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Laboratorio / Cultura Cultura

Filosofia della storia e propaganda: la battaglia per il passato

Alessandro Galvanetti

Dalla Rivoluzione francese alla cancel culture: come il senso del passato è diventato un'arma di parte, e perché la Storia va restituita al bene comune di tutti.

Riassunto dell'articolo

L'articolo ricostruisce come la filosofia della storia sia passata dall'essere strumento di coesione a strumento di propaganda. Dagli storici antichi e medievali (Erodoto, Sant'Agostino) la Storia serviva a insegnare a vivere e a unire la comunità attorno a un bene comune condiviso. Con l'Illuminismo e soprattutto con la Rivoluzione francese il bene comune slitta: non è più il bene dell'intera comunità, ma quello della parte che pretende di rappresentare il "senso" della Storia. Le filosofie immanenti (Illuminismo, Hegel, Marx) collocano la salvezza dentro il mondo terreno e rendono la Storia partigiana; quelle trascendenti (Sant'Agostino, De Maistre, dottrina della Chiesa) la ancorano a un ordine che riguarda tutti. Di fronte a cancel culture e guerre della memoria, l'autore rivendica l'autonomia critica della Storia (Marc Bloch) come necessità civile per ricomporre le comunità attorno al bene comune di tutti.

L’uomo e la Storia

La Storia, secondo il Dizionario Treccani Online, è “l’esposizione ordinata di avvenimenti del passato, che risultano da un’indagine critica e rigorosa (…)”, per lo stesso dizionario la Filosofia della Storia è “l’interpretazione del processo storico inteso come sviluppo unitario dotato di un fine o di un disegno intrinseco”. In parole povere possiamo dire che la filosofia della storia ricerca il “tema di fondo” della Storia, cioè quello che spiega il suo principio, il suo sviluppo, il suo fine.

CREAZIONE SITI WEB
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Ogni civiltà ha sempre ricordato gli avvenimenti passati ma ha anche cercato, semplificando, un significato e ha voluto trasmetterlo. Questo è valido ancora oggi e ha la sua rappresentazione più evidente nei libri di scuola e nei programmi di Storia. È anzi interessante vedere come quei governi che hanno voluto dare importanza all’identità e all’appartenenza abbiano voluto favorire il ruolo della Storia, così come vale il contrario. Ad ogni modo la scelta dei programmi scolastici e la loro interpretazione è prassi comune di ogni sistema statuale e questo, sia nelle dittature dove le voci sono meno differenziate, sia nell’Occidente dove non vi è una voce unica ma il significato cambia di poco.

Quello che vogliamo evidenziare in questa introduzione è che la Storia è sempre al servizio di una comunità, o meglio ancora, al servizio di ciò che quella determinata società chiama bene comune.

Historia magistra vitae

Nel passato, sia presso gli storici antichi sia presso i medievali la Storia aveva principalmente come funzione insegnare a vivere ovvero la morale, l’etica o la religione.

Erodoto, il primo storico, dice esplicitamente di scrivere “perché le azioni degli uomini non vadano perdute con il tempo e le imprese grandi e meravigliose, compiute sia dai Greci sia dai barbari, non rimangano senza gloria; e inoltre per quale motivo combatterono fra di loro” (Erodoto, Storie, Libro I, 1 – Proemio); il primo storico scrive per infondere appartenenza e identità (e l’alterità barbarica).

Sant’Agostino nel De Civitate Dei riassume come tutta la Storia sia un conflitto fra due città, la Città di Dio e la città terrena, e questo conflitto è il motore della Storia, almeno fino alla fine dei tempi e al ritorno glorioso di Cristo. La Storia viene rivisitata come sviluppo del disegno provvidenziale e con un intento principalmente spirituale, con lo scopo di armare l’anima del cristiano.

Nel passato il bene comune era quindi qualcosa che coinvolgeva l’intera comunità. Questo non significava che non vi fossero divisioni e fazioni, ma il racconto della Storia tendeva a subordinare le parti ad un orizzonte comune (religioso, politico o civile), favorendo il senso di unità e comunità. Se fosse sbarcato un marziano nel Medioevo e avesse chiesto a un contadino: “chi sei?”, quello avrebbe risposto anzitutto: “sono un cristiano” (Alessandro Barbero “Come pensava un uomo del Medioevo”, intervento al Festival della Mente di Sarzana nel settembre 2011 – https://www.youtube.com/watch?v=7TGN3u44E1Y). È questo il pensiero degli “anti-illuministi” per utilizzare una categoria alla Sternhell, come Burke o Herder che vedono nella comunità qualcosa di organico, che unisce i vivi, i morti e coloro che devono ancora nascere.

La Rivoluzione e la politicizzazione della Storia

L’Illuminismo ha avuto il grande merito di affrontare la Storia in modo scientifico, critico, ha cominciato un attento vaglio delle fonti e uno studio più attento delle causalità. Ma, allo stesso tempo – molti illuministi – hanno caricato il significato storico di interpretazioni ideologiche. Voltaire, ad esempio, arrivò a definire la storia dei secoli medievali “un ammasso di delitti, follie e sventure” (Essai sur les mœurs, 1756, cap. LXIX), riducendo mille anni di storia a ignoranza, paura, guerra, pestilenze, etc.etc.

Questo processo di creazione della propaganda ha una forte accelerazione con la Rivoluzione francese. I rivoluzionari si presentano come i veri interpreti del progresso e della Storia, mentre gli avversari, gli aristocratici, i contro-rivoluzionari sono i nemici del progresso e i nemici del popolo. Vediamo, invece, come ad esempio in Vandea o in Bretagna, era vero proprio il contrario: era il popolino a difendere l’alleanza di trono e l’altare.

Quello che avviene con la Rivoluzione è lo slittamento del significato di bene comune. Questo non coincide più con l’intera comunità, ma con la parte che pretende di rappresentare il “bene” della Storia. Questo provoca la nascita di divisioni, anche feroci, all’interno delle stesse comunità: destra e sinistra, progresso e reazione, rivoluzione e controrivoluzione.

L’alterità, un tempo percepita soprattutto all’esterno della comunità, viene progressivamente trasferita al suo interno, trasformando l’avversario politico in un nemico.

Se per il pensiero conservatore, il bene comune era un dato da custodire, perché legato alla storia e alle tradizioni delle comunità, per il pensiero rivoluzionario (o più genericamente progressista) era necessario forgiare una nuova realtà, costruire un “mondo nuovo”.

La battaglia per la Storia

Questo non è un processo né lineare né condiviso.

Per Hegel, la Storia non è più contenuta in un quadro più ampio esterno (Provvidenza) ma il modo in cui lo Spirito (Geist) prende coscienza di sé stesso: “la Ragione governa il mondo e, di conseguenza, ha governato anche la storia universale” (G.W.F. Hegel, Lezioni sulla filosofia della storia, Introduzione) e questo avviene attraverso il processo dialettico di superamento delle contraddizioni (tradotto anche in tesi-antitesi-sintesi). Con Marx si scende ancora più nel dettaglio: “la storia di ogni società (…) è storia di lotte di classi” (Manifesto del Partito Comunista, 1848).

Le filosofie “immanenti” (Illuminismo, Hegel, Marx) spostano il fine della Storia all’interno del mondo terreno. La salvezza, si realizza qui, nella politica, nell’economia, nello Stato: il bene comune diventa partigiano.

Per il pensiero conservatore (Burke, De Maistre), per alcuni romantici (Carlyle), per il pensiero sociale della Chiesa (Pio IX e Leone XIII) è inaccettabile che il senso della Storia fosse monopolizzato dalla Rivoluzione, dalla lotta di classe, dal Geist hegeliano o dal progresso. Rifiutano infatti queste visioni parziali. Oppure, più pessimista, Spengler, il quale nega l’esistenza di un progresso e vede nelle civiltà organismi destinati inevitabilmente a nascere, svilupparsi e decadere.

Le filosofie “trascendenti” (Sant’Agostino, De Maistre, il pensiero della Chiesa) lasciano il senso storico ancorato ad un ordine metafisico immutabile: il bene comune riguarda tutta la comunità.

La Storia liberata

In ultima analisi dobbiamo contraddire gli Illuministi di ieri e di oggi: la filosofia della storia non nasce con loro o con il pensiero moderno, anzi il tentativo che fanno di spiegare la Storia è profondamente simile alle epoche passate. In questa maniera semmai fanno capire che il tentativo profondo di comprensione della Storia è connaturale all’uomo. A conferma di questo è illuminante l’intuizione di Karl Löwith (Significato e fine della storia. I presupposti teologici della filosofia della storia, 1949) per cui la filosofia della storia dipende interamente dalla teologia della storia cristiana: tutte le interpretazioni storiche ricercano un “radioso avvenire” che oggi non è più escatologico (cristianesimo) ma propone nuove realtà salvifiche.

La principale eredità che ci lascia la Rivoluzione francese è invece il cambio di significato del bene comune che non riguarda più l’intera società o comunità bensì una determinata parte politica, filosofica, ideologica che utilizza la Storia per proprio tornaconto. È una spallata a favore dell’individualismo e della visione partigiana della Storia. Eppure, su questo, anche la storiografia recente, non tutta ma almeno in parte, ha invece aperto un’importante riflessione su sé stessa e sulla propria autonomia critica. Possiamo portare l’esempio di Marc Bloch, “padre” della storiografia contemporanea che critica la storia-tribunale e più in generale la propaganda, invocando l’autonomia della Storia: “lo storico non è il giudice degli inferi, incaricato di distribuire elogi o condanne agli eroi morti” (Apologia della storia o mestiere di storico, 1949).

Di fronte al fenomeno della cancel culture e alle moderne guerre della memoria, questa esigenza di autonomia critica della Storia appare oggi più urgente che mai, e non solo per motivi “scientifici” ma ancor più come necessità civile, per ritrovare nel passato non delle armi ideologiche, ma insegnamenti morali e civili che permettano alle comunità di ricomporsi, perseguire e conservare il bene comune, di tutti.

Fonti

Fonti primarie

Edmund Burke, Riflessioni sulla Rivoluzione in Francia, Centro Editoriale Toscano, Firenze, 1984.

Georg Wilhelm Friedrich Hegel, Lezioni sulla filosofia della storia, La Nuova Italia, Firenze, 1941.

Johann Gottfried Herder, Idee per la filosofia della storia dell’umanità, Zanichelli, Bologna, 1971.

Karl Marx, Friedrich Engels, Manifesto del Partito Comunista, Giulio Einaudi Editore, Torino, 1948.

Oswald Spengler, Il tramonto dell’Occidente. Lineamenti di una morfologia della storia mondiale, Longanesi, Milano, 1957.

Voltaire (François-Marie Arouet), Saggio sui costumi e lo spirito delle nazioni, Giulio Einaudi Editore, Torino, 1970.

Fonti secondarie

Marc Bloch, Apologia della storia, o Mestiere di storico, Einaudi, Torino, 1950.

Augusto Del Noce, L’epoca della secolarizzazione, Giuffrè, Milano, 1970.

Karl Löwith, Significato e fine della storia. I presupposti teologici della filosofia della storia, Edizioni di Comunità, Milano, 1963.

Antoine Prost, A che cosa serve la storia?, Jaca Book, Milano, 2021.

Simonetta Rastelli, La storia in tribunale. Processi e uso politico del passato, Laterza, Roma-Bari, 2024.

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Alessandro Galvanetti
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