledì e giovedì ha colpito, per la prima volta e in modo dichiarato, l’Arabia Saudita.
Il fronte non si è allargato soltanto sul piano geografico. Si è spostato dentro il mondo arabo.
Che cosa è successo nel Mar Rosso
Le forze armate yemenite hanno rivendicato un’operazione condotta con missili balistici, missili da crociera e droni contro due petroliere che avrebbero violato il blocco navale: la Encelia e la Layla. Il portavoce militare della milizia ha parlato di attacchi precisi e di vasti incendi a bordo di entrambe le imbarcazioni.
L’agenzia di stampa ufficiale saudita ha confermato che la Encelia è stata colpita, che sulla nave si è sviluppato un incendio e che tutti i membri dell’equipaggio sono in salvo, senza attribuire la responsabilità dell’attacco. Il servizio britannico di sicurezza marittima UKMTO aveva già segnalato mercoledì un proiettile contro una petroliera al largo delle coste saudite.
È il primo atto militare dopo l’annuncio del 20 luglio, quando la milizia aveva dichiarato l’embargo marittimo contro tutte le navi legate a Riad in transito nello stretto.
Da dove nasce il blocco di Bab el-Mandeb
Il blocco di Bab el-Mandeb non nasce da un calcolo economico ma da una catena di rappresaglie.
L’Arabia Saudita aveva bombardato l’aeroporto di Sana’a, la capitale controllata dagli Houthi, per impedire l’atterraggio di un aereo che riportava alcuni dirigenti del movimento dal funerale di Ali Khamenei, la Guida suprema iraniana uccisa nel primo giorno di guerra da un attacco israeliano.
La milizia ha risposto lanciando missili balistici e droni contro l’aeroporto saudita di Abha, nel sud del regno. Lunedì è arrivato l’embargo marittimo, presentato dal movimento come risposta a oltre dieci anni di assedio subito dallo Yemen.
Il paradosso saudita: la via di fuga è diventata il bersaglio
Qui sta il punto strategico che rende la vicenda diversa da tutte le precedenti crisi del Mar Rosso.
Con lo Stretto di Hormuz di fatto paralizzato da Teheran, Riad aveva progressivamente spostato le proprie esportazioni sull’oleodotto est-ovest che attraversa la penisola arabica e sbocca sul Mar Rosso. Da lì, però, le petroliere devono comunque imboccare Bab el-Mandeb per raggiungere l’Asia.
I numeri raccontano la scommessa: a giugno il greggio in transito nello stretto yemenita era salito a circa sette milioni di barili al giorno, contro i quattro milioni precedenti al conflitto.
L’Arabia Saudita aveva insomma costruito la propria via di fuga proprio nel tratto di mare controllato dalla milizia alleata del suo nemico. Ora quella via di fuga è il bersaglio.
Perché lo stretto conta così tanto
Bab el-Mandeb è lungo circa cinquanta chilometri e largo ventisei nel punto minimo. Collega il Mar Rosso al Golfo di Aden e quindi all’Oceano Indiano. Prima della guerra vi transitava fra il dodici e il quindici per cento del commercio mondiale via mare e circa un quarto del traffico globale di contenitori.
È il secondo corridoio energetico del pianeta dopo Hormuz. Con entrambi compromessi, non esiste una terza porta: resta soltanto la circumnavigazione dell’Africa, con settimane di navigazione in più e costi di nolo e assicurazione moltiplicati.
Il traffico nello stretto è già crollato di oltre un terzo. Diverse petroliere hanno invertito la rotta dirigendosi a nord verso Suez, e giovedì due superpetroliere cinesi cariche di quattro milioni di barili complessivi stavano tentando l’uscita dal Mar Rosso.
La reazione americana
Donald Trump ha promesso una punizione militare pesante contro l’Iran e contro la milizia yemenita, dichiarando di considerare Teheran direttamente responsabile di ogni nuova azione nello stretto. Ad Axios ha anticipato di stare valutando un attacco di ampiezza superiore a tutti quelli condotti finora nel conflitto.
Nelle stesse ore l’Iran ha rivendicato attacchi contro sistemi missilistici, depositi di armi e carburante statunitensi in Giordania e contro postazioni americane in Kuwait. L’esercito giordano ha dichiarato di aver intercettato quattro missili e sei droni, con un solo ordigno caduto in area disabitata.
Il precedente che pesa
La milizia sostiene di colpire soltanto navi riconducibili all’Arabia Saudita. L’esperienza recente suggerisce prudenza: durante la campagna avviata alla fine del 2023 furono colpite circa cento imbarcazioni estranee al conflitto, prima che i raid statunitensi e israeliani interrompessero le incursioni all’inizio del 2025.
Anche senza nuovi attacchi, la sola minaccia produce effetti immediati. I premi assicurativi salgono, gli armatori deviano le rotte, i noli aumentano. Il blocco funziona prima ancora di essere applicato.
Che cosa può succedere adesso
Il prezzo del greggio ha reagito in poche ore. Il Brent è salito di oltre il sei per cento superando i cento dollari al barile, livello che non si registrava da maggio; il WTI viaggia poco sopra i novantuno dollari.
Restano tre incognite. Se Washington deciderà l’intervento massiccio annunciato. Se la milizia estenderà il blocco oltre le navi saudite. E se Riad, colpita in casa dopo aver perso l’accesso orientale, sceglierà la rappresaglia diretta o la trattativa.
Da quale di queste tre risposte arriverà per prima dipende se Bab el-Mandeb resterà un fronte di pressione o diventerà il secondo lucchetto definitivo del commercio mondiale.
Fonti
- Il Post — Gli Houthi hanno detto di aver colpito due petroliere saudite nel mar Rosso
- Reuters / Internazionale — Trump promette di punire l’Iran per gli attacchi nel Mar Rosso
- RSI — Gli Houthi attaccano due petroliere saudite, tremano i mercati del petrolio
- Il Fatto Quotidiano — Bab el-Mandeb, cosa sta succedendo nello stretto sul Mar Rosso
- Quotidiano Nazionale — Il rischio di un nuovo choc petrolifero
- Euronews — Houthi rivendicano attacchi a petroliere saudite nel Mar Rosso
- Il Post — Si rischia il blocco di un altro stretto: quello di Bab el Mandeb

