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Italia

SAFE, la prudenza che protegge le famiglie. Perché Giorgetti e Meloni hanno ragione a non firmare a scatola chiusa

Redazione - Il Politico

Sul fondo europeo da 14,9 miliardi destinati alla difesa, il governo prende tempo. Non è temporeggiamento: è il rifiuto di una falsa alternativa imposta da Bruxelles. Le bollette pagate dagli italiani vengono prima dei contratti per gli armamenti.

Riassunto dell'articolo

Il governo Meloni ha rinviato la decisione sull'adesione dell'Italia al fondo europeo SAFE (Security Action for Europe), il programma da 150 miliardi della Commissione UE per il finanziamento di armamenti e tecnologie militari attraverso prestiti garantiti. All'Italia sono stati riconosciuti 14,9 miliardi tra il 2026 e il 2030, con scadenza per la firma dei contratti fissata a fine maggio. Il ministro della Difesa Guido Crosetto chiede una decisione rapida; il ministro dell'Economia Giancarlo Giorgetti invita alla prudenza ricordando che si tratta di prestiti a debito da restituire, in larga parte destinati a programmi già finanziati. La premier Giorgia Meloni mette al primo posto la trattativa con Bruxelles per la flessibilità di bilancio destinata a contrastare il caro energia che colpisce le famiglie italiane dopo la guerra in Iran. L'articolo sostiene la prudenza del MEF e la gerarchia di priorità della premier, leggendo SAFE non come scelta libera ma come dispositivo che vincola ulteriormente i bilanci nazionali, con obbligo del 65 per cento di acquisti in filiere UE/SEE prevalentemente non italiane. La cornice editoriale registra le posizioni interne alla maggioranza come articolazione legittima di funzioni di governo, non come frattura politica, e dimostra la coerenza interna della linea Meloni-Giorgetti rispetto alla difesa contemporanea degli impegni NATO e della sovranità di bilancio nazionale.

Roma, giovedì 14 maggio. Prima dell’inizio del Consiglio dei ministri, Giorgia Meloni convoca a Palazzo Chigi i due vicepremier Matteo Salvini e Antonio Tajani. Si aggiungono Guido Crosetto, Giancarlo Giorgetti e il ministro per gli Affari Europei Tommaso Foti. A Palazzo Chigi lo derubricano a «due chiacchiere». Di fatto la riunione fa slittare il CdM di oltre un’ora. Sul tavolo, oltre alle nomine ai vertici di Consob e Antitrust, c’è il dossier che nelle prossime due settimane definirà il perimetro reale dell’autonomia italiana di bilancio: il fondo SAFE.
A margine della presentazione di una piattaforma digitale della Difesa, in mattinata, Crosetto aveva alzato il livello: «Sto attendendo le decisioni perché entro fine maggio bisognerebbe decidere se accedere al fondo Safe o no. Ho scritto una lettera a Giorgetti e ne ho rimandato un’altra ieri per sapere qual è la decisione del Mef in merito. Attendo la risposta: non sono né pessimista, né ottimista». Il ministro della Difesa fa il suo lavoro. Custodisce la propria funzione, segnala una scadenza tecnica, rivendica una posta. È giusto che lo faccia. Ed è altrettanto giusto che la decisione finale spetti ad altri.

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Cosa è il SAFE e perché non è gratis

Il programma Security Action for Europe è il fondo da 150 miliardi di euro varato dalla Commissione europea nel maggio 2025 per finanziare l’acquisto di armamenti e tecnologie militari da parte degli Stati membri. All’Italia, dopo che Roma aveva formalmente manifestato interesse l’anno scorso, sono stati riconosciuti 14,9 miliardi tra il 2026 e il 2030. La scadenza per firmare i contratti è fine maggio.
Sono prestiti, non trasferimenti. Vanno restituiti. Ai tassi vantaggiosi consentiti dalla garanzia comunitaria, certo, ma con un vincolo che pochi raccontano: almeno il sessantacinque per cento del materiale acquistato deve essere prodotto in uno Stato membro dell’Unione o dello Spazio Economico Europeo, Ucraina inclusa. Tradotto: chi accede al SAFE non sceglie liberamente dove spendere i soldi che prende a prestito. Una parte significativa torna alle filiere industriali franco-tedesche.
Giorgetti, parlando in Parlamento già mercoledì 13 al question time della Camera, lo aveva spiegato senza giri di parole. Il SAFE «resta un sistema di finanziamento non certo a costo zero». Le risorse «vanno comunque restituite». Gran parte delle spese previste «riguardano programmi già approvati e inseriti nel quadro di finanza pubblica». È la voce di un ministro dell’Economia che ha studiato le carte. Non un atto di freno politico: una constatazione tecnica.

La gerarchia delle priorità

Mentre si discute di SAFE, Roma sta combattendo un’altra trattativa, più dura e meno spettacolare. È quella che il governo Meloni ha aperto a Bruxelles per ottenere maggiore flessibilità di bilancio destinata a contrastare il caro energia. È la madre di tutte le partite: per la prima volta dall’inizio della guerra in Iran, il governo italiano sta chiedendo all’UE di ammettere che lo shock energetico — non scelto, non causato, subito — giustifica margini di spesa straordinari per proteggere famiglie e imprese.
La premier, sulla linea Giorgetti, è netta. Nessuno sconfessa gli impegni internazionali — l’impegno NATO di portare la spesa per la difesa al cinque per cento del PIL entro il 2035 resta in piedi — ma «il contesto internazionale è cambiato» rispetto al momento in cui quegli impegni furono presi. Significa: c’è una guerra alle porte di casa, c’è uno Stretto di Hormuz appena riaperto dopo settimane di blocco, c’è una bolletta aggiuntiva da ventidue miliardi che le famiglie italiane hanno già pagato. E ci sono fasce di reddito che, se il governo non interviene, rischiano di non arrivare a fine mese.
In questa cornice, firmare adesso un prestito da 14,9 miliardi a debito sarebbe un errore di gerarchia. Non perché la difesa non sia importante. Perché lo è anche la sopravvivenza materiale dei cittadini, e lo è in modo più immediato. Una Nazione che indebolisce le proprie famiglie per rafforzare i propri armamenti costruisce sicurezza esterna su instabilità interna. Il governo Meloni questo lo sa.

Una coalizione che funziona

C’è una narrazione, tornata nelle ultime ore sui giornali abituati, secondo cui SAFE rivelerebbe la «frattura» dentro la maggioranza. Crosetto contro Giorgetti, FdI contro Lega, riunione d’emergenza a Palazzo Chigi. È una lettura comoda quanto sbagliata.
Una coalizione di governo non è un partito unico. Ha più voci, più sensibilità, più funzioni. Crosetto fa il ministro della Difesa: rivendica le risorse necessarie alla missione affidata al suo dicastero. Giorgetti fa il ministro dell’Economia: ricorda che ogni euro a debito è un euro da restituire. Tajani guida Forza Italia, che sul SAFE è favorevole all’adesione e lo ha detto. Salvini guida la Lega, che sui conti pubblici esprime da settimane la prudenza tradizionale della sua base elettorale. Sono posizioni legittime, tutte interne al perimetro della coalizione, tutte orientate a difendere la Nazione da angolature diverse.
Sopra queste voci c’è la premier. Il suo compito non è scegliere fra Crosetto e Giorgetti, ma definire la gerarchia. Meloni ha deciso che la prima priorità è il caro energia. Non perché la difesa sia secondaria — gli ottocento milioni stanziati nel 2026, lo 0,15 per cento del PIL aggiuntivo, restano confermati — ma perché il calendario delle emergenze ha la sua logica. Prima si protegge il fronte interno. Poi si affrontano i prestiti pluriennali europei. Questo è governare.

Il sentiero stretto delle regole UE

Resta il dato strutturale, ed è quello che pesa di più. L’Italia è ancora dentro la procedura di infrazione UE per disavanzo eccessivo. Lo spazio di bilancio è strettissimo. La clausola nazionale di salvaguardia che permetterebbe di scorporare la spesa militare dal calcolo del deficit — strumento utilizzato da diciassette Stati membri — sulla carta è preclusa proprio dalla procedura aperta. Sono le stesse regole che impediscono di portare a casa la flessibilità sul caro energia senza una trattativa estenuante con Bruxelles.
Ecco il punto che la stampa europeista preferisce non vedere. Il SAFE non è una scelta libera offerta agli Stati membri. È un dispositivo costruito perché chi è già stretto nei vincoli di bilancio sia ulteriormente vincolato dalla scelta di aderirvi. Aderire significa accollarsi nuovo debito agevolato per spese in larga parte già programmate, dentro filiere industriali in larga parte non italiane, con il sessantacinque per cento dei materiali obbligatoriamente prodotti altrove. Non aderire significa rinunciare a tassi vantaggiosi e dover finanziare le stesse spese a condizioni di mercato.
È la falsa alternativa tipica del meccanismo di Bruxelles: si presenta come opportunità quello che è un vincolo aggiuntivo. La sintesi di Meloni — il rispetto degli impegni internazionali assoluto, ma con i tempi e gli strumenti che servono alla Nazione — è l’unica posizione che difenda contemporaneamente la sovranità di bilancio e gli obblighi NATO.

L’opposizione che parla del «paese delle meraviglie»

Giuseppe Conte ha commentato la riunione di Palazzo Chigi sostenendo che Meloni «vive nel paese delle meraviglie». È la formula obbligata di chi non ha nulla da proporre. L’ex premier del Movimento Cinque Stelle, che ha guidato due governi tra cui quello che ha sottoscritto il Recovery Fund piegando l’Italia alle condizioni dell’UE, oggi predica autonomia. Il PD, attraverso Elly Schlein, ha annunciato per oggi una conferenza al Centro Congressi Frentani con Boschi e Magi sui «temi LGBTQIA+». La realtà — il caro energia, il SAFE, le bollette degli italiani — non è in agenda.
L’opposizione non offre un’alternativa. Offre slogan. Il governo Meloni ha invece una posizione articolata, internamente coerente, difendibile su ogni passaggio.

Cosa succederà nelle prossime due settimane

La scadenza di fine maggio è reale. Ma è una scadenza tecnica, non una sentenza. Il governo può ancora chiudere la trattativa con Bruxelles sulla flessibilità per il caro energia e, soltanto dopo, valutare l’attivazione della clausola di salvaguardia per la difesa. Può aderire al SAFE in misura ridotta, calibrando i contratti su voci di spesa già programmate. Può rinviare l’adesione piena se le condizioni macroeconomiche peggiorano per un eventuale nuovo shock di Hormuz.
Quello che il governo non farà — e non deve fare — è scegliere fra le famiglie e gli armamenti come se fosse un’alternativa obbligata. Non lo è. È un dilemma costruito da chi vorrebbe ridurre l’autonomia italiana a quella di un esecutore di scelte altrui.
Crosetto ha ragione a battere il pugno per la difesa. Giorgetti ha ragione a pretendere risposte verificabili. Meloni ha ragione a tenere insieme entrambi, mettendo davanti a tutto la condizione materiale dei cittadini. È la coalizione che gli italiani hanno scelto. E sta facendo, sul SAFE come su tutto il resto, esattamente ciò per cui è stata eletta.

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